Mer 30 Settembre 2020
ANNO I
23 | Dicembre | 2015

Dalla Russia con amore: Vladimir Putin e la propaganda

 

Nella fine del settembre 2015 l’esercito della Federazione russa ha avviato un intervento in Siria per contrastare i combattenti dello Stato islamico, all’interno di un’operazione fortemente voluta dal presidente russo Vladimir Putin.
L’ostilità russa verso l’Isis è connessa sia al fatto che lo Stato islamico avversi il regime di Bashar al Assad, storico alleato della Russia (che difatti sta usando la forza anche contro altri gruppi di opposizione ad Assad) ma anche alla potenzialità destabilizzatrice dell’Isis per le regioni a presenza musulmana della Russia: in Daghestan, Ingushezia e Cecenia, aree a prevalenza islamica sunnita, gli storici gruppi islamisti guardano all’Isis come un esempio da imitare e tessono contatti con esso. L’estremismo islamista è una vecchia questione per la Russia, in particolare per la Cecenia, dove scatenò due conflitti e si macchiò di stragi come quella alla scuola di Beslan e quella al teatro moscovita Dubrovka; lo stesso Vladimir Putin represse il separatismo islamico ceceno con estrema spietatezza, mettendo in atto diverse violazioni dei diritti umani e soffocando anche le legittime aspirazioni all’indipendenza della società cecena; è possibile sostenere che la durezza utilizzata dal governo russo abbia in parte radicalizzato il fondamentalismo religioso ceceno, da cui derivano anche alcuni leader dello Stato islamico.
Fin dall’inizio dell’intervento russo in Siria, Putin si sta mostrando come la guida dell’impresa militare, il supervisore di ogni operazione: nelle immagini televisive monitora gli attacchi davanti a maxischermi e, seduto alla sua scrivania con aria decisa e autorevole, detta il da farsi; si tratta di scene create all’interno di un’abile ed efficace opera di propaganda, mirata a costruire attorno a lui la percezione di “uomo forte” al comando.
Si tratta di un’operazione volta a incrementare il sostegno verso la politica estera russa sia in patria che nelle altre nazioni, ma è anche un’operazione facente parte di un’intera strategia mediatica che negli anni ha impresso Putin nel cuore di tanti russi.
Nipote di un cuoco che aveva cucinato per Lenin e per Stalin e cresciuto nel violento ambiente di strada di Leningrado, Vladimir Putin è stato a lungo agente segreto nel KGB (i servizi segreti sovietici); vicino al liberale Boris El’cin, entrò nell’ambiente della nuova oligarchia che si stava arricchendo con la dimissione dell’apparato statale sovietico e fu da El’cin reso primo ministro e poi designato a succedergli alla presidenza russa.
Il partito di Putin, “Russia Unita”, nacque proprio in suo sostegno e tuttora si caratterizza per essere un partito nazionale privo di un reale profilo ideologico: con posizioni liberiste e stataliste alternativamente, vagamente collocabile nel centrodestra in relazione agli altri partiti russi, è sostanzialmente un partito costruito attorno a Putin. Russia Unita, dalla sua comparsa nel 2001, ha vinto pressoché ogni tornata elettorale, assicurando a Putin due mandati presidenziali (il primo nel 1999 da indipendente e poi nel 2004), un mandato da primo ministro (nel 2008, quando il divieto costituzionale ad avere più di due mandati presidenziali fece sì che il braccio destro di Putin, Dmitrij Medvedev, ricoprisse la carica presidenziale) e poi di nuovo un terzo mandato da presidente (nel 2012, mandato tuttora in corso). Elezioni, certo, non scevre da dubbi di brogli e da campagne intimidatorie e repressive nei confronti delle opposizioni, ma che dimostrano comunque un notevole seguito popolare posseduto da Putin.
Il successo politico di Vladimir Putin è fortemente connesso all’immagine che egli ha saputo creare di sé; un’immagine eroica, dai contorni machisti, nutrita di forza fisica e sicura determinazione nell’agire, condita da frasi fiere e sdegnose; la passione del presidente russo per gli sport e le sue capacità nel judo hanno contribuito a creare attorno a lui la figura forte e carismatica che ha sedotto molti russi.
È innegabile che dopo il periodo confuso seguito al crollo dell’Unione sovietica i governi guidati da Putin abbiano creato stabilità e tracciato un nuovo progetto per la Russia; il nazionalismo di Putin e il ritorno della religione nella vita pubblica con la sua apertura verso la Chiesa russa hanno rinvigorito sentimenti comuni nel popolo russo.
