Mer 30 Settembre 2020
ANNO I
06 | Dicembre | 2015

Oriente e Occidente: la costruzione dell’Altro

A seguito degli attacchi terroristici ad opera di terroristi islamisti che hanno avuto luogo a Parigi il 13 novembre 2015, il dibattito pubblico nei Paesi occidentali si è centrato sul concetto di “scontro di civiltà”, sull’idea di una profonda differenza culturale tra Occidente e Oriente che ha la sua logica conseguenza in guerre di civiltà, le quali rappresentano scontri tra universi di valori ancor prima che scontri armati. Si ripropone un discorso che già era stato formulato nei mesi successivi agli attentati dell’11 settembre 2001 e di cui vengono riprese ora le varie argomentazioni: in Italia stanno avendo diffusione gli scritti sull’Islam di Oriana Fallaci, visti come profetici dai sostenitori dell’idea di guerra di civiltà; in ambito accademico sono tornate in auge le opere di Samuel Huntington sulla sostituzione dell’Islam all’Urss nel confronto con l’Occidente e quelle di Paul Berman sulla diversità tra il liberalismo occidentale e le società chiuse orientali. Ma tali discorsi hanno realmente senso? Siamo davvero di fronte a uno scontro tra due diversi mondi, quello orientale e quello occidentale?
Innanzitutto, cosa sono l’Oriente e l’Occidente?
Si può far risalire questa dicotomia a quando il mondo greco classico si confrontò con l’Impero persiano. Si trattava allora di due culture piuttosto distanti, ognuna delle quali tesa a vedere l’altra secondo le proprie concezioni e a considerarne barbarici gli usi. Ciò non impedì comunque all’opera politica di Alessandro Magno (e alle sue conseguenze che caratterizzarono l’epoca ellenistica) di realizzare una sintesi tra elementi culturali greci e persiani: dimostrazione di come le identità culturali siano dinamiche e atte a subire contaminazioni.
Ma appare subito evidente che i moderni concetti di Oriente e Occidente, da un punto di vista letterale, includono molto più di due culture rivali, comprendendo tutta l’Asia il primo e l’Europa e il Nord America il secondo. Emerge dunque un limite di questa divisione: cosa hanno in comune, ad esempio, la cultura araba e quella giapponese? Certamente non più di quanto abbiano in comune quella europea e quella araba.
Di tale limite si resero conto anche i teorici dell’assoluta diversità tra Oriente e Occidente, come lo storico Dmitri Kitsikis che introdusse una “regione intermedia”, comprendente Europa orientale, Nord Africa e Medio Oriente, concepita come una terza civilità. Ma ci si può allora chiedere quanto abbiano in comune per storia, cultura e modelli sociali due realtà della regione intermedia come quella georgiana e quella marocchina. È indubbio che si possano trovare elementi di raccordo tra le culture di un’area geografica: l’Europa, che a più riprese vide fitti scambi tra le élite culturali continentali e tentativi di unificazione politica, è oggi coinvolta in un processo di integrazione in un’Unione europea; analogamente l’Africa subsahariana, estremamente varia e ricca dal punto di vista culturale, presenta dei tratti culturali comuni e sta cercando anche un’unità politica con la costituzione dell’Unione africana. Ma è interessante vedere come queste identità siano costruzioni che si presentano come conseguenza di equilibri politici piuttosto che di patrimoni culturali condivisi: l’Organizzazione per l’Unità africana nacque per creare una collaborazione tra gli Stati africani in risposta agli effetti del colonialismo da cui si stavano emancipando; l’Unione europea ha avuto il suo sviluppo in connessione con le dinamiche economiche dei Paesi più ricchi del continente europeo che vedevano nel progetto un impulso allo sviluppo economico. Non sono dunque le comuni radici quanto i meccanismi economici e politici a spingere nazioni e culture a ricercare basi comuni per creare unioni tra Stati. E dunque le suddivisioni di culture in “civiltà” appaiono da questo punto di vista arbitrarie e contingenti.
