Gio 9 Luglio 2020
ANNO I
02 | febbraio | 2016

Sabbie e petrolio: lo sguardo dell’Italia sulla Libia

 

Il 28 gennaio 2016 la ministra italiana della Difesa Roberta Pinotti, nel corso di un’intervista, ha sottolineato l’urgenza per l’Italia di intervenire nella complessa e instabile situazione della Libia entro la primavera, indicando tra gli obiettivi primari “un lavoro (…) di stesura di piani possibili di intervento sulla base dei rischi prevedibili”. Dunque non esiste ancora una strategia di intervento (che potrebbe essere di qualunque tipo, dall’azione diplomatica all’intervento armato di aria o di terra, dai finanziamenti al sostegno logistico alle forze in campo), ma è chiaro che l’attenzione del governo italiano verso gli equilibri libici è forte.
Cosa sta accadendo in Libia? E perché l’Italia si sente così coinvolta?
Certamente il nesso tra l’Italia e la Libia non è recente e affonda le sue radici nella nefanda avventura coloniale italiana, ma si intreccia anche a fenomeni attuali come il flusso migratorio che va dall’Africa all’Europa.
La maggior parte degli immigrati provenienti dall’Africa subsahariana giunge sulle spiagge italiane imbarcandosi sulle coste libiche e ciò avviene fin dall’insorgere di questi fenomeni migratori nel corso degli anni ’80. Così la stabilità politica nel territorio libico va a influenzare l’arrivo di migranti in Italia. Per questo, nel 2008, l’allora governo italiano, presieduto da Silvio Berlusconi, firmò a Bengasi un trattato con l’allora dittatore libico Mu’ammar Gheddafi, accordo che, oltre ad avviare importanti collaborazioni diplomatiche ed economiche, prevedeva il finanziamento da parte dell’Italia delle forze di sicurezza libiche al fine di combattere l’immigrazione clandestina. Diverse inchieste giornalistiche hanno poi messo in luce ciò che la Libia metteva in atto per fermare l’immigrazione e quindi ciò che l’Italia finanziava: migranti incarcerati in condizioni disumane, sottoposti a violenze fisiche, stupri e ricatti da parte delle forze dell’ordine libiche, nel contesto della Libia di Gheddafi in cui il rispetto dei basilari diritti umani non era affatto garantito.
Con il crollo del regime di Gheddafi nel 2011 e il caos che ne è seguito ed è tuttora in atto, l’immigrazione clandestina è tornata a rappresentare un business fiorente e incontrollato per i trafficanti di esseri umani sulle coste del Paese; con una situazione politica confusa, i gruppi di potere locali si finanziano anche sulla pelle dei migranti che fuggono da fame e guerre. Pertanto l’Italia ha interesse nel riportare un’autorità centrale nella confusa situazione libica, tale da regolare i flussi migratori verso le coste della penisola.
Ma l’interesse italiano posa anche sui rapporti economici che, come avvenuto per molti ex Stati coloniali, colonizzati e colonizzatori hanno mantenuto anche dopo la fine dell’occupazione, pur tra alterne vicende: a partire dal 1959 l’Eni (Ente nazionale idrocarburi, società nata come ente pubblico italiano) si è occupata, in accordo con il governo libico, dell’estrazione e della vendita di parte del petrolio e del gas naturale di cui la Libia possiede ingenti quantità e tuttora questa società italiana rimane la più grande azienda estera a commerciare gli idrocarburi libici.
Le importanti risorse energetiche della Libia erano tuttavia sconosciute quando iniziò il dominio italiano sul Paese: era il 1911 e il governo di Giovanni Giolitti, dopo i fallimenti nella colonizzazione dell’Abissinia e vedendo la Francia espandere il suo dominio su Tunisia e Marocco, cedeva alle pressioni di nazionalisti e gruppi industriali; dichiarata guerra all’Impero ottomano, invadeva le terre libiche.
“Uno scatolone di sabbia”: così definì la Libia il deputato socialista Gaetano Salvemini, criticando duramente l’intervento italiano, assieme allo storico dell’Islam Leone Caetani e alla maggioranza dei socialisti italiani. In effetti la conquista di un territorio in gran parte desertico non diede grande ritorno economico all’Italia, ma le consentì di testare le proprie capacità militari e repressive nel corso della dominazione.
