Il riscaldamento per la corsa alla Casa Bianca: guida alle primarie americane

 

Il 20 gennaio 2017 terminerà il secondo (e, per il XXII emendamento della Costituzione americana, ultimo) mandato di Barack Obama quale presidente degli Stati Uniti d’America. Termina definitivamente la prima amministrazione statunitense guidata da un afroamericano, sulla quale il giudizio degli osservatori politici non è certo unanime: gli otto anni di presidenza Obama hanno visto gli Stati Uniti uscire dalla recessione e tornare a livelli occupazionali e di sviluppo economico pre-crisi (con una rinascita del comparto manifatturiero e automobilistico grazie agli incentivi spesi), ma hanno deluso molti elettori che si aspettavano cambiamenti politici più drastici dal presidente democratico (in particolare per quel che riguarda l’uso di droni in guerra, le operazioni militari estere, il rapporto tra le lobby e le scelte dell’amministrazione, la lesione dei diritti civili e della privacy per ragioni di sicurezza); una riforma sanitaria più equa e inclusiva (l'”Obamacare”) è stata varata, pur con i necessari ammorbidimenti fatti come concessioni a una Camera dominato dai repubblicani dal 2011 (che ottennero anche la maggioranza del Senato nel 2015); da molti è stato criticato il conferimento all’appena eletto Barack Obama del premio Nobel per la pace 2009, dal momento che egli si mostrava comunque intenzionato a mantenere i contingenti militari in Afghanistan e Iraq e che sosteneva la legittimità del concetto di “guerra giusta”; in proposito bisogna però anche rilevare che il dialogo col mondo islamico messo in atto dall’amministrazione Obama ha segnato un cambiamento notevole rispetto al clima di tensioni generato nell’era Bush e non vi è stata apertura di nuovi fronti militari diretti negli 8 anni di presidenza Obama.

 

Il supporto ai diritti civili per i gay e alla maternità pianificata, la parziale regolamentazione del mercato finanziario, gli appelli al controllo del possesso di armi e per la chiusura del carcere di Guantanamo Bay, l’impegno per la riduzione delle emissioni di inquinanti, la distensione dei rapporti con Cuba e la riapertura dei rapporti commerciali con l’Iran (atto che ha allontanato i pericoli connessi all’uso non pacifico del nucleare da parte di Teheran) hanno invece conferito un generale consenso popolare all’operato di Obama; l’opposizione repubblicana, intanto, ha criticato le aperture all’Iran e il disgelo con il regime castrista, le più aperte politiche sull’immigrazione dal Messico e il mancato interventismo nei teatri di guerra esteri, come la Libia e la Siria. Il bilancio complessivo del governo Obama, dunque, mostra un forte mutamento in senso progressista della politica americana. Ma tale tendenza continuerà a partire dal 2017? Chi sarà, succedendo ad Obama, a sedere nello studio ovale della Casa Bianca?

 

Mentre questo articolo viene scritto, sono in corso le primarie americane, in cui i due grandi partiti del sistema politico sostanzialmente bipartitico americano, il Partito democratico (su posizioni liberali progressiste) e il Partito repubblicano (su posizioni liberali conservatrici), scelgono il proprio candidato, con cui sfidare il candidato dello schieramento opposto (e in più gli eventuali candidati indipendenti) nella corsa alla presidenza degli USA. Mentre in Italia il sistema delle primarie come meccanismo di scelta del candidato partitico è solamente appannaggio del centro-sinistra, in America le primarie sono parte integrante della vita politica di entrambi i partiti. Le primarie si svolgono come elezioni semidirette: in ognuno dei 50 Stati americani vengono eletti dei delegati per ogni partito che poi, nella Convention (assemblea nazionale) del partito, eleggono il candidato. Ogni delegato esprime prima delle elezioni primarie il suo sostegno a uno dei candidati che partecipano alle primarie.