Oggi, però, il dibattito pubblico cerca di evidenziare le differenze non tanto tra l’intero Oriente da una parte e l’Occidente dall’altra, quanto quelle tra Occidente e mondo arabo-islamico: la dicotomia è dunque tra nazioni euro-americane e l’Oriente musulmano. Questa divisione ha ragion d’essere?
Da un punto di vista storico, la cultura europea e quella arabo-islamica vissero di continui scambi che influenzarono profondamente lo sviluppo reciproco, in una serie di fitte interconnessioni: basti pensare alla corrente scolastica degli averroisti, al legame tra filosofia araba e filosofia greco-antica, all’adozione da parte degli europei della bussola araba o dei numeri che gli arabi avevano a loro volta tratto dagli indiani, in un continuo di contaminazioni culturali che travalica e svuota la divisione Ovest-Est delle culture.
Se oggi l’Europa (e il Nord America che da essa deriva culturalmente tramite la colonizzazione) può vantare un primato tecnologico e scientifico è anche grazie all’interdipendenza che ebbe col mondo arabo nel Medioevo, quando le nazioni di cultura araba avevano conoscenze di gran lunga superiori nelle scienze, saperi che furono quindi trasmessi agli europei, saperi che erano stati influenzati dalle opere greche in un “ping pong” di conoscenza tra le due culture.
Equivoca è poi l’idea di fondare un’alterità Oriente-Occidente su un’opposizione tra religione islamica e “Occidente cristiano”: l’Europa vede nel suo passato un importante contributo di culture connesse all’Islam (assieme a contributi giudaici, ovviamente entrambi minori in peso rispetto alle influenze cristiane); basti pensare all’Alhambra di Grenada e alla presenza di Stati arabi in Spagna per tutto il Medioevo, o alla dominazione araba della Sicilia che influenzò l’architettura insulare, o ancora all’egemonia ottomana dell’intera penisola balcanica per vari secoli e al fatto che gli slavi bosniaci e alcuni gruppi rom siano tutt’oggi in prevalenza musulmani. L’Islam è dunque anche una religione europea.
Da un punto di vista politico, la costruzione dell’idea di Occidente si basa generalmente sulla concezione per cui esso abbia una supremazia non solo economica, politica e militare sul resto del globo, ma anche come luogo di libertà, di sviluppo delle potenzialità individuali, di progresso collettivo. Al contrario l’Oriente si caratterizza, secondo la comune visione occidentale, per irrazionalismo, misticismo, dispotismo e fanatismo.
Tale giudizio si fonda sulla constatazione che effettivamente in molti Paesi arabi, e più ampiamente in molti Paesi a maggioranza islamica, non vi sia una piena separazione tra morale religione e norme collettive né un grande rispetto dei diritti individuali.
Diritti umani, laicità, centralità della persona, sono dunque appannaggio dell’Occidente e sue caratteristiche intrinseche? Certamente la loro formulazione più diffusa è tipicamente occidentale, ma ciò non esclude che i loro principi di base siano esistiti o esistano anche fuori dall’Occidente, magari sviluppatisi in forme differenti.
Come sottolineato dall’economista premio Nobel Amartya Sen nell’articolo “Democracy as a Universal Value”, sebbene la democrazia greca fu la più antica e compiuta esperienza storica di rappresentanza collettiva popolare, non fu certo l’unica e se ne ebbero anche nel continente asiatico; ed è ingeneroso pensare che in Oriente non vi siano e non vi siano stati in passato movimenti democratici e che al contrario le democrazie occidentali siano sorte senza problemi perché “connaturate” alla cultura locale; dopo la democrazia greca passarono infatti secoli prima che ideali democratici trovassero, con la Rivoluzione francese, un’ampia attuazione politica; anche il sorgere periodico di forze politiche di stampo fascista e antidemocratico in Occidente sembra provare che la democrazia non sia intrinseca nella cultura europea, come fanno pure i tentativi di leggi liberticide e la presenza di dittature, come quella bielorussa, anche nell’Europa contemporanea.