Il controllo italiano fu infatti da subito minato dalla resistenza dei locali: se gli italiani penetrarono da subito nella Tripolitania (il nord-ovest del Paese), incontrarono nell’area del Fezzan (il sud-ovest) l’opposizione indigena, dapprima sotto la guida di ufficiali turchi come Ismail Enver e poi interamente araba. Nel 1922 il governo Facta avviò un’offensiva militare per sconfiggere le resistenze ed espandere la colonia su tutto il territorio libico ma nella Cirenaica (l’area orientale del Paese) le truppe italiane si trovarono a fronteggiare la resistenza dei Senussi, una confraternita islamica che dalla metà dell’Ottocento costituiva un riferimento politico per le tribù cirenaiche, guidata da Idris al-Senussi dal suo esilio in Egitto. La resistenza libica ebbe come guida militare l’anziano religioso senussita Omar al-Mukhtar: capace di unificare le varie tribù e forte della conoscenza del territorio libico, organizzò efficaci tattiche di guerriglia che gli valsero il soprannome di “Leone del deserto” (tale sarà anche il titolo del film biografico del 1981 di Moustapha Akkad con Anthony Quinn nei panni del comandante libico, pellicola censurata in Italia e trasmessa in televisione solo nel 2009). Intanto il subentrato regime fascista progettava una riconquista dei territori in mano ai ribelli libici: dal 1928 il generale Rodolfo Graziani riprese vari territori in Tripolitania e i maggiori centri del Fezzan e poi nel 1930 si dedicò alla sottomissione della Cirenaica; qui l’esercito italiano di occupazione si macchiò di terribili crimini, come l’esecuzione di migliaia di libici, l’uso di bombe all’iprite contro i ribelli e la deportazione di centinaia di migliaia di cirenaici e nomadi beduini in campi di concentramento dove (affamati, debilitati e in un ambiente privo di igiene) furono decimati dall’epidemia di influenza spagnola. Nel 1931 gli uomini di Graziani riuscirono a catturare il settantenne Omar al-Mukhtar che fu impiccato davanti a una grande folla. Senza il suo comandante, la resistenza libica crollò; solo con la Seconda Guerra Mondiale, con l’arrivo degli Alleati nel 1943 in Libia, la nazione vide la fine del dominio italiano, che vi rinunciò col trattato di Parigi del 1947. Non deve dunque stupire che una certa ostilità verso gli italiani ha poi caratterizzato alcune parti della società libica.
Dopo un periodo di protettorato anglo-francese, nel 1951 nacque il Regno di Libia, e il suo primo monarca fu proprio la guida senussita Idris, tornato dall’esilio.
Sotto re Idris I avvenne la scoperta del petrolio libico ma la monarchia perseguitò i sindacati e i comunisti; Idris creò stretti rapporti con le potenze occidentali come Usa e Regno Unito, provocando malumori nei militari libici influenzati dal clima anticoloniale e panarabo che fioriva allora nel mondo arabo (in particolare nell’Egitto di Nasser). Proprio nel quadro delle buone relazioni con l’Occidente, Idris I si dimostrò cauto nell’atteggiamento verso Israele che nel 1967 (con la Guerra dei Sei Giorni) invadeva gli Stati arabi vicini: la rabbia della popolazione libica, fomentata dalle autorità islamiche, si tradusse in persecuzioni contro gli ebrei libici, che Idris non contrastò per non perdere consensi. Nel 1969, quando Idris abdicò in favore del figlio Hasan per motivi di salute, un gruppo di ufficiali attuò un colpo di Stato militare; pare che il golpe (chiamato “Operazione Gerusalemme”, a sottolineare l’insofferenza dei militari panarabi per le politiche filoisraeliane di Idris) sia stato favorito anche dai servizi italiani, visto che l’Italia si trovava in competizione con gli interessi inglesi in Libia, favoriti dal re.