 

Ai delegati eletti si aggiunge poi un piccolo gruppo di delegati non scelti dal voto popolare. Le primarie si svolgono in giorni diversi (generalmente da gennaio-febbraio a giugno) nei vari Stati, ma sono coordinate quelle democratiche e quelle repubblicane, in maniera tale che gli elettori dei due partiti in uno stesso Stato votino lo stesso giorno. Le primarie sono regolate dalle leggi dei singoli Stati e perciò avvengono in maniera differente a seconda dello Stato: innanzitutto in alcuni Stati non ci sono primarie aperte agli elettori ma “caucus”, cioè assemblee di rappresentanti del partito che votano il loro candidato (con modalità variabili di Stato in Stato); poi esistono Stati in cui possono votare solo coloro che sono iscritti alle liste elettorali (da quanto tempo bisogna esservi iscritti varia di Stato in Stato) mentre in altri possono votare tutti; poiché in molti Stati alle liste si viene registrati come elettori “democratici” o “repubblicani” (dicitura che si può modificare in ogni momento), in alcuni Stati si può votare solo per le primarie del partito verso cui si dichiara di essere orientati, mentre in altri Stati si può votare per le primarie del partito a cui non si è registrati (ma si può votare per le primarie di un solo partito); o anche, in alcuni Stati in cui possono votare i non registrati, si può votare necessariamente per le primarie del partito cui si è registrati e invece al partito che si decide al momento se non si è già registrati.

 

Ma chi sono i candidati in lizza?
Nelle primarie repubblicane i giochi sono fatti: a partire dal 3 maggio (giorno delle primarie in Indiana), l’unico candidato repubblicano rimasto è l’imprenditore immobiliare e televisivo Donald J. Trump. Erede della società paterna, noto al grande pubblico americano in quanto produttore e conduttore dello show televisivo The Apprentice (in cui aspiranti uomini d’affari dovevano superare sfide manageriali per non essere eliminati da Trump con un “you’re fired”, sei licenziato), il miliardario (ma secondo alcuni milionario) Donald Trump ha sempre suscitato polemiche che ne hanno accresciuto la fama, sostenendo ad esempio che Barack Obama fosse in realtà nato in Kenya e pertanto ineleggibile (tesi smentita da numerosi documenti) o sostenendo che gli USA avrebbero dovuto boicottare l’Italia nel corso del procedimento giudiziario che vide imputata l’americana Amanda Knox. Dopo aver fatto parte del piccolo Partito riformista e aver avuto una parentesi nel Partito democratico, Trump ha poi trovato collocazione nel Partito repubblicano, candidandosi alle primarie.

 

Nel corso della campagna elettorale ha costruito un’immagine di uomo deciso, pragmatico e capace, che al contrario degli altri politici non parla “politichese” e “dice le cose come stanno”; mostrando la sua iconica immagine personale dotata di un ciuffo di capelli biondi, il 69enne Trump non risparmia alle platee un linguaggio triviale e frasi che gli hanno procurato (fondate) accuse di razzismo e misoginia. Tra le varie concezioni sostenute da Trump vi è il possesso di armi senza limitazioni da parte dei cittadini, l’imposizione di dazi alla Cina per contrastarne l’avanzata economica, e una posizione di totale avversità e chiusura verso i migranti, in particolare quelli provenienti dal Messico (ha proposto di erigere un muro al confine messicano per evitarne l’ingresso e ha sostenuto che “portano droghe, portano crimine, sono stupratori”, per poi giustificare come “appassionati” due suoi supporter che avevano pestato un senza-tetto ispanico; inoltre ha proposto di chiudere le frontiere americane a tutti i musulmani, con un’evidente discriminazione in base al credo religioso); celebri le visioni sessiste di Trump (accusato di molestie da più donne e in passato denunciato per stupro dall’ex moglie), con frasi che descrivono le donne come oggetti di possesso e le riducono al solo aspetto fisico e che liquidano le critiche femministe come dovute al fatto che sono “tutte innamorate di lui”.

