Gio 9 Luglio 2020
ANNO I
14 | febbraio | 2016

Il morbo e la croce: il virus Zika e il cattolicesimo sudamericano

Il 5 febbraio 2016 Zeid Raad al-Hussein, alto commissario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha espresso, a nome dell’Onu, la richiesta di una urgente revisione delle politiche in materia di contraccezione e aborto ai Paesi coinvolti nell’epidemia da virus Zika, che si sta diffondendo principalmente nelle nazioni sudamericane. Alla base dell’intervento del commissario vi sono le modalità di infezione e le probabili implicazioni patologiche del virus e la loro contingenza con la legislazione in materia di interruzione di gravidanza dei Paesi dell’America Latina, che è un riflesso di radicate concezioni culturali. Ma innanzitutto l’epidemia: cos’è il virus Zika? Si tratta di un virus che prende il suo nome dalla foresta Zika, in Uganda, dove fu per la prima volta individuato nei macachi; si tratta dunque di un agente patogeno originario dell’Africa centrale, dove, a partire dagli anni ’50, iniziarono le prime epidemie umane della malattia Zika, prodotta dall’omonimo virus; da lì il patogeno si è lentamente diffuso nel Nord Africa, nell’Asia meridionale negli anni ’70, poi nelle isole del Pacifico nel 2013 e infine, negli ultimi mesi del 2015, il virus è giunto a colonizzare l’America Centro-Meridionale e i Caraibi, provocando una pandemia (le stime parlano di 1,5 milioni di infetti in Brasile e 30.000 in Colombia, per citare due tra i diversi Paesi colpiti, al gennaio 2016). Il virus Zika fa parte del gruppo degli Arbovirus, cioè virus che passano da un organismo a un altro usando come vettore un artropode, nel caso dello Zika la zanzara. Non tutte le zanzare fungono da trasporto per il virus Zika: le specie in questione sono del genere Aedes, in particolare le zanzare Aedes aegypti e, più raramente, Aedes albopictus (le cosiddette “zanzare tigri”), specie non molto comuni nelle latitudini europee ma diffusissime nelle zone tropicali e subtropicali; proprio il fatto che le zanzare pungano organismi di specie differenti consente il passaggio di specie del virus: oltre che nell’uomo, è presente in scimmie, roditori e grandi mammiferi della savana, tutti animali che fungono da “serbatoio” per il virus: quando un ceppo virale si adatta a una certa specie di ospite (attraverso la scomparsa degli agenti patogeni più nocivi e degli ospiti più sensibili alla patologia), può riassumere patogenicità (capacità di produrre una malattia) passando a infettare una specie diversa, a cui lentamente si adatterà a sua volta. Il fatto di poter passare da un animale all’uomo e poi, tornato sull’animale, infettare nuovamente l’uomo, fa sì che uno stesso ceppo virale possa produrre epidemie a distanza di intervalli temporali.
Dunque le zanzare rappresentano il principale veicolo di trasmissione del virus Zika, tra individui di specie diverse come tra individui della stessa specie (incluso l’uomo); tuttavia sempre più casi fanno pensare che si possa anche trasmettere da umano a umano attraverso rapporti sessuali (è stata infatti documentata la presenza di virioni, vale a dire particelle del virus, nel liquido seminale di persone infette e nel febbraio 2016 ci sono state almeno tre trasmissioni sessuali), attraverso trasfusioni di sangue e dalla madre al feto superando la placenta. Si pensa invece che una trasmissione attraverso la saliva sia improbabile perché, pur contenendo essa il virus, ne presenta concentrazioni così basse da non poter veicolare la malattia.
Ma cosa provoca tale virus?
In circa un quarto delle persone infettate non provoca alcun sintomo; nel resto dei casi si presenta una febbre lieve, della durata di pochi giorni, spesso associata a eruzioni cutanee, mal di testa, dolori articolari, infiammazione della congiuntiva.
