Gio 9 Luglio 2020
ANNO I
02 | maggio | 2016

All’ombra del Faraone: la morte di Regeni e la politica d’Egitto (2^ PARTE)

La vicenda di Giulio Regeni si inserisce dunque in questo scenario: Regeni si occupava delle lotte per i diritti sociali di quella parte della sinistra egiziana lontana dagli islamisti ma anche insofferente a un governo autoritario militare. Regeni, nel corso delle sue ricerche sulle condizioni sociali dell’Egitto, era entrato in contatto con studenti e sindacalisti invisi al regime, si era inserito in ambienti mal tollerati dalle autorità egiziane, oggetto di controllo e arresti da parte della polizia. Giulio Regeni parlava con esponenti di movimenti femministi, con sindacalisti e con venditori ambulanti per conoscere a fondo la realtà sociale del Cairo, megalopoli tra le più densamente popolate al mondo, dotata di un mirabile centro storico, di quartieri ricchi ma anche di affollate baraccopoli periferiche che pongono all’Egitto importanti questioni sociali. E Regeni potrebbe esser stato arrestato e torturato dalla polizia egiziana perché ritenuto uno scomodo osservatore e narratore delle controverse azioni del governo, o forse perché scambiato per una spia straniera (un italiano che parli arabo potrebbe aver destato infondati sospetti). Potrebbe esser stato tratto in arresto nel corso della serie di fermi con cui il governo Al-Sisi voleva reprimere sul nascere eventuali manifestazioni in nome della democrazia nell’anniversario dei moti che avevano detronizzato Mubarak, moti che rimanevano un riferimento sia per gli islamisti, illegittimamente privati del potere e perseguitati, e sia per la sinistra laica, che con il regime militare aveva visto infrangersi i suoi sogni di libertà.

 

Le menzogne raccontate sull’uccisione di Regeni dalle autorità egiziane le rendono imputate o perlomeno complici per la morte del ricercatore ventottenne: nonostante gli evidenti segni di tortura (bruciature di sigarette, tumefazioni, coste rotte), la prima versione della polizia egiziana fu di incidente stradale; la versione successiva fu di omicidio nel corso di rapimento a scopo estorsivo per mano di criminali comuni, ma allora non si spiegherebbero le torture (perché torturare uno studente per cui si vuole un riscatto?) e risulterebbe incomprensibile pensare che una banda criminale abbia potuto agire indisturbata nel centro de Il Cairo, fortemente presidiato dalla polizia allo scopo di reprimere eventuali manifestazioni nel quinto anniversario dalle sommosse di piazza Tahrir. L’uccisione nel corso dell’arresto di due criminali e l’arresto dei loro familiari in possesso di effetti personali di Giulio Regeni appaiono, agli occhi della Procura di Roma, semplicemente come un tentato depistaggio delle indagini. Al fine di screditare Regeni, è stata poi fatta circolare l’ipotesi (secondo i più infondata) di una sua affiliazione ai servizi segreti del Regno Unito, ipotesi smentita da familiari, insegnanti e colleghi. Inoltre le autorità egiziane, dopo aver promesso collaborazione, incalzate dalla pressione diplomatica italiana e da una risoluzione del Parlamento europeo, hanno opposto resistenze alle richieste degli inquirenti italiani, rifiutandosi di consegnare alla magistratura (adducendo motivi di privacy) i video della metropolitana usata da Regeni prima del rapimento, i tabulati telefonici delle persone vicine all’abitazione del ricercatore di Cambridge e delle celle telefoniche vicine al luogo del ritrovamento del corpo, utili per appurare se Regeni fosse seguito e spiato e per individuare gli autori del delitto. L’ipotesi secondo cui Regeni fosse controllato dalla polizia egiziana in quanto sospettato di aderire a movimenti di opposizione sembra dunque avere fondamenta concrete.

 

L’azione diplomatica italiana appare decisa, ma non è detto che riuscirà a mettere in difficoltà il governo di Al-Sisi. L’Italia, intanto, non sta adottando misure economiche, probabilmente le uniche capaci di fare davvero pressione sull’Egitto; ma l’Italia ha notevoli interessi economici nel Paese del Nilo: rappresenta infatti uno dei maggiori partner commerciali esteri dell’Egitto, rappresentando il Paese che importa più beni dall’Egitto (per circa 2,74 miliardi annui) e il terzo Paese per importazioni in Egitto (per 3,8 miliardi, dopo Cina e Stati Uniti); l’Egitto rappresenta una meta turistica per molti italiani attratti dalle magnifiche vestigia della civiltà egizia a Giza, Luxor e nella Valle dei Re, oppure dal bellissimo mare a Sharm El-Sheik, Hurgada e Marsa Alam; e in più l’Eni (Ente nazionale idrocarburi, azienda con partecipazione pubblica italiana), a fine agosto 2015, ha scoperto nei mari egiziani il più grande giacimento di gas mai rinvenuto nel Mediterraneo e ha ottenuto dall’Egitto un accordo sullo sfruttamento di reciproco guadagno, rinsaldando la partnership economica tra i due Paesi. È dunque improbabile che l’Italia decida di mettere seriamente a rischio accordi commerciali così strategici.

Inoltre Al-Sisi sta godendo di particolare credito presso le cancellerie occidentali: la stabilità conferita all’Egitto, le sempre maggiori aperture economiche e la lotta all’islamismo lo rendono un alleato prezioso per Stati Uniti ed Europa. E ciò dà ad Al-Sisi la possibilità di poter evitare di giustificare all’opinione occidentale le eventuali responsabilità governative nell’assassinio di Regeni.

 

Al-Sisi ha scelto dunque di respingere ogni possibile accusa verso il suo regime, di non sacrificare nessun uomo del suo apparato, unico gesto che avrebbe potuto (pur mettendo in luce le responsabilità del regime) dare giustizia e risollevare le relazioni tra Egitto e Italia; ha invece pensato che i comuni interessi italo-egiziani avrebbero fatto accettare verità di comodo, preservando in toto il suo sistema di potere. È possibile che la morte di Regeni coinvolga solamente piccoli esponenti locali della polizia, oppure è possibile (ma forse meno plausibile) che sia stata decisa da più importanti personalità del regime; certamente la responsabilità per il clima politico in cui è maturata è ascrivibile al regime di Al-Sisi, come lo dimostra l’insabbiamento delle indagini e le reticenze del governo egiziano. Il governo di Al-Sisi ha recentemente sostenuto che l’omicidio sia stato orchestrato dai Fratelli Musulmani proprio per mettere in cattiva luce l’esecutivo: un’ipotesi non trascurabile ma che appare più come un modo per il governo con cui scaricare responsabilità e delegittimare ulteriormente il movimento islamista.

 

L’augurio è che la crisi diplomatica tra Italia ed Egitto dia dei frutti; che ammissioni di colpevolezza, giustizia e completa verità possano emergere a onorare la memoria del giovane ricercatore e che il dissipamento dei misteri sull’orribile morte di Regeni possa essere una sua ultima denuncia contro un regime autocratico e un invito alla speranza per il popolo egiziano e per la sua gioventù, oppressi dall’ennesimo faraone liberticida.

 

FINE

 

 

 

 

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