 
Se le uscite di Donald Trump sono considerate stravaganti, insensate, surreali e folli da una gran parte del mondo culturale globale, riscuotono successo negli ambienti dell’America rurale e illetterata, patriottica e orgogliosa, convinta che gli USA siano la nazione migliore al mondo e meritino di essere la guida di ogni altra nazione. Ma Trump è stato capace di convincere anche gli ambienti borghesi e la classe media americana, giocando sulla loro allergia agli interventi statali nell’economia e nella società (come l’Obamacare) e affermando di essere l’unico dotato del coraggio necessario per “make America great again” (far tornare l’America grande) imponendo la sua egemonia a livello globale nell’economia e in forma di imperialismo politico (Trump è un sostenitore degli interventi militari, è contrario all’elargizione di aiuti umanitari a nazioni in difficoltà ed è un avversario degli accordi con nazioni “canaglia” come l’Iran). Pur avendo antipatie tra elettrici repubblicane, religiosi e repubblicani moderati, Trump è riuscito a sedurre una parte importante della società americana. I sostenitori di Trump vedono in lui il loro riflesso e la legittimazione di un linguaggio approssimativo e senza remore (non confinato neppure dal rispetto verso categorie umane), ma al contempo carismatico e convincente (prodotto delle grandi capacità comunicative di Trump, che gli hanno infatti consentito di avere molta attenzione televisiva prima come magnate e poi come politico), mentre minoranze e movimenti femministi e di sinistra ne sottolineano il populismo e ne comparano i discorsi con opinioni tipiche del nazi-fascismo.
Gli altri candidati repubblicani che si sono man mano ritirati nel corso delle primarie includevano (oltre i meno affermatisi Jim Gilmore, Chris Christie, Carly Fiorina e Mike Huckabee) il cattolico antiabortista e strenuo oppositore del matrimonio gay Rick Santorum, il conservatore Rand Paul, appoggiato dal movimento dei Tea Party, il fratello minore dell’ex presidente George W. Bush, Jep Bush, il medico tradizionalista Ben Carson (scettico verso evoluzionismo e cambiamenti climatici e sostenitore di particolari tesi come complotti comunisti contro l’America o come la costruzione delle piramidi egizie da parte del biblico Giuseppe), e Marco Rubio, favorevole agli interventi militari esteri e contrario all’accoglienza di siriani; gli ultimi a ritirarsi dalla corsa sono stati John Kasich (antiabortista e favorevole alla privatizzazione di carceri, ma con visioni piuttosto moderate in campo economico e in quello dei diritti sociali) e infine Ted Cruz (conservatore sui diritti civili, sostenitore della pena di morte, liberista, critico sulla politica estera di Obama e sulle evidenze scientifiche del cambiamento climatico).
Il ritiro dei candidati che hanno già avuto ruoli di governo, connessi all’establishment repubblicano e dotati di un linguaggio più moderato dimostra uno spostamento dell’America repubblicana verso concezioni più populiste, insofferenti al cosiddetto “politicamente corretto” e desiderosi di novità capaci di sconvolgere i passati equilibri del Partito e di inaugurare una politica diametralmente opposta a quella democratica portata avanti da Obama.

 

Sul fronte democratico, invece, la battaglia, per quanto appaia già decisa, è tuttora in atto e, a sentire i candidati, proseguirà fino all’ultimo giorno di elezioni primarie (che sarà il 14 giugno 2016).
Dei tre candidati in ballo all’inizio delle primarie, si è ritirato Martin O’Malley, strenuo oppositore della pena di morte, favorevole ai diritti gay e autore di una legge che consente ai figli di immigrati irregolari di poter aspirare a sgravi nelle spese per lo studio in base al merito.
Gli altri due candidati sono il 74enne senatore del Vermont Bernie Sanders e Hillary Rodham Clinton, segretaria di Stato per l’amministrazione Obama fino al 2013.