Bisogna ricordare che tutte le più antiche formulazioni giuridiche di diritti umani provengono dall’Asia, come il codice babilonese di Hammurabi (che eliminò l’arbitrarietà di reati e pene) o ancor più il cilindro di Ciro II di Persia, considerato il primo riconoscimento del diritto alla libertà di culto.
L’antico Impero ottomano smentisce la visione dell’Oriente come terra di integralismo religioso, visto che con la sua tolleranza in materia di fede accolse migliaia di ebrei fuggiti dalle persecuzioni in Spagna e in altre nazioni europee, che mostravano allora forti espressioni di fanatismo religioso.
Ma rimane il dato per cui la secolarizzazione di gran parte dei Paesi musulmani sia in molti casi ben lungi dall’essere raggiunta.
L’Europa ha vissuto una separazione tra vita pubblica e morale religiosa in un processo di scontro con le istituzioni della fede cristiana; allora perché non è avvenuto lo stesso nel mondo arabo nei confronti della religione musulmana?
Probabilmente perché l’identità araba è sorta sulla spinta unificante del primo Islam (Maometto diede un’unità politica e linguistica alle tribù della penisola arabica); ciononostante essa ha avuto e sta avendo fenomeni di emancipazione dalla sua componente religiosa: il panarabismo si fondò su una visione laica e socialisteggiante, ebbe larghi seguiti nel periodo del nasserismo egiziano ma poi troppo spesso si estinse in regimi dittatoriali come quello iraqeno e siriano; le Primavere arabe nacquero negli ambienti laici cittadini, anche se poi videro il prevalere delle fazioni islamiste che godono di maggiore seguito nelle zone extraurbane. Probabilmente uno dei problemi dello scarso sviluppo di un vero “equivalente arabo dell’Illuminismo” è dato dalle condizioni politiche: nell’Europa settecentesca le monarchie avevano interesse a sopprimere il potere religioso e l’Illuminismo ne fu la giustificazione in campo filosofico; attualmente però le maggiori potenze del mondo mediorientale, le nemiche Iran e Arabia Saudita, sono ambedue Stati religiosi che utilizzano proselitismo e ideologia religiosa per espandere la loro influenza e gestire il loro potere (l’Iran non è uno Stato arabo bensì persiano ma trattandosi di una potenza sciita influisce sul sentimento e sul pensiero degli arabi sciiti); a mantenere l’importanza nell’area mediorientale delle gerarchie religiose saudita e iraniana contribuisce certamente il sostegno dato loro dalle potenze occidentali, vale a dire Stati Uniti e Russia rispettivamente.
Non è forse opportuno né ragionevole attribuire alle potenze occidentali la responsabilità totale del mancato progresso di molte nazioni “orientali” in materia di diritti e secolarizzazione, ma è pur vero che esse hanno enorme potere e influenza sia culturale che economico-politica sul mondo globalizzato e ciò attribuisce loro un ruolo considerevole nel determinare le condizioni di sviluppo dei popoli extra-occidentali.
Ma, per tornare al discorso della laicità, bisogna tener presente che anche in questo caso all’interno dei Paesi occidentali esistono varie visioni della laicità (basti pensare all’importanza che riveste il sentimento religioso nella cultura americana, la presenza di ecclesiastici nella Camera dei Lord in virtù del loro ruolo religioso, i privilegi accordati dall’Italia alla Chiesa cattolica con i Patti lateranensi) e vere e proprie correnti di pensiero antisecolariste.
Sembra dunque che quella tra civiltà orientale e civiltà occidentale sia una divisione arbitraria e poco fondata. Viene da chiedersi: perché allora esiste questa divisione concettuale tra Oriente e Occidente e viene tanto usata? Chi ha formulato la dicotomia tra Oriente e Occidente e a chi è utile?
Certamente le nazioni occidentali traggono vantaggio da questa differenziazione, in cui l’Oriente assume connotazioni tendenzialmente negative: l’Occidente necessita dell’idea di Oriente per definirsi e per giustificare aggressioni alle nazioni meno forti militarmente. L’Oriente come Altro, come Diversità, consente di tracciare confini netti, di creare una propria identità, di avere un opposto da guardare ora con curiosità ora con disprezzo ma sempre con distanza.
