Sab 7 Dicembre 2019
ANNO I

06 | dicembre | 2016

Stili,modus operandi,corsi e ricorsi

 

In questi giorni stiamo assistendo all’ennesima crisi di governo nella storia della Repubblica Italiana; questa volta causata dalla vittoria del “NO” alla riforma costituzionale proposta dal governo Renzi, quest’ultimo nella notte del 4 dicembre a scrutini ancora aperti, ma con dati ormai certi, si è recato nella sala stampa di palazzo Chigi per dichiarare le proprie dimissioni. Dimissioni pesanti che però dovrebbero far riflettere in particolare qualcuno.

 

 

 

Chi ad esempio lo ha sempre paragonato a Berlusconi, chi ha sempre sostenuto che la sua ascesa al potere fosse illegittima, chi ha spesso affermato “tanto non si dimetterà mai, siamo in Italia qui nessuno lascia la propria poltrona”.

 

 

 

Ma analizziamo insieme perché queste dimissioni hanno un sapore nuovo in Italia. Partiamo dal lontano 12 novembre 2011, allora il governo era presieduto da Silvio Berlusconi il clima era quello dei conti non apposto, secondo le stime europee, dell’imbarazzo dell’allora ministro dell’Economia Tremonti con un piede dentro e l’altro fuori dall’esecutivo per dignità personale, della famosa “risatina” di Merkel e Sarkozy .

 

1469818150-merkel-sark

 

 

Il governo si avviava verso la crisi, anche se il premier non ne era molto convinto. Ma torniamo al 12 novembre, il senato vota la sfiducia, il presidente Napolitano aspetta il primo ministro al colle per le dimissioni così come migliaia di persone nella piazza del Quirinale ma Berlusconi non arriva. Non si è visto uscire da palazzo Madama, si scoprirà aver usato un’uscita secondaria, ma al colle più alto non arriva. Passa circa mezz’ora e tutta l’Italia è incollata davanti alla tv ma nessuno tra i giornalisti riesce a capire dove sia finito il corteo di auto “blu”; dopo più di mezz’ora arrivano le auto disperse, avevano preso la strada più lunga forse per evitare il lupo di cappuccetto rosso.

 

 

 

Torniamo a noi, dicembre 2016, il Paese non naviga certo nell’oro ma oramai con anni di tecnici e riforme lo spread non è certo ai livelli di cinque anni fa. In Europa quantomeno non ci ridono davanti.

 

Il 4 dicembre gli elettori alle urne sono chiamati a promuovere la riforma costituzionale Renzi-Boschi con un “SI” o a bocciarla con un “NO”. Gli italiani, o almeno il loro 60% decide di votare “No”, i seggi si chiudono alle 23.00, è da poco passata la mezzanotte e il premier, dopo un tweet (con chiaro riferimento a quel “arrivo arrivo” della sua chiamata al Quirinale ad inizio mandato), si presenta nella sala stampa di Palazzo Chigi e assumendosi piena responsabilità per la sconfitta subita (mai successo negli ultimi 30 anni in Italia né che un premier si dimettesse per una riforma costituzionale proposta dal governo, come ad esempio quella Berlusconi del 2001, né che ammettesse una sconfitta; siamo infatti abituati a tutti che vincono e nessuno che perde mai) dichiara di rassegnare le proprie dimissioni il giorno successivo, dopo il consiglio dei ministri.

 

 

Queste sono le piccole differenze tra Renzi e Berlusconi, almeno in campo di dimissioni.

 

 

 

Ma valutiamo anche il cambiamento promesso dai sostenitori del “NO”. Durante la campagna referendaria più volte è stato detto che questa riforma avrebbe portato non ad un’innovazione ma anzi ad una retrocessione del Paese in sistemi dittatoriali, ad un clima di prima repubblica con uno sguardo più verso il passato che verso il futuro.

 

 

 

A questo proposito avrei qualche personale, e forse errato, esempio da proporvi:

 

-La faccia sorridente di D’Alema entusiasta per la vittoria del “NO” a me fa più pensare ad un passato e neanche troppo felice per la “sinistra” che ad un futuro prosperoso; così come la minoranza “Dem” felice della caduta del premier ricorda un certo Bertinotti e partito nella caduta del governo Prodi del ’98;

 

 

– Il brindisi dei Grillini postato in rete per festeggiare il risultato referendario, a me ricorda vagamente una mortadella ed uno spumante stappato in occasione della caduta del governo Prodi II nel gennaio 2008 dall’On. Strano, allora senatore di Alleanza Nazionale, più che un’innovazione di neo-politica sembra un tuffo in un passato vergognoso.

 

 

 

Ma, come ho anticipato, forse questi paragoni sono azzardati e personali, proprio come azzardati sono stati coloro che hanno avuto fretta di paragonare Renzi a Berlusconi.

 

 

 

 

Adesso la palla per la prima volta passa a Mattarella, vedremo cosa deciderà il Presidente della Repubblica alla sua prima crisi di governo, speriamo solo che i paragoni affrettati non tocchino anche a lui. Magari sarà nominato “re-Sergio” dagli stessi che nominarono “re- Giorgio”. Questa volta sarà per un “congelamento” o per qualche nomina fuori dalle urne?!

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Nome*

Commento