I sintomi della malattia sono facilmente trattabili con paracetamolo e la malattia scompare generalmente in poco tempo; tuttavia in persone che vivono in stato di denutrizione e in precarie condizioni igieniche (come molti abitanti delle favelas sudamericane), in concomitanza con altre malattie può produrre complicazioni e portare a esiti più gravi fino a contribuire al decesso; inoltre la pandemia sudamericana sta presentando casi clinici inediti (dovuti forse a un nuovo ceppo di virus Zika o alla sua interazione con un nuovo ambiente e con una nuova popolazione di ospiti): come mostra uno studio del gennaio 2016, un numero crescente di sudamericani affetti dal virus Zika presenta la sindrome di Guillain-Barré (il virus attacca il sistema nervoso periferico producendo debolezza della muscolatura, a partire da quella degli arti, fino alla paralisi dei muscoli e arrivando a minacciare la sopravvivenza della persona se giunge a intaccare i muscoli della respirazione); inoltre, quando una madre in gravidanza contrae il virus Zika, il neonato può presentare una microcefalia, cioè un cranio di dimensioni più piccole del normale, che implica in genere forti disturbi nello sviluppo intellettuale e nelle funzioni motorie del bambino: in realtà non esistono ancora abbastanza studi scientifici per asserire un rapporto di causa-effetto tra malattia Zika e microcefalia (i tempi delle ricerche scientifiche nel campo sono necessariamente lunghi) ma i dati statistici possono intanto far supporre una qualche correlazione (3893 casi di microcefalia in Brasile tra ottobre 2015 e gennaio 2016 contro i 147 di tutto il 2014).
Queste evidenze hanno messo in allarme le autorità sanitarie sudamericane, dove si sta sviluppando un importante focolaio di virus Zika (sono 29 i Paesi colpiti al 10 febbraio 2016) e dove il tasso di natalità (pur essendo drasticamente diminuito nell’ultimo decennio) rimane considerevole.
Attualmente non esiste un vaccino contro il virus Zika: nelle ultime settimane ne sono stati messi a punto due possibili candidati (uno prodotto da un ente americano e uno da un’azienda indiana) ma la loro necessaria sperimentazione in trial clinici e l’eventuale produzione su larga scala richiederanno diversi mesi.
Il 20 gennaio 2016 il governo colombiano ha consigliato alle donne di evitare le gravidanze, vista l’elevata possibilità di dare alla luce bambini microcefalici; nei giorni successivi anche Brasile, El Salvador ed Ecuador hanno invitato a rimandare le gravidanze.
Molto difficilmente un invito di questo tipo verrà raccolto dai sudamericani con un periodo indefinito di astinenza sessuale: e tuttavia questa rappresenta oggi l’unica scelta possibile laddove l’aborto è illegale in tutti gli Stati dell’America Centrale e Latina (con l’eccezione di Cuba, Martinica, Guadalupa, Guyana e Uruguay; in Brasile è consentito solo se conseguenza di stupro o se la gravidanza mette in pericolo la vita della donna, in Argentina, Perù, Ecuador e Costa Rica solo per gravi rischi della salute della madre e in Venezuela, Suriname, Paraguay, Honduras e Haiti solo se la donna è in serio pericolo di vita) e le campagne per la contraccezione e per la pianificazione familiare che i governi dovrebbero portare avanti sono pressoché inesistenti. Il divieto di pratiche abortive e lo scarsissimo uso di contraccezione sono senza dubbio imputabili alla forte influenza della Chiesa cattolica sudamericana sulla cultura locale.
Secondo la dottrina cattolica, infatti, l’aborto, sopprimendo un organismo con una sua individualità, deve essere considerato una forma di omicidio punibile allo stesso modo e, poiché l’atto sessuale è accettato solo se finalizzato alla procreazione, le metodiche contraccettive non sono ammissibili.
All’invito dell’alto commissario dell’Onu rivolto ai governi è giunta immediatamente la risposta dei vescovi brasiliani: il 7 febbraio 2016 la Conferenza episcopale brasiliana, per bocca di monsignor Sérgio da Rocha, ha espresso la sua totale contrarietà all’uso dell’aborto in risposta all’epidemia.
Il radicamento del cattolicesimo in Sudamerica è storia antica: originò con le prime missiones spagnole che nelle loro strutture barocche ospitavano gli indios convertiti, si sviluppò in sincretismi popolari con le fedi indigene e con quelle degli schiavi trasportati dall’Africa pur mantenendo un forte rispetto dell’autorità di Roma, si installò con l’opera dei gesuiti e contrastò apertamente governi liberali e marxisti, e partorì sia dittatori ferventi cattolici come il cileno Augusto Pinochet che preti della Teologia della Liberazione pronti al conflitto con le gerarchie ecclesiastiche e con i militari per solidarizzare con i lavoratori e i movimenti rivoluzionari. E non è un caso che l’attuale Papa, Jorge Maria Bergoglio, venga dal Sudamerica, terra intrisa di fede a fronte di un’Europa laicizzata.
Negli ambienti rurali di molti Paesi, soprattutto nelle zone in cui l’autorità statale è debole, magari zone reduci da anni di guerriglia e povertà, lì la voce della Chiesa cattolica è forte e i suoi rappresentanti sono rispettati e potenti punti di riferimento per la popolazione.
