DIGNITÀ

Amici lettori, perdonerete l’off-topic di questo articolo rispetto ai nostri normali temi, ma prima di tutto questo blog vuole essere un angolo dove esprimere personali e a volte azzardate opinioni.

 

 

Detto ciò partiamo dalla parola DIGNITÀ: Con il termine dignità, ci si riferisce al valore intrinseco dell’esistenza umana che ogni uomo, in quanto persona, è consapevole di rappresentare nei propri principi morali, nella necessità di liberamente mantenerli per sé stesso e per gli altri e di tutelarli nei confronti di chi non li rispetta.

(Wikipedia)

 

Aristotele affermava che: “ La dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli”

 

 

 

Secondo queste due “definizioni” la dignità è intrinseca in noi ma dobbiamo in qualche modo rispettarla e tutelarla, e secondo uno dei padri della filosofia quest’ultima va a toccare un aspetto ancor più personale e importante: “meritiamo davvero questo valore?”

 

 

Partendo da ciò, e dalla consapevolezza che viviamo in un Paese definito Laico e Democratico, con una costituzione scritta nel dopoguerra su principi fondamentali che tutelino la libertà e l’uguaglianza cerchiamo di esaminare il caso di questi giorni, il detto “caso Riina”.

 

 

Stiamo parlando sempre di lui Salvatore Riina detto Totò. Nato a Corleone il 16 novembre 1930 e attualmente detenuto al 41-bis nel carcere di Parma. Non c’è certo bisogno di presentazioni per il capo indiscusso di “Cosa nostra”, circa 200 morti accertate a suo carico, stragi varie imputategli tra cui quelle dei magistrati Falcone, Borsellino e loro scorte. Trattativa Stato-mafia, inserimento nella DC e collaborazione con politici come Lima, Andreotti ecc…

 

La domanda da 100milioni è perché ancora nel 2017 Riina torni ad occupare le prime pagine di giornali e telegiornali; la risposta è meno banale di quanto si pensi, non si tratta di altre condanne, o meglio in un certo senso sì! Questa volta la vittima è lui, si avete capito bene Totò Riina vittima di Stato.

 

La corte suprema di Cassazione con sentenza 27766 del 2 marzo-5 giugno 2017 ha accolto il ricorso presentato dai legali del boss di Corleone contro il tribunale di sorveglianza di Bologna.

 

In tale ricorso il capo di “Cosa nostra” chiede la sua scarcerazione viste le condizioni di salute e l’inadeguatezza del regime di “carcere duro” in cui è detenuto.

La Cassazione ha accolto tale ricorso motivandolo, in parte così: “si è giunti a ritenere compatibile con le molteplici funzioni della pena e con il senso di umanità che la nostra costituzione e la convenzione EDU impongono nell’esecuzione della stessa, il mantenimento in carcere, in luogo della detenzione domiciliare, di un soggetto ultraottantenne, affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa, tanto da essere allettato con materasso antidecubito e non autonomo nell’assumere una posizione seduta, esposto, in ragione di una grave cardiopatia ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili.”

[…]
affermare l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente che,[…] deve essere assicurato al detenuto ed in relazione al quale, il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare, deve espressamente motivare.
 

 

 

La suprema corte ha quindi deliberato e affermato, rifacendosi ai principi costituzionali ed europei, che esiste e deve essere rispettato il “DIRITTO DI MORIRE DIGNITOSAMENTE”.

 

 

E qui torniamo all’inizio del nostro breve intervento, se filosoficamente intendiamo la “dignità”, rifacendosi alla definizione aristotelica, Riina non ha alcun diritto di morire a casa sua poiché non può aver coscienza di “meritare” la dignità. Ma queste sono chiacchiere si può dire, la filosofia è pura utopia, belle parole ma siamo in uno Stato e dobbiamo rispettare i diritti di ognuno, anche del più meschino degli uomini.

 

Forse è così, in uno stato di diritto assoluto, in una società di algoritmi e computer, ma l’uomo, così come viene citato nella definizione stessa di Dignità, ha il DOVERE di tutelare i principi morali di dignità da chi non li rispetta. Se parliamo di quella stessa dignità, purché non ci siano due diverse interpretazioni della stessa, abbiamo allo stesso tempo il dovere di salvaguardare quella della morte di un anziano malato così come quella delle 200 e chissà quante persone uccise, umiliate, distrutte da quello stesso essere.

 

Ma noi non siamo bestie, non siamo esseri ignobili e la legge non può abbassarsi allo stesso livello di un boss mafioso, deve attenersi alle REGOLE, alle LEGGI, al DIRITTO.

 

Parliamo di DIRITTI, quello di Riina a morire dignitosamente è stato ieri riconosciuto ma ci sono i Diritti Umani internazionali tra cui figura:

 

 

Non vi sembra un elenco dei crimini commessi dallo stesso boss?! Non vi sembrano i diritti strappati via alle vittime di quella mafia?

 

Chissà forse un giorno, in un pase lontano, i diritti saranno messi tutti sullo stesso livello, e le vittime di queste persone potranno magari riposare in pace, i familiari avere giustizia…. rieccoci a parlare di utopie.

 

 

Avrò un cuore di pietra e non sarò una persona degna di “dignità”, aristotelicamente intesa, ma non provo compassione, non riconosco quel diritto a Salvatore Riina. Provo compassione per chi a più di vent’anni dalle stragi di Mafia non ha ancora giustizia, non ha ancora colpevoli; provo compassione per la mamma di Borsellino che per anni ha aspettato di vedere il figlio entrare alla porta di casa, la stessa dove fu ucciso; provo compassione e riconoscerei i diritti a tutte le vittime di questi barbari episodi ancora in atto, ancora sotto il comando di quel pover’uomo che deve finire i suoi giorni a casa. Se riconoscessimo i diritti per ordine cronologico, dovremmo dare giustizia a quelle morti, ai loro cari che da secoli aspettano verità e giustizia e poi, forse, tra vent’anni esaminare le richieste di Riina.

 

Spero davvero, da uomo, da italiano, che il giudice del rinvio si esprima con parere discordate a quello della Cassazione.

 

Care vittime di mafia mi spiace, dovrete aspettare ancora un po’ per aver giustizia, magari fate ricorso in Cassazione, chissà che non esca un “diritto ad essere uccisi dignitosamente”

 

 

 

Andrea De Vecchis