Tra gli ufficiali, la guida ideologica era il capitano Mu’ammar Gheddafi che, nominato colonnello, assunse pian piano tutte le cariche più importanti e divenne dittatore della Libia. I suoi primi provvedimenti furono la chiusura delle basi militari inglesi e americane, la nazionalizzazione degli impianti petroliferi presenti sul territorio libico e l’adozione di misure restrittive nei confronti degli italiani rimasti in Libia: nel 1970 ci fu la totale confisca dei beni degli italiani (definiti come “ricchezze libiche usurpate dagli oppressori”, inclusi i versamenti pensionistici), la conversione della cattedrale cattolica di Tripoli in moschea, la cancellazione del cimitero italiano (l’Italia dovette rimpatriare circa 30.000 salme) e infine l’espulsione dei circa 20.000 coloni italiani presenti in Libia. A questi atti volti ad eliminare dalla Libia i retaggi del colonialismo e l’influenza delle potenze straniere, Gheddafi fece seguire l’elaborazione teorica di un modello politico e sociale alternativo a quello occidentale, elaborazione culminata nella pubblicazione nel 1975 del suo Libro Verde (evidente riecheggiamento del Libretto Rosso che riuniva il pensiero di Mao nella Cina comunista): in quest’opera Gheddafi delineava una Libia fondata su un apparato ideologico che fondeva elementi socialisti con il panarabismo e con la concezione sociale islamica; critico verso il modello delle democrazie occidentali, parlava di un autogoverno delle masse da attuarsi tramite consigli popolari e vedeva nell’Islam un tratto unificatore di tutti gli arabi e un elementi imprescindibile all’interno della società libica, sebbene non recepisse tutta la tradizione islamica, allontanandosi dalle concezioni islamiche fanatiche su alcuni temi come la visione della donna (nella Libia di Gheddafi ci furono leggi a tutela delle mogli ripudiate e le donne poterono accedere alla carriera militare, ma nel Libro Verde è comunque presente l’idea per cui la donna debba avere dei ruoli rigidi e ben precisi nella società). Nell’intento di attuare il suo progetto politico, Gheddafi nel 1977 ribattezzò lo Stato libico “Gran Giamahiria (repubblica delle masse) Araba Libica Popolare Socialista” e tentò a più riprese di unire la Libia con altri Stati arabi (Egitto, Siria, Tunisia, Ciad e Marocco) perseguendo l’idea del panarabismo, ma ogni volta il progetto di unione fallì.
Gheddafi si presentò dunque nei primi anni di governo come un eroe della decolonizzazione, un ideologo della lotta all’imperialismo occidentale, una guida per i Paesi arabi e per tutte le nazioni non allineate né con gli Usa e né con l’Unione sovietica. Le sue concezioni politiche alternative al dominio occidentale gli fecero ottenere la simpatia di Fidel Castro, Yasser Arafat e Nelson Mandela.
Parte del programma politico gheddafiano ebbe attuazione, con istruzione e sanità gratuite nel Paese; tuttavia il regime si configurò come un totalitarismo in cui Gheddafi concentrava tutto il potere (pur rinunciando formalmente alle cariche) ed enormi ricchezze nelle sue mani, i partiti erano aboliti, ogni forma di dissenso repressa nel sangue, gli oppositori (come gli intellettuali marxisti) assassinati o incarcerati, i diritti umani calpestati.
La politica estera di Gheddafi fu mutevole: sostenitore del movimento di liberazione palestinese, negli anni ’80 finanziò e spalleggiò gruppi terroristici come il palestinese Settembre Nero e l’irlandese IRA, con probabili responsabilità negli attentati di Fiumicino e Schwechat (1985) e in quello della discoteca La Belle di Berlino (1986), e per la sua ostilità a Israele e agli Stati Uniti la presidenza americana di Ronald Reagan fece bombardare la Libia nell’aprile del 1986 producendo una quarantina di morti; nel 1988 la Libia fu implicata nell’attentato al volo che precipitò a Lockerbie (Scozia) provocando 270 morti e come ritorsione l’ONU stabilì un embargo del Paese; a partire dagli anni ’90, tuttavia, la Libia di Gheddafi si allontanò progressivamente dal terrorismo islamico, condannò al Quaeda, consegnò ai tribunali i responsabili della strage di Lockerbie e nel 2006 riprese le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti.
I rapporti con l’Italia, in particolare, attraversarono fasi diverse: dopo l’atteggiamento anti-italiano del regime libico nei primi tempi, la collaborazione economica con l’Eni produsse una distensione nei rapporti; quando, nel 1986, gli americani attaccarono la Libia fu l’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi, in disaccordo con la strategia statunitense, ad avvertire Gheddafi dell’imminente bombardamento, consentendogli di salvarsi la vita mentre una sua figlia adottiva perì a causa dell’attacco. La Libia decise di rispondere all’attacco americano lanciando due missili contro un’installazione militare della NATO sull’isola di Lampedusa ma i missili andarono a vuoto; pare però che il fallito attacco contro un territorio italiano (che comunque causò una crisi diplomatica) fosse più di facciata che reale e difatti il governo italiano scelse di non rispondere. I rapporti italo-libici ebbero un notevole progresso con i governi presieduti da Silvio Berlusconi, il quale incontrò ufficialmente Gheddafi nel 2003 e nel 2004, stringendo con lui un personale rapporto di amicizia. Le relazioni culminarono nel 2008, come già detto, con la firma del Trattato di Bengasi, con cui si chiudeva il contenzioso tra Italia e Libia riguardo al passato coloniale dietro il pagamento di cinque miliardi di dollari in vent’anni da parte dello Stato italiano a quello libico e si avviava una collaborazione tra i Paesi in materia economica e di gestione dell’immigrazione.