I dettami della Chiesa hanno così nel tempo plasmato la vita associata delle comunità sudamericane, rendendosi parte del sentire popolare ed elemento integrante dei principi alla base del vivere sociale locale. Da qui e dall’influenza che la Chiesa continua a esercitare sui governi (si pensi alle tenaci proteste che scatenò contro il governo argentino di Cristina Kirchner nel 2010 quando approvò il matrimonio egualitario) deriva l’enorme responsabilità del cattolicesimo nella legislazione sull’aborto nei Paesi dell’America Latina. Bisogna rilevare che negli ultimi anni il cattolicesimo sta perdendo fedeli in favore delle Chiese evangeliche, in particolare in Brasile, ma anch’esse sono tenacemente attive contro l’aborto e l’uso di anticoncezionali.
L’atteggiamento di contrarietà all’interruzione volontaria di gravidanza da parte della Chiesa cattolica sudamericana è molto evidente: nel 2009 balzò all’attenzione della cronaca il caso di una bambina brasiliana di 9 anni che, violentata dal patrigno, fu fatta abortire da un’équipe medica, con il consenso della madre, per i pericoli connessi a una gravidanza in così giovane età, in più frutto di stupro; l’arcivescovo di Recife Josè Cardoso Sobrunho notificò immediatamente una scomunica ai medici coinvolti nell’interruzione di gravidanza. Il forte gesto del religioso brasiliano apparve drammaticamente inopportuno in un contesto del genere, dimostrando la radicalità e l’assolutezza dell’avversione cattolica all’aborto.
Il problema posto dal virus Zika, di fronte al quale la risposta cattolica della castità appare risibile e inadeguata, si aggiunge all’insostenibile lesione del diritto delle donne sudamericane di scegliere una maternità responsabile e di decidere del proprio corpo. All’influenza cattolica ed evangelica si aggiunge sul terreno culturale anche una visione machista particolarmente forte, che persiste nonostante i notevoli progressi avvenuti negli ultimi anni (si iniziano a imporre modelli femminili emancipati, sempre più donne raggiungono i vertici degli Stati) e che ancora impedisce una giusta considerazione politica delle istanze femminili in tema di diritti.
Si può concordare con quanto affermato dalla stampa cattolica, secondo la quale ci sono anche molti altri cambiamenti da mettere in atto nella realtà latinoamericana per combattere l’epidemia di Zika: certamente è necessario rendere giusti ed efficienti i sistemi sanitari sudamericani, combattere povertà e disagio sociale, essendo gli abitanti dei villaggi e delle baraccopoli i più esposti, e fornire quantomeno le basilari protezioni contro le punture di zanzare agli strati sociali sprovvisti. Ma tutto ciò non esclude che la diffusione della contraccezione e una legislazione sull’aborto consentirebbero una tutela della salute delle donne, un freno al contagio da malattie sessualmente trasmissibili (chiaramente non solo Zika, ma soprattutto Aids, sifilide, clamidia e gonorrea), una forte limitazione della pericolosa pratica degli aborti clandestini (già stimati in circa un milione l’anno nel solo Brasile) e una prevenzione di condizioni di abbandono e malnutrizione infantili.
Le Olimpiadi che nell’agosto del 2016 si terranno in Brasile, a Rio de Janeiro, porteranno l’attenzione mondiale sul problema: già l’epidemia di Zika ha messo in allarme le federazioni atletiche di tutto il mondo, con il comitato olimpico statunitense che ha dichiarato di lasciare gli sportivi liberi di decidere se recarsi o meno ai Giochi.
Alla fine del gennaio 2016 la presidentessa brasiliana Dilma Rousseff ha mobilitato l’esercito per mettere in atto una massiccia opera di informazione della popolazione e di disinfestazione e bonifica degli acquitrini contro le zanzare Aedes aegypti.
La speranza è che i riflettori puntati, grazie ai Giochi olimpici, sul Sud America e sulle sue problematiche diano voce alle associazioni femminili e ai movimenti che si battono per la legalizzazione dell’aborto e per la diffusione degli anticoncezionali, spronino i governi mondiali a investire nella ricerca scientifica su patologie che affliggono Paesi in via sviluppo e inducano i governi sudamericani a puntare maggiormente su sistemi sanitari equi e sulla lotta alla povertà e al degrado sociale.

 

 

 

Lascia un commento

Nome*

Commento