Se l’Oriente non esiste, l’Occidente si costruisce ed esiste come il luogo del potere politico ed economico che, in virtù della propria potenza, può promuovere il proprio patrimonio culturale come l’unico degno di nota, come universale veicolo di sapere, come mezzo interpretativo di ogni realtà; l’Occidente costruisce l’Oriente come sua negazione, come contraltare negativo contro cui scagliarsi, verso cui è autorizzato a usare ogni mezzo pur di sottometterlo: se l’Occidente si dipinge come la razionalità, l’Oriente diventa la materializzazione dell’irrazionale da annientare come fa Teseo in una centauromachia. Una visione, questa, sviluppatasi nei secoli in rapporto alle mire espansionistiche delle forze occidentali.
All’inizio dell’Età moderna l’Europa si affacciò sul resto del mondo, e innanzitutto su Oriente, Africa e Americhe, con interesse rapace; le correnti di pensiero razionaliste e positiviste indussero nell’uomo occidentale che guardava all’esterno una furia classificatrice, con cui collocare lo straniero in categorie, ferma restando la “superiorità” del primo sul secondo: nacquero opere che a constatazioni di antropologia fisica mescolavano tesi pseudoscientifiche e razziste sul primato dell’europeo in ambito intellettivo e razionale. L'”altro” fu reso oggetto (oggetto di studio, oggetto di dominio politico e culturale, oggetto di sfruttamento), fu privato della propria soggettività e gli fu imposto il linguaggio occidentale, cosicché l’extraoccidentale non avesse altri termini per definirsi se non quelli propri dell’occidentale, non avesse altre lenti con cui guardare il mondo se non quelle del dominatore perché costretto ad adottarne i discorsi. Forte della sua potenza tecnologica e militare l’Occidente sottomise e rese dipendenti intere nazioni e ne soggiogò culturalmente un numero ancor maggiore. Il dominio culturale si attuò sia in forma di imposizione che di seduzione, opera tuttora in atto: i mass media diffondono in tutto il globo immagini del modo di vivere occidentale (o meglio, una visione idilliaca della vita occidentale borghese, ben diversa da quella vissuta dalla maggioranza degli occidentali, che però spesso vi aspirano), mostrano programmi televisivi in cui opulente famiglie bianche sono felici e spensierate, famiglie che appaiono all’extraoccidentale degne di apparire in tv in virtù della loro ricchezza materiale; egli è indotto quindi a desiderare la stessa vita, a cercare di riprodurla, a copiarne i modelli, magari cercando di costruirsi una vita simile proprio migrando nei Paesi occidentali per fare fortuna; e la sua mancanza di ricchezze gli appare imputabile ai suoi avi che con il loro misero lascito lo hanno condannato a “non esistere” nel mondo mediatico globale; questi suoi padri vanno dunque cancellati, rimossi, e con essi tutto il patrimonio culturale degli antenati; la cultura di origine viene rifiutata, la lingua dimenticata, per abbracciare il vincente modello occidentale.
Una visione occidentalista del mondo ha macchiato ampiamente ogni campo del sapere: in una magistrale opera, “Orientalismo”, il critico Edward Said mise in luce la lunga serie di concezioni false e stereotipate presenti nella cultura europea riguardo le nazioni orientali e ne smascherò la strumentalità per i fini dell’Occidente; in maniera talvolta priva di intenzionalità, la maggioranza degli scrittori europei e nordamericani hanno dato dell’Oriente una rappresentazione distorta.
