Mer 30 Settembre 2020
ANNO I
21 | Febbraio | 2016

Europa, se conviene

“Ora potrò raccomandare di votare sì al referendum” così il premier britannico David Cameron ha commentato dopo 40 ore di trattativa alla fine della riunione tenutasi a Bruxelles negli scorsi giorni.

Come ricorderete il primo ministro inglese aveva fatto del referendum per rimanere/uscire dall’UE il suo cavallo di battaglia durante le elezioni dello scorso maggio in cui a sorpresa trionfò proprio cavalcando l’onda dell’euroscetticismo. Il referendum fissato per il 23 giugno 2016 lascerà l’ultima parola proprio ai cittadini del Regno Unito che saranno chiamati a decidere se la nominata “Brexit” rimarrà solo un ricatto del governo inglese nei confronti dell’UE oppure se diverrà una strana realtà.

Cameron non ha certo cambiato opinione dall’oggi al domani (come succede nella politica interna italiana caso ultimo quello dei grillini sul DDL Cirinnà), ha bensì usato il referendum come strumento di mediazione (o ricatto che dir si voglia) per far accettare all’Europa una Gran Bretagna con un piede nell’unione, lì dove conviene, e l’altro fuori da questa quando si tratta di responsabilità e controlli. I britannici hanno da sempre un’indipendenza dall’UE diversa rispetto ai restanti Paesi membri, non sono mai entrati nell’eurozona e questo ha garantito una maggiore stabilità economica (anche durante la crisi mondiale da cui si sta lentamente uscendo) e un inferiore rischio di contagio con il resto dell’Europa.

Ad oggi l’indipendenza inglese aumenterà invece di diminuire, il primo ministro inglese ha infatti ottenuto durante il vertice che al momento della prossima revisione dei Trattati verrà inserito un paragrafo in cui sarà esplicitamente scritto che Londra è esentata dal concetto di «ever closer Union» («Unione sempre più stretta», il principio su cui si fonda l’Europa sin dal Trattato di Roma del 1957). La Gran Bretagna quindi non farà mai parte di un esercito europeo, non parteciperà ai salvataggi finanziari, all’euro e ai confini aperti ma sarà influente nelle decisioni che interessano l’UE e avrà la possibilità di prendere iniziative. I sudditi della regina saranno protetti in modo permanente, la supervisione delle banche resterà a loro, l’Eurozona non sarà un blocco che potrà in alcun modo agire contro il sistema economico inglese al riparo quindi da ogni discriminazione.

Questi sono solo alcuni dei vantaggi che Cameron ha siglato nell’incontro a Bruxelles, questo “patto” sarà reso effettivo soltanto se i cittadini d’oltremanica nel referendum del prossimo giugno decideranno di rimanere nell’UE.

Il premier britannico ha dichiarato quindi che lui ed il suo governo si impegneranno esplicitamente e con tutte le loro forze nella campagna per convincere gli elettori che rimanere in Europa (a queste condizioni) è più vantaggioso che uscirne. Forse Cameron non ha poi tutti i torti è davvero più conveniente per gli inglesi rimanere in un Unione Europea che gli riconosce molti vantaggi e poteri senza chiedere in cambio poi così tanto.

Il Regno Unito infatti non appoggerà alcun piano di redistribuzione dei migranti decisi a non accogliere nessuno nel proprio territorio, non sarà vincolato né controllato dall’UE sui principali aspetti economici, ed avrà invece potere decisionale su tutto; più che un accordo tra parti questa sembra una vera e propria conquista del conservatore inglese.

All’interno del proprio governo Cameron dovrà però contrastare i 6 o 7 membri che già hanno dichiarato apertamente alla stampa di non condividere la decisione presa a Bruxelles e di non voler quindi fare marcia indietro sulla Brexit.

L’Unione Europea non esce certo vincente da questa vicenda anche se Junker ha dichiarato “Questo accordo non accresce le crepe ma costruisce ponti”, sicuramente un’uscita della Gran Bretagna non sarebbe stato un successo per l’UE ma questo accordo ha tanto l’aspetto di un ponte a senso unico permettendo agli inglesi di venire in Europa ma negando la possibilità inversa dell’UE di andare oltremanica.

Con il passare del tempo l’Europa ha sempre più crepe e sempre meno unità, gli stati membri minacciano la loro uscita dal sistema per ottenere flessibilità e indipendenza, Schengen è a rischio eliminazione o come preferiscono dire “revisione”, la crisi dei migranti non solo non è stata risolta ma sta contribuendo in larga parte a mostrare al mondo la divisione di quella che si chiama “UNIONE Europea”.

Questi 28 Paesi che iniziarono la loro unione nel marzo 1957 si stanno disgregando, l’UE cade a pezzi ogni giorno di più eppure non parliamo di principi scritti 200 anni fa ma meno di sessant’anni orsono; quei principi secondo cui “l’unione fa la forza” stanno lasciando sempre più spazio all’infiltrazione di interessi individualistici che penetrano nelle fondamenta di questa Europa avvicinandola inevitabilmente al crollo.

Cinquantanove anni fa a Roma veniva posto il primo mattone di quella che sarebbe poi divenuta UE, questo piccolo mattoncino prevedeva:

 

termini come “COMUNE”, “COOPERAZIONE” erano le basi dell’UE, parole come “ELIMINAZIONE” avevano senso solo se accostate alle DIFFERENZE .

Per anni hanno cercato con progetti e materie scolastiche di insegnarci cosa fosse l’Europa, su quali principi fosse basata, dopo anni di studio di guerre, conflitti armati e non, ci hanno proposto L’UNIONE EUROPEA come l’esempio per eccellenza di Paesi che mettendo da parte i propri personali interessi erano riusciti a costruire un modello di UNIONE, COOPERAZIONE, COMUNITÀ.

Ora vi domando: l’Europa è quella di Roma del 1957 (che con tutti i limiti cercava la coesione) oppure è questa di Bruxelles ?

Se l’UE è questa di oggi: quella che davanti a milioni di morti si volta rifiutando di accogliere chi fugge dal male che noi occidentali abbiamo seminato nelle loro terre e innaffiato aspettando, incuranti che crescesse; quella che concede indipendenza alla Gran Bretagna pur di tenerla vincolata a se; quella che vuole cancellare Schengen perché è più comodo; quella che fa caso allo 0,003% di capitale in più o in meno senza analizzare i problemi per cui quel Paese è in difficoltà; quella che se uno Stato membro ha bisogno di ausilio gli volta le spalle…

SE QUESTA è L’UE io non sono Europeo o Europeista, io non voglio essere parte di questo sistema , non voglio appoggiarlo né condividerlo.

 

SE invece l’UE è quella che ci hanno insegnato a scuola, quella di unione e coesione, quella che ha fatto CADERE muri non ne ha innalzati, quella della LIBERA circolazione nello spazio Schengen, quella della solidarietà internazionale quando un Paese membro viene colpito, quella del “MAI PIÙ GUERRE”…

SE QUESTA è l’UE tutti gli stati membri, i vertici delle istituzioni e i cittadini dovrebbero ritrovare quella strada, la stessa strada che portò a Roma nel ’57 e a Maastricht nel ‘92

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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