Nonostante ciò, nel 2009 Gheddafi, quando venne in visita a Roma con un seguito di tende libiche, portò comunque un’immagine di Al-Mukhtar al petto.
Nel dicembre 2010 un venditore ambulante tunisino, Mohamed Bouaziz, in gesto di estrema protesta contro il malgoverno e l’oppressione del regime tunisino, si diede fuoco: il tragico evento fece esplodere il forte malcontento che da tempo covava nella popolazione tunisina, la quale si sollevò nella Rivoluzione dei gelsomini; ma lo stesso malessere stava affliggendo anche la popolazione di altri Paesi arabi e le rivolte si espansero a macchia d’olio nella cosiddetta Primavera araba, che coinvolse Egitto, Siria, Yemen, Algeria, Iraq, Bahrein, Giordania, Gibuti e Libia. In Libia la popolazione, in particolare quella più giovane, stava provando un desiderio di rinnovamento politico in una nazione immobile dopo più di quarant’anni di regime gheddafiano; l’arresto nel febbraio 2011 di un attivista dei diritti umani scatenò scontri sempre più violenti tra manifestanti e polizia a Bengasi e dopo qualche giorno ci furono sommosse a Tripoli. Gheddafi rispose col pugno di ferro: usò bombardamenti dell’aviazione sulla folla in rivolta e ordinò stragi alla polizia e al suo esercito di mercenari; ma l’opposizione al regime si faceva sempre più forte. Varie tribù libiche videro nelle manifestazioni l’occasione propizia per togliere il loro sostegno al governo libico; i media arabi come al Jazeera e Al Arabiya, ostili a Gheddafi, diffusero nel mondo arabo i numeri delle repressioni; sia gruppi laici che gruppi di integralisti islamici si delinearono tra i rivoltosi che in poche settimane presero il controllo di interi territori. Nel marzo 2011 la Francia, desiderosa di assicurarsi un’influenza sulla futura Libia che si prospettava essere senza Gheddafi, ottenne dall’ONU il mandato di far rispettare una zona d’interdizione al volo sulla Libia e lanciò un attacco aereo contro le truppe di Gheddafi; la NATO si affrettò quindi a organizzare una coalizione che doveva formalmente proteggere la popolazione civile libica ma che combatté effettivamente contro il regime. L’Italia tentennò: il presidente del Consiglio Berlusconi vantava ottimi rapporti di amicizia con il dittatore libico e un intervento della nazione sarebbe stato visto come un grave tradimento da parte del principale partner commerciale del regime; ma cedendo alle pressioni dei gruppi economici con interessi in Libia, della Presidenza della Repubblica e degli altri Paesi occidentali, il governo italiano scelse di aderire alla coalizione NATO.
Nell’ottobre 2011, dopo mesi di combattimenti, stretto tra l’avanzata dei ribelli e i bombardamenti della coalizione occidentale, Mu’ammar Gheddafi fu catturato nei pressi di Sirte, sua ultima roccaforte e area natale, da un gruppo di rivoltosi e ucciso: le immagini del vecchio dittatore, stravolto e impaurito, umiliato dai giovani ribelli e poi finito con un colpo di pistola hanno avuto ampia diffusione sul web. Con la morte di Gheddafi finì la prima guerra civile libica, ma di certo non giunse un periodo di pace. Il proliferare di armi nel Paese condusse a conflitti tra i vari gruppi che facevano parte delle armate ribelli e i tentativi delle deboli autorità centrali del Consiglio Nazionale di Transizione nel riportare ordine risultarono vani. Le nazioni occidentali, che erano repentinamente intervenute in Libia quando il potere di Gheddafi stava crollando, decisero di non schierarsi nella complessa situazione creatasi e abbandonarono la Libia alle sue lotte intestine.