L’intera letteratura orientalista ed esotica, ad esempio, costruì un Oriente immaginario, scisso dalla realtà asiatica, fondato su cliché e capace di crearne di nuovi: la Malesia descritta da Emilio Salgari è un luogo della fantasia in cui si muovono personaggi di evidente cultura europea, ma non poteva essere altrimenti visto che il suo ideatore non uscì mai dai confini italiani; anche l’India delle storie di Rudyard Kipling è una terra magica vista attraverso le lenti di un occidentale quale era lo scrittore britannico, che fu tra l’altro convinto della necessità del colonialismo per il beneficio dei popoli sottomessi (“Il fardello dell’uomo bianco”, titolo di un suo poema) in una visione paternalistica e razzista. Analogamente anche i romanzi di Joseph Conrad, per quanto egli individui l’orrore dell’esperienza colonialistica, mostrano un’Africa selvaggia che riflette percezioni europee senza addentrarsi nella realtà locale, come sottolineato dallo scrittore Chinua Achebe (ma tutto ciò non sottrae certo valore letterario a tali opere, pur ricollocandole nel loro determinato contesto di genesi).
Ma il dato culturale ha ancora oggi un risvolto politico.
La concezione di uno scontro di civiltà continua a offrire ai governi dei Paesi occidentali un nemico definito, degli “Stati canaglia” da combattere, un Altro (in buona parte irreale e costruito) grazie al quale mostrare ai cittadini la propria superiorità come “civiltà migliore”, con cui spaventarli e farli sentire minacciati, così da rafforzare il proprio ruolo di guida e giustificare restrizioni alle libertà personali in nome della sicurezza e della protezione: la sospensione dei diritti che seguì gli attentati alle Torri Gemelle di New York, con l’intromissione nella privacy, con gli arresti arbitrari, con il clima di paura e di violenza nei confronti degli immigrati musulmani e dei diversi in generale, con gli inferni di Guantanamo Bay e Abu Ghraib, dovrebbe tenere all’erta sulla strumentalità di questo argomento a uso e consumo di chi detiene il potere.
La visione occidentalista non viene espressa dal solo Occidente: anche in molte nazioni extraoccidentali parte della cultura si è adattata a queste concezioni.
In Turchia e in alcuni Paesi arabi mediterranei, sotto l’influsso culturale del colonialismo, il concetto di “modernità” è stato a lungo connesso al concetto di “europeo”: movimenti democratici, riformisti e progressisti come il kemalismo hanno assunto l’Europa e gli Usa come realtà cui aspirare, assumendo pericolosamente “progresso” ed “europeizzazione” o “americanizzazione” come sinonimi e ricalcando la logica europeo-americana per cui la loro civiltà sia la sola ad andare avanguardisticamente in avanti; su tale equivoco si fonda il rafforzamento della posizione dei segmenti tradizionalisti e antisecolaristi di queste società che hanno buon gioco nel denunciare progressisti e laicisti di occidentalismo e rinnegamento della cultura locale, perché effettivamente troppo spesso hanno assurto le liberaldemocrazie euro-americane a modello senza ricercare nel proprio passato culturale i semi di uno sviluppo civile e politico democratico e libertario basato sulle peculiarità autoctone.
Parte della cultura israeliana ha “voluto” configurarsi come occidentale, anche in ragione del fatto che moltissimi israeliani discendono da ebrei europei, ma ciò non spiega del tutto le politiche perseguite: negli anni Israele ha adattato le proprie politiche e i propri rapporti di vicinanza a una visione di appartenenza al mondo europeo e nordamericano, percependosi spesso in una alterità rispetto al mondo arabo che circonda la nazione (come dimostrano i tentativi dei governi Nethanyau di rendere Israele uno Stato “ebraico”, emarginandone le componenti arabo-israeliane che comunque esistono).
In tal senso prosegue una “costruzione” fisica dei concetti di Oriente e Occidente, dando corpo a visioni partorite dai pregiudizi dei colonizzatori e del mondo occidentale in generale.
Se nel dibattito scientifico, e più genericamente nell’analisi della realtà, la suddivisione in categorie di aspetti privi di soluzione di continuità può risultare conveniente e necessaria, la categorizzazione di Oriente e Occidente appare dunque scarsamente utile per una comprensione antropologica delle culture, oltre a risultare divisiva, essere un ostacolo al dialogo tra culture differenti e un mezzo per mantenere un discorso che si fondi sulla centralità delle potenze euro-americane e pratichi un colonialismo culturale sul resto del mondo.

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Nome*

Commento