Ma la realtà russa è oggi ben diversa dall’immagine gloriosa di una nazione solida e forte guidata da un uomo altrettanto forte: le libertà politiche sono minate dall’autoritarismo di Putin (si pensi alle intimidazioni e agli arresti subiti dallo scacchista e politico Garri Kasparov, al processo contro l’imprenditore e oppositore Michail Chodorkovskij, alla repressione delle manifestazioni che denunciavano i brogli delle elezioni del 2012, alle condanne politiche inflitte all’attivista dell’opposizione Aleksej Navalnyj), le diseguaglianze sociali stanno crescendo in maniera vertiginosa, nelle grandi città la polizia spadroneggia e la mafia russa (la Bratva) si arricchisce, il Paese attraversa un periodo di crisi economica particolarmente grave, corruzione e clientelismi interessano le gerarchie al potere, i diritti civili degli LGBT sono ferocemente violati in un clima di persecuzione (qualunque manifestazione, discorso od opera in difesa dei diritti omosessuali è fuori legge), la libertà di espressione è messa in pericolo da arresti e chiunque smascheri la tragica realtà sotto la propaganda putiniana viene duramente osteggiato (la giornalista Anna Politkovskaja, impegnata nei diritti umani e nella denuncia delle violazioni dei governi di Putin, è stata assassinata; l’agente segreto e dissidente Aleksandr Litvinenko è stato avvelenato; nuove leggi rendono più facili le accuse di diffamazione e tradimento della nazione; una continua persecuzione giudiziaria va ad affliggere qualunque testata o emittente che critichi il governo, come accaduto a Tele Dozhd o a Radio Eco di Mosca). La ritrovata concordia con la Chiesa ortodossa russa, dopo il gelo e le persecuzioni dell’epoca sovietica, ha sancito un ritorno della religione nella sfera istituzionale e gli atti blasfemi e critici verso il governo del collettivo punk femminista delle Pussy Riot sono stati duramente puniti con la reclusione delle cantanti-performer.
Il punto di forza della politica di Putin, grazie al quale può dirottare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi del Paese, è rappresentato dalla politica estera, in particolare nel progetto di riunione e difesa di tutti coloro che si riconoscono nell’identità russa (anche se dispersi nelle diverse nazioni sorte col crollo dell’Unione sovietica), progetto capace di esaltare giovani nazionalisti e accontentare vecchi nostalgici dell’Urss: in quest’ottica sono stati molto utili agli equilibri interni del Paese gli interventi contro la Georgia nel 2008 (per sostenere l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia contro il tentativo georgiano di riprenderne possesso) e contro l’Ucraina nel 2014. Il conflitto in Ucraina, ad oggi ancora privo di risoluzione definitiva, scaturì dalla deposizione, a seguito di manifestazioni di piazza, del premier ucraino filo-russo Viktor Janukovyč, atto che provocò la sollevazione degli ucraini di etnia russa delle regioni orientali: la secessione della Crimea (che ha poi aderito alla Russia), e in seguito degli oblast di Donetsk e Lugansk, hanno prodotto il tentativo dell’esercito ucraino di contrastare le spinte filo-russe e di rimando hanno portato la Russia di Putin a intervenire (direttamente in Crimea e in modo indiretto nel Donbass). Un intervento che ha rafforzato la posizione internazionale russa ma ne ha minato ulteriormente l’economia, già prossima alla recessione. Nel corso della guerra da ambo le parti si sono verificati atti di terribile violenza: in particolare le milizie nazionaliste ucraine, in nome dell’unità del Paese, hanno messo in atto rappresaglie nei confronti dei civili di lingua russa, come pure molti ucraini sono stati perseguitati dai secessionisti filo-russi.
L’Europa occidentale, fedele alleata degli Stati Uniti nell’inveterato antagonismo con la potenza russa, ha condannato senza appello l’intervento russo in Georgia e in Ucraina, mettendo in atto sanzioni contro la Russia e confische ai danni del governo russo, senza tenere in considerazione le effettive ragioni degli osseti e delle minoranze russofone dell’Ucraina orientale.
Eppure paradossalmente l’opinione pubblica europea non risulta immune alla seduzione dell’immagine del leader russo: finita l’epoca in cui i miti dell’Unione sovietica seducevano le sinistre occidentali, la Russia e il suo leader riscuotono successo tra la gioventù fascista, omofoba e maschilista, esaltata dalle idee di forza, potenza e violenza impersonate da Putin; la personalità autoritaria, l’immagine di comandante militare e atleta marziale, il sentimento religioso e l’ostilità verso i diritti gay ne fanno un riferimento per la gioventù di destra. (Bisogna comunque precisare che diversi gruppi dell’estrema destra occidentale hanno posizioni critiche verso Putin poiché sostengono il nazionalismo ucraino di destra.)
L’intervento russo in Siria ha avuto un rafforzamento a seguito degli attentati islamisti avvenuti a Parigi il 13 novembre: occasione propizia per Putin per legittimare l’uso dell’esercito in supporto ad Assad e per presentarsi come l’unico difensore dell’Europa contro l’Islam a fronte delle risposte diplomatiche e insicure degli altri Paesi occidentali, venendo così acclamato dalle destre populiste europee (quali il Front National e la Lega Nord) come “paladino della cristianità”.
Il successo della propaganda di Putin anche in Europa occidentale può far riflettere su quanto peso abbiano le immagini mediatiche nella politica e su come le democrazie liberali non siano immuni al fascino di autocrati con un’immagine di leader forti e decisionisti.

 

 

 

 

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