Nel giugno 2012 ci furono le prime elezioni libere di Libia, per quanto segnate da proteste e violenze, a cui prese parte il 60% della popolazione: ne uscì un Congresso Generale Nazionale a maggioranza liberale e laica che iniziò i lavori costituenti, ma i governi espressi risultarono deboli. All’inizio del 2014 i partiti islamisti, guidati dal gruppo dei Fratelli Musulmani, riuscirono a estromettere dall’assemblea una parte dei partiti laici e a ottenerne la maggioranza. Nel febbraio, perciò, il generale dell’esercito Khalifa Haftar, in passato membro del regime di Gheddafi, mise in atto un colpo di stato per mantenere una Libia laica, lanciò una vasta operazione militare (“Dignity”) contro i jihadisti e promosse nel giugno del 2014 delle elezioni per formare una nuova assemblea, il Consiglio dei Deputati, con cui sostituire il Nuovo Congresso Generale oramai nelle mani degli islamisti; a causa dell’instabilità e degli scontri, alle elezioni del 2014 partecipò solo il 18% dei libici. Ma nel luglio gli islamisti, riuniti nella coalizione Alba della Libia, rifiutarono di riconoscere l’appena eletto Consiglio dei Deputati e avviarono un’occupazione armata di Tripoli; i membri del Consiglio lasciarono la capitale e si insediarono nella città di Tobruk, in Cirenaica, a pochi chilometri dall’Egitto.
Attualmente il Consiglio dei Deputati di Tobruk, laico e internazionalmente riconosciuto, governa sulla Cirenaica con l’appoggio dell’esercito di Haftar, mentre il Nuovo Congresso Nazionale di Tripoli, di orientamento islamista, governa sulla Tripolitania con l’appoggio di milizie islamiste; entrambe le forze rivendicano la sovranità sulla Libia e dal 2014 hanno scatenato una seconda guerra civile tuttora in corso. A complicare ulteriormente il quadro libico ci sono le forze tuareg che dominano il sud-ovest della Libia, l’alleanza islamista Scudo libico (parte di Alba della Libia) che domina la città di Misurata, il gruppo islamista Majlis Shura Mujahidin di Derna che combatte contro l’esercito di Haftar, il movimento islamista Ansar al-Sharia, vicino ad al Quaeda, che governa su Bengasi, i gruppi affiliati con lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) che, ricevendo finanziamenti e combattenti, hanno preso la città di Sirte e sono in espansione; infine ci sono le guardie armate che da anni difendono le installazioni petrolifere e che ora, sotto il leader Ibrahim al-Jadhran, si stanno organizzando come gruppo autonomo, vendendo del petrolio in proprio e facendo affari ora con Tobruk ora con Tripoli e ora con l’Isis, e che rappresentano un ostacolo per il ritorno delle attività produttive libiche nelle mani della popolazione. Insomma, una galassia di gruppi armati che rivendicano il loro spazio nel territorio libico e che mantengono la nazione nell’instabilità.
In tale situazione caotica è difficile prevedere i possibili sviluppi: nel dicembre 2015, nel corso di un incontro a Skhirat in Marocco, con il sostegno dell’ONU, rappresentanti di Tobruk e di Tripoli hanno siglato un accordo per la formazione di un governo a carattere nazionale, ma la decisione incontra contrarietà in entrambi gli schieramenti, soprattutto nelle frange militari; difatti l’esecutivo nazionale sta venendo formato fuori dalla Libia, a Tunisi, e pur riunendo ben 32 membri per ottenere il più ampio consenso, si confronta con continue opposizioni da parte dei due parlamenti. Tuttavia appare oggi come l’unica possibilità per la cessazione delle ostilità nel Paese.
L’occhio delle potenze occidentali rimane puntato sulla Libia, preoccupate per il commercio di petrolio e gas naturale e per l’avanzata delle truppe dell’Isis in un territorio destabilizzato. Proposte di intervento occidentale, avanzate da più nazioni (in particolare Usa, Francia e Regno Unito), non sono molto ben viste dalle forze in campo in Libia e l’Italia si è dimostrata cauta fino a questo momento.
Sebbene l’Italia possieda interessi in Libia e abbia complesse reti di relazioni nel tessuto sociale e amministrativo libico, è lecito domandarsi se sia bene che proprio una passata dominatrice coloniale torni a imporsi nelle vicende politiche di una nazione. E se un nuovo intervento militare occidentale, così simile a quello che contribuì a rovesciare Gheddafi nel 2011 lasciando il Paese nel caos, possa essere una buona soluzione definitiva o la ripetizione di una strategia fallimentare sul lungo termine.

 

 

 

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