 
Bernard (“Bernie”) Sanders è espressione dell’anima più radicale e più di sinistra del Partito democratico ed è l’unico politico americano di alto livello ad autodefinirsi “socialista democratico”; eppure, se anche al primo sguardo può sembrare ideologicamente e anagraficamente un ultimo retaggio della politica novecentesca, Sanders, al contrario, ha un grandissimo sostegno tra gli studenti e i giovanissimi: le sue proposte politiche, dirette verso una maggiore uguaglianza sociale e forti di concretezze (come la gratuità dell’istruzione, l’estensione della copertura sanitaria ben oltre l’Obamacare, un salario minimo sufficiente) riscuotono entusiasmi nelle nuove generazioni, forti di idealismo e volontà di cambiamento. Ebreo ma religiosamente non praticante, oppositore delle guerre come strumento di risoluzione delle crisi, sostenitore dei diritti LGBT, Sanders propone un modello di welfare simile a quello scandinavo e critica la lesione delle libertà civili operata in America in nome della sicurezza a partire dall’era Bush. Sanders si oppone alla pena di morte, denuncia la diffusione di islamofobia e la difficile condizione dei detenuti, si dichiara ambientalista e femminista ed è favorevole all’aborto.
Sebbene Sanders sia un forte sostenitore dei diritti degli afroamericani e delle minoranze etniche (partecipò in gioventù alle marce dei neri americani subendo anche le percosse della polizia), è proprio tra loro che trova meno consensi: anche se le sue politiche sono rivolte verso le classi più emarginate, Sanders trova ampi consensi tra la borghesia bianca progressista, mentre i ceti poveri ispanici e afroamericani tendono a essere più affascinati da politici con  immagini mediatiche più forti, come la Clinton.
Hillary Clinton, moglie dell’ex presidente democratico degli USA William (“Bill”) Clinton, ha alle spalle una solida esperienza politica: proveniente da una benestante famiglia repubblicana, avvocatessa con particolare interesse per i diritti dei minori, lavorò anche a contatto con situazioni disagiate, fu attiva nelle proteste pacifiste contro la guerra nel Vietnam e fu insegnante di diritto penale; fu al fianco del marito Bill (conosciuto ai tempi dell’università di legge a Yale e di cui ha assunto il cognome dopo il matrimonio) nel corso del di lui mandato come governatore dell’Arkansas e poi durante quello di Presidente, e secondo molti a lei sono da attribuire diverse scelte politiche maturate da quella amministrazione (ma i rapporti con Bill non furono sempre idilliaci a causa dei vari tradimenti operati da lui, di cui passò alle cronache quello con la stagista alla Casa Bianca Monica Lewinsky); nel corso del mandato del marito fu anche eletta senatrice dello Stato di New York. Data per vincente alle primarie democratiche del 2008 per la presidenza, cui si era candidata, fu invece sconfitta da Barack Obama, che, divenuto presidente, la scelse quale Segretaria di Stato (carica ministeriale che non ha un equivalente nei Paesi europei: si occupa soprattutto di coordinare la politica estera, ma ha anche incarichi di politica interna come quello di guardasigilli, e all’interno dell’esecutivo americano ha un ruolo secondario solo a quelli di Presidente e Vicepresidente). Nel corso di questo mandato (terminato nel 2013 a causa di problemi di salute, connessi a una caduta con conseguente trombosi venosa, per la quale ha subìto un lungo trattamento) la Clinton si distinse per una politica basata sul disgelo diplomatico con Paesi che avevano tensioni con gli USA, promozione dei diritti umani e scarso interventismo militare diretto (sebbene con lei gli Stati Uniti siano intervenuti in Libia e abbiano avuto ruoli nelle crisi ucraina e siriana), ma ricevette forti accuse da parte repubblicana quando l’ambasciatore americano in Libia, Chris Stevens, fu ucciso in un attacco a Bengasi l’11 settembre 2012, e il Dipartimento di Stato americano fu descritto come incapace di mettere in condizioni di sicurezza i propri diplomatici. E ora la Clinton ritenta, per la seconda volta, di vincere le primarie democratiche, stavolta con maggiori speranze, visti l’ampio consenso e la grande notorietà che una vita impegnata in politica le hanno conferito.
Dopo iniziali avversioni, la Clinton è poi divenuta sostenitrice dei diritti gay e ha affermato come Segretaria di Stato che “i diritti gay sono diritti umani”; femminista, trova ampio sostegno non solo tra le donne del ceto medio (che vedono in lei un modello di “donna in carriera” di successo) ma anche tra le donne delle classi sociali più basse; nel suo ruolo di Segretaria di Stato ha insistito sui temi dei diritti femminili e del contrasto alla violenza contro le donne in America e nel mondo (tanto da far parlare di “dottrina Hillary”). Più moderata di Sanders in campo economico, si mostra pragmatica e decisa a mantenere l’Obamacare così come è, a valutare di volta in volta gli eventuali interventi militari (votò a favore degli interventi in Afghanistan e in Iraq ma poi ne criticò la gestione da parte di Bush) e a mantenere un certo realismo politico nei rapporti con le multinazionali e le agenzie finanziarie.
Sanders ha così buon gioco nell’indicare Hillary Clinton come la riproposizione di una politica già vista con Bill Clinton e Obama, come un’opportunista nell’approccio a battaglie LGBT e come una donna politica troppo legata alle potenti lobby e agli ambienti della finanza, troppo coinvolta nei sistemi di potere per poterli modificare.
Ma nonostante ciò Hillary Clinton è molto avanti nei risultati elettorali e il suo successo non è stato scalfito nemmeno dalle critiche per aver usato la propria casella di posta elettronica personale anche per comunicazioni ufficiali in qualità di segretaria di Stato.
L’annuncio di Sanders di non volersi ritirare dalla corsa elettorale sebbene la sua candidatura diventi sempre meno probabile sta avendo l’effetto di mantenere a sinistra il dibattito democratico e contribuire a influenzarlo con tematiche care ai giovani e alle minoranze.
Lo scontro che si prospetta tra Donald Trump e (probabilmente) Hillary Clinton includerà un giudizio degli americani sull’era Obama e metterà a confronto due anime degli Stati Uniti: l’America orgogliosa e chiusa, bigotta e razzista, timorosa dell’esterno e forte della sua identità, ostaggio del suo senso di superiorità e di sogni di egemonia, e l’America curiosa e inclusiva, collaborativa con le altre nazioni e dinamica, aperta e capace di valorizzare ogni sua energia.
E dalla scelta degli elettori americani dipenderà il futuro di una delle nazioni più influenti nella politica globale e dunque in parte anche il nostro futuro.

 

 

 

 

 

IL SIGNOR HOOD

 

In queste ore, nei prossimi giorni e settimane si sentirà molto parlare di Marco Pannella scomparso nel pomeriggio del 19 maggio 2016, tutte le trasmissioni TV, il web e le maggiori testate giornalistiche italiane e non, si sono fermati per dedicare spazio ad un pezzo di storia politica e sociale dell’ultimo secolo.

In questo nostro breve intervento non vogliamo raccontarvi le singole battaglie, i numeri e le date della vita del leader Radicale perché non faremmo altro che ripetere nozioni che sentirete ininterrottamente dalla mattina alla sera su ogni rete; noi vogliamo invece spiegare ai più giovani, a quelli che lo conoscevano solo di sfuggita o per nulla, PERCHÉ si parla e si parlerà sempre di Giacinto “Marco” Pannella?!

 

Se oggi esistono ancora giovani che scrivono, discutono, parlano, litigano per la politica e della politica innegabilmente una gran parte di merito è di persone come Pannella.

 

Chi era quest’uomo dai lunghi capelli bianchi e dai grandi occhiali?

 

È difficile dare una risposta netta a questa domanda forse la risposta più breve e precisa la diede De Gregori: “IL SIGNOR HOOD”.

In queste tre semplici parole è racchiuso tutto il significato di un grande uomo, analizziamole:

 

-“IL” perché Pannella non era “UN” ma era e sempre sarà “IL”; è stato IL leader dei radicali, è stato “IL” rivoluzionario-visionario della politica italiana;

 

_”SIGNOR” perché Pannella al contrario di Robin Hood non era un povero che lottava per i diritti altrui vista la sua condizione di povertà, NO Pannella era un politico e come tutti i nostri governanti poteva e aveva il diritto di sedersi su una poltrona e non alzarsi mai più; poteva e aveva il diritto di diventare ricco e abbandonare le parole dei comizi che l’avevano portato in alto (così come fa gran parte dei politici che entrano in parlamento).

Le sue scelte, il non aver mai abbandonato i propri ideali gli STESSI da cui era partito; il non aver MAI accettato una poltrona in cambio del suo silenzio; il non aver accettato compromessi per avere una parte di quella grande torta, questo e molto altro rendevano Marco Pannella un SIGNORE. Un ONOREVOLE (nell’accezione bella del termine) che non aveva mai dimenticato da dove veniva e perché fosse stato scelto dal popolo, che non ha mai abbandonato la gente che credeva in lui e che sicuramente non l’aveva mai delusa.

 

-“HOOD” chiaro riferimento all’eroe che rubava ai ricchi per dare ai poveri, Pannella era esattamente così. Un uomo che non mangiava per portare avanti le proprie idee, nessuno in quella posizione avrebbe mai rinunciato perfino al cibo pur di affermare i propri valori. Ma Robin Hood rubava ai ricchi e dava ai poveri pur rimanendo egli stesso un povero, il leader dei radicali incarnava perfettamente questa figura, metteva a repentaglio la propria vita per lotte che alla sua persona non hanno certo portato alcun giovamento ma che certamente al popolo sono state di essenziale importanza.

 

 

Facciamo un esperimento per comprendere meglio la figura di questo grande uomo;

Immaginate un giovane idealista che parte dal basso per affermare le proprie idee, viene eletto dal popolo e portato fin dentro Montecitorio ad oggi un politico così cosa farebbe?

 

Credo che la natura del sistema governativo di questo Paese ci porti a pensare che si sieda su quella poltrona, commetta qualche reato qua e là,(sempre che non lo abbia commesso lungo la strada per arrivare lì), accetti qualche incarico di prestigio per avere più potere e chiaramente più denaro, lasci il partito con cui era stato eletto perché magari nella prossima legislatura non è sicuro vincere e coì via fino alle presenze obbligatori per ricevere la pensione.

Ora prendete lo stesso inizio di storia e capovolgete tutto il resto, avrete la figura di Marco Pannella.

 

PERCHÉ UN POLITICO COME LUI NON È MAI CADUTO NELL’OBLIO CON IL PASSARE DEL TEMPO?

 

Partiamo con l’affermare che Pannella era un rivoluzionario nel vero senso del termine; oltre a portare avanti la rivoluzione egli la poneva in essere già con le proprie idee che di per sé stravolgevano lo status quo nel momento in cui venivano affermate. Una figura così non avrebbe mai potuto spegnersi politicamente poiché era anni luce avanti rispetto a qualsiasi altra linea politico-sociale tanto da sopravvivere alle due repubbliche e uscirne indenne. Parole come abuso d’ufficio, appropriazione indebita, ecc… Pannella le aveva solo snetite nei TG rivolte a qualche suo collega e mai ne era stato toccato o sfiorato.

Per capire che le idee del leader radicale erano futuriste ma non utopiche bisogna contestualizzarle; Pannella fu il primo ad intuire nel 1965 che la proposta di legge del socialista Fortuna poteva e doveva essere ampliata ed estesa poiché il problema del divorzio era già presente in gran parte delle famiglie italiane anche se non giuridicamente riconosciuto; Pannella parlò dei diritti GAY negli anni ’80 (considerate che in Italia solo qualche giorno fa siamo riusciti ad approvare la legge Cirinnà e che quest’ultima è ancora lontana dagli ideali che i radicali esponevano già trent’anni fa).

Di innovazioni ancora non realizzate in questo nostro Stato e in molti altri potremmo fare una lista immane ma non c’è bisogno, basti nominare la legalizzazione delle droghe leggere anch’essa esposta qualche decennio fa dai radicali e ancora in alto mare.

 

Questa lungimiranza è sicuramente uno dei punti cardine che ha permesso a Pannella di non scomparire dallo scenario politico e sociale italiano.

A mio avviso però c’è un elemento più importante che ha da sempre e per sempre caratterizzato il leader dei radicali tanto da permettergli di essere sempre presente e importante nella vita degli italiani senza mai perdere i propri sostenitori: la COERENZA.

 

È infