Gio 9 Luglio 2020
ANNO I
26 | maggio | 2016

Il riscaldamento per la corsa alla Casa Bianca: guida alle primarie americane

 

Il 20 gennaio 2017 terminerà il secondo (e, per il XXII emendamento della Costituzione americana, ultimo) mandato di Barack Obama quale presidente degli Stati Uniti d’America. Termina definitivamente la prima amministrazione statunitense guidata da un afroamericano, sulla quale il giudizio degli osservatori politici non è certo unanime: gli otto anni di presidenza Obama hanno visto gli Stati Uniti uscire dalla recessione e tornare a livelli occupazionali e di sviluppo economico pre-crisi (con una rinascita del comparto manifatturiero e automobilistico grazie agli incentivi spesi), ma hanno deluso molti elettori che si aspettavano cambiamenti politici più drastici dal presidente democratico (in particolare per quel che riguarda l’uso di droni in guerra, le operazioni militari estere, il rapporto tra le lobby e le scelte dell’amministrazione, la lesione dei diritti civili e della privacy per ragioni di sicurezza); una riforma sanitaria più equa e inclusiva (l'”Obamacare”) è stata varata, pur con i necessari ammorbidimenti fatti come concessioni a una Camera dominato dai repubblicani dal 2011 (che ottennero anche la maggioranza del Senato nel 2015); da molti è stato criticato il conferimento all’appena eletto Barack Obama del premio Nobel per la pace 2009, dal momento che egli si mostrava comunque intenzionato a mantenere i contingenti militari in Afghanistan e Iraq e che sosteneva la legittimità del concetto di “guerra giusta”; in proposito bisogna però anche rilevare che il dialogo col mondo islamico messo in atto dall’amministrazione Obama ha segnato un cambiamento notevole rispetto al clima di tensioni generato nell’era Bush e non vi è stata apertura di nuovi fronti militari diretti negli 8 anni di presidenza Obama.

 

Il supporto ai diritti civili per i gay e alla maternità pianificata, la parziale regolamentazione del mercato finanziario, gli appelli al controllo del possesso di armi e per la chiusura del carcere di Guantanamo Bay, l’impegno per la riduzione delle emissioni di inquinanti, la distensione dei rapporti con Cuba e la riapertura dei rapporti commerciali con l’Iran (atto che ha allontanato i pericoli connessi all’uso non pacifico del nucleare da parte di Teheran) hanno invece conferito un generale consenso popolare all’operato di Obama; l’opposizione repubblicana, intanto, ha criticato le aperture all’Iran e il disgelo con il regime castrista, le più aperte politiche sull’immigrazione dal Messico e il mancato interventismo nei teatri di guerra esteri, come la Libia e la Siria. Il bilancio complessivo del governo Obama, dunque, mostra un forte mutamento in senso progressista della politica americana. Ma tale tendenza continuerà a partire dal 2017? Chi sarà, succedendo ad Obama, a sedere nello studio ovale della Casa Bianca?

 

Mentre questo articolo viene scritto, sono in corso le primarie americane, in cui i due grandi partiti del sistema politico sostanzialmente bipartitico americano, il Partito democratico (su posizioni liberali progressiste) e il Partito repubblicano (su posizioni liberali conservatrici), scelgono il proprio candidato, con cui sfidare il candidato dello schieramento opposto (e in più gli eventuali candidati indipendenti) nella corsa alla presidenza degli USA. Mentre in Italia il sistema delle primarie come meccanismo di scelta del candidato partitico è solamente appannaggio del centro-sinistra, in America le primarie sono parte integrante della vita politica di entrambi i partiti. Le primarie si svolgono come elezioni semidirette: in ognuno dei 50 Stati americani vengono eletti dei delegati per ogni partito che poi, nella Convention (assemblea nazionale) del partito, eleggono il candidato. Ogni delegato esprime prima delle elezioni primarie il suo sostegno a uno dei candidati che partecipano alle primarie.

 

Ai delegati eletti si aggiunge poi un piccolo gruppo di delegati non scelti dal voto popolare. Le primarie si svolgono in giorni diversi (generalmente da gennaio-febbraio a giugno) nei vari Stati, ma sono coordinate quelle democratiche e quelle repubblicane, in maniera tale che gli elettori dei due partiti in uno stesso Stato votino lo stesso giorno. Le primarie sono regolate dalle leggi dei singoli Stati e perciò avvengono in maniera differente a seconda dello Stato: innanzitutto in alcuni Stati non ci sono primarie aperte agli elettori ma “caucus”, cioè assemblee di rappresentanti del partito che votano il loro candidato (con modalità variabili di Stato in Stato); poi esistono Stati in cui possono votare solo coloro che sono iscritti alle liste elettorali (da quanto tempo bisogna esservi iscritti varia di Stato in Stato) mentre in altri possono votare tutti; poiché in molti Stati alle liste si viene registrati come elettori “democratici” o “repubblicani” (dicitura che si può modificare in ogni momento), in alcuni Stati si può votare solo per le primarie del partito verso cui si dichiara di essere orientati, mentre in altri Stati si può votare per le primarie del partito a cui non si è registrati (ma si può votare per le primarie di un solo partito); o anche, in alcuni Stati in cui possono votare i non registrati, si può votare necessariamente per le primarie del partito cui si è registrati e invece al partito che si decide al momento se non si è già registrati.

 

Ma chi sono i candidati in lizza?
Nelle primarie repubblicane i giochi sono fatti: a partire dal 3 maggio (giorno delle primarie in Indiana), l’unico candidato repubblicano rimasto è l’imprenditore immobiliare e televisivo Donald J. Trump. Erede della società paterna, noto al grande pubblico americano in quanto produttore e conduttore dello show televisivo The Apprentice (in cui aspiranti uomini d’affari dovevano superare sfide manageriali per non essere eliminati da Trump con un “you’re fired”, sei licenziato), il miliardario (ma secondo alcuni milionario) Donald Trump ha sempre suscitato polemiche che ne hanno accresciuto la fama, sostenendo ad esempio che Barack Obama fosse in realtà nato in Kenya e pertanto ineleggibile (tesi smentita da numerosi documenti) o sostenendo che gli USA avrebbero dovuto boicottare l’Italia nel corso del procedimento giudiziario che vide imputata l’americana Amanda Knox. Dopo aver fatto parte del piccolo Partito riformista e aver avuto una parentesi nel Partito democratico, Trump ha poi trovato collocazione nel Partito repubblicano, candidandosi alle primarie.

 

Nel corso della campagna elettorale ha costruito un’immagine di uomo deciso, pragmatico e capace, che al contrario degli altri politici non parla “politichese” e “dice le cose come stanno”; mostrando la sua iconica immagine personale dotata di un ciuffo di capelli biondi, il 69enne Trump non risparmia alle platee un linguaggio triviale e frasi che gli hanno procurato (fondate) accuse di razzismo e misoginia. Tra le varie concezioni sostenute da Trump vi è il possesso di armi senza limitazioni da parte dei cittadini, l’imposizione di dazi alla Cina per contrastarne l’avanzata economica, e una posizione di totale avversità e chiusura verso i migranti, in particolare quelli provenienti dal Messico (ha proposto di erigere un muro al confine messicano per evitarne l’ingresso e ha sostenuto che “portano droghe, portano crimine, sono stupratori”, per poi giustificare come “appassionati” due suoi supporter che avevano pestato un senza-tetto ispanico; inoltre ha proposto di chiudere le frontiere americane a tutti i musulmani, con un’evidente discriminazione in base al credo religioso); celebri le visioni sessiste di Trump (accusato di molestie da più donne e in passato denunciato per stupro dall’ex moglie), con frasi che descrivono le donne come oggetti di possesso e le riducono al solo aspetto fisico e che liquidano le critiche femministe come dovute al fatto che sono “tutte innamorate di lui”.

 
Se le uscite di Donald Trump sono considerate stravaganti, insensate, surreali e folli da una gran parte del mondo culturale globale, riscuotono successo negli ambienti dell’America rurale e illetterata, patriottica e orgogliosa, convinta che gli USA siano la nazione migliore al mondo e meritino di essere la guida di ogni altra nazione. Ma Trump è stato capace di convincere anche gli ambienti borghesi e la classe media americana, giocando sulla loro allergia agli interventi statali nell’economia e nella società (come l’Obamacare) e affermando di essere l’unico dotato del coraggio necessario per “make America great again” (far tornare l’America grande) imponendo la sua egemonia a livello globale nell’economia e in forma di imperialismo politico (Trump è un sostenitore degli interventi militari, è contrario all’elargizione di aiuti umanitari a nazioni in difficoltà ed è un avversario degli accordi con nazioni “canaglia” come l’Iran). Pur avendo antipatie tra elettrici repubblicane, religiosi e repubblicani moderati, Trump è riuscito a sedurre una parte importante della società americana. I sostenitori di Trump vedono in lui il loro riflesso e la legittimazione di un linguaggio approssimativo e senza remore (non confinato neppure dal rispetto verso categorie umane), ma al contempo carismatico e convincente (prodotto delle grandi capacità comunicative di Trump, che gli hanno infatti consentito di avere molta attenzione televisiva prima come magnate e poi come politico), mentre minoranze e movimenti femministi e di sinistra ne sottolineano il populismo e ne comparano i discorsi con opinioni tipiche del nazi-fascismo.
Gli altri candidati repubblicani che si sono man mano ritirati nel corso delle primarie includevano (oltre i meno affermatisi Jim Gilmore, Chris Christie, Carly Fiorina e Mike Huckabee) il cattolico antiabortista e strenuo oppositore del matrimonio gay Rick Santorum, il conservatore Rand Paul, appoggiato dal movimento dei Tea Party, il fratello minore dell’ex presidente George W. Bush, Jep Bush, il medico tradizionalista Ben Carson (scettico verso evoluzionismo e cambiamenti climatici e sostenitore di particolari tesi come complotti comunisti contro l’America o come la costruzione delle piramidi egizie da parte del biblico Giuseppe), e Marco Rubio, favorevole agli interventi militari esteri e contrario all’accoglienza di siriani; gli ultimi a ritirarsi dalla corsa sono stati John Kasich (antiabortista e favorevole alla privatizzazione di carceri, ma con visioni piuttosto moderate in campo economico e in quello dei diritti sociali) e infine Ted Cruz (conservatore sui diritti civili, sostenitore della pena di morte, liberista, critico sulla politica estera di Obama e sulle evidenze scientifiche del cambiamento climatico).
Il ritiro dei candidati che hanno già avuto ruoli di governo, connessi all’establishment repubblicano e dotati di un linguaggio più moderato dimostra uno spostamento dell’America repubblicana verso concezioni più populiste, insofferenti al cosiddetto “politicamente corretto” e desiderosi di novità capaci di sconvolgere i passati equilibri del Partito e di inaugurare una politica diametralmente opposta a quella democratica portata avanti da Obama.

 

Sul fronte democratico, invece, la battaglia, per quanto appaia già decisa, è tuttora in atto e, a sentire i candidati, proseguirà fino all’ultimo giorno di elezioni primarie (che sarà il 14 giugno 2016).
Dei tre candidati in ballo all’inizio delle primarie, si è ritirato Martin O’Malley, strenuo oppositore della pena di morte, favorevole ai diritti gay e autore di una legge che consente ai figli di immigrati irregolari di poter aspirare a sgravi nelle spese per lo studio in base al merito.
Gli altri due candidati sono il 74enne senatore del Vermont Bernie Sanders e Hillary Rodham Clinton, segretaria di Stato per l’amministrazione Obama fino al 2013.

 
Bernard (“Bernie”) Sanders è espressione dell’anima più radicale e più di sinistra del Partito democratico ed è l’unico politico americano di alto livello ad autodefinirsi “socialista democratico”; eppure, se anche al primo sguardo può sembrare ideologicamente e anagraficamente un ultimo retaggio della politica novecentesca, Sanders, al contrario, ha un grandissimo sostegno tra gli studenti e i giovanissimi: le sue proposte politiche, dirette verso una maggiore uguaglianza sociale e forti di concretezze (come la gratuità dell’istruzione, l’estensione della copertura sanitaria ben oltre l’Obamacare, un salario minimo sufficiente) riscuotono entusiasmi nelle nuove generazioni, forti di idealismo e volontà di cambiamento. Ebreo ma religiosamente non praticante, oppositore delle guerre come strumento di risoluzione delle crisi, sostenitore dei diritti LGBT, Sanders propone un modello di welfare simile a quello scandinavo e critica la lesione delle libertà civili operata in America in nome della sicurezza a partire dall’era Bush. Sanders si oppone alla pena di morte, denuncia la diffusione di islamofobia e la difficile condizione dei detenuti, si dichiara ambientalista e femminista ed è favorevole all’aborto.
Sebbene Sanders sia un forte sostenitore dei diritti degli afroamericani e delle minoranze etniche (partecipò in gioventù alle marce dei neri americani subendo anche le percosse della polizia), è proprio tra loro che trova meno consensi: anche se le sue politiche sono rivolte verso le classi più emarginate, Sanders trova ampi consensi tra la borghesia bianca progressista, mentre i ceti poveri ispanici e afroamericani tendono a essere più affascinati da politici con  immagini mediatiche più forti, come la Clinton.
Hillary Clinton, moglie dell’ex presidente democratico degli USA William (“Bill”) Clinton, ha alle spalle una solida esperienza politica: proveniente da una benestante famiglia repubblicana, avvocatessa con particolare interesse per i diritti dei minori, lavorò anche a contatto con situazioni disagiate, fu attiva nelle proteste pacifiste contro la guerra nel Vietnam e fu insegnante di diritto penale; fu al fianco del marito Bill (conosciuto ai tempi dell’università di legge a Yale e di cui ha assunto il cognome dopo il matrimonio) nel corso del di lui mandato come governatore dell’Arkansas e poi durante quello di Presidente, e secondo molti a lei sono da attribuire diverse scelte politiche maturate da quella amministrazione (ma i rapporti con Bill non furono sempre idilliaci a causa dei vari tradimenti operati da lui, di cui passò alle cronache quello con la stagista alla Casa Bianca Monica Lewinsky); nel corso del mandato del marito fu anche eletta senatrice dello Stato di New York. Data per vincente alle primarie democratiche del 2008 per la presidenza, cui si era candidata, fu invece sconfitta da Barack Obama, che, divenuto presidente, la scelse quale Segretaria di Stato (carica ministeriale che non ha un equivalente nei Paesi europei: si occupa soprattutto di coordinare la politica estera, ma ha anche incarichi di politica interna come quello di guardasigilli, e all’interno dell’esecutivo americano ha un ruolo secondario solo a quelli di Presidente e Vicepresidente). Nel corso di questo mandato (terminato nel 2013 a causa di problemi di salute, connessi a una caduta con conseguente trombosi venosa, per la quale ha subìto un lungo trattamento) la Clinton si distinse per una politica basata sul disgelo diplomatico con Paesi che avevano tensioni con gli USA, promozione dei diritti umani e scarso interventismo militare diretto (sebbene con lei gli Stati Uniti siano intervenuti in Libia e abbiano avuto ruoli nelle crisi ucraina e siriana), ma ricevette forti accuse da parte repubblicana quando l’ambasciatore americano in Libia, Chris Stevens, fu ucciso in un attacco a Bengasi l’11 settembre 2012, e il Dipartimento di Stato americano fu descritto come incapace di mettere in condizioni di sicurezza i propri diplomatici. E ora la Clinton ritenta, per la seconda volta, di vincere le primarie democratiche, stavolta con maggiori speranze, visti l’ampio consenso e la grande notorietà che una vita impegnata in politica le hanno conferito.
Dopo iniziali avversioni, la Clinton è poi divenuta sostenitrice dei diritti gay e ha affermato come Segretaria di Stato che “i diritti gay sono diritti umani”; femminista, trova ampio sostegno non solo tra le donne del ceto medio (che vedono in lei un modello di “donna in carriera” di successo) ma anche tra le donne delle classi sociali più basse; nel suo ruolo di Segretaria di Stato ha insistito sui temi dei diritti femminili e del contrasto alla violenza contro le donne in America e nel mondo (tanto da far parlare di “dottrina Hillary”). Più moderata di Sanders in campo economico, si mostra pragmatica e decisa a mantenere l’Obamacare così come è, a valutare di volta in volta gli eventuali interventi militari (votò a favore degli interventi in Afghanistan e in Iraq ma poi ne criticò la gestione da parte di Bush) e a mantenere un certo realismo politico nei rapporti con le multinazionali e le agenzie finanziarie.
Sanders ha così buon gioco nell’indicare Hillary Clinton come la riproposizione di una politica già vista con Bill Clinton e Obama, come un’opportunista nell’approccio a battaglie LGBT e come una donna politica troppo legata alle potenti lobby e agli ambienti della finanza, troppo coinvolta nei sistemi di potere per poterli modificare.
Ma nonostante ciò Hillary Clinton è molto avanti nei risultati elettorali e il suo successo non è stato scalfito nemmeno dalle critiche per aver usato la propria casella di posta elettronica personale anche per comunicazioni ufficiali in qualità di segretaria di Stato.
L’annuncio di Sanders di non volersi ritirare dalla corsa elettorale sebbene la sua candidatura diventi sempre meno probabile sta avendo l’effetto di mantenere a sinistra il dibattito democratico e contribuire a influenzarlo con tematiche care ai giovani e alle minoranze.
Lo scontro che si prospetta tra Donald Trump e (probabilmente) Hillary Clinton includerà un giudizio degli americani sull’era Obama e metterà a confronto due anime degli Stati Uniti: l’America orgogliosa e chiusa, bigotta e razzista, timorosa dell’esterno e forte della sua identità, ostaggio del suo senso di superiorità e di sogni di egemonia, e l’America curiosa e inclusiva, collaborativa con le altre nazioni e dinamica, aperta e capace di valorizzare ogni sua energia.
E dalla scelta degli elettori americani dipenderà il futuro di una delle nazioni più influenti nella politica globale e dunque in parte anche il nostro futuro.

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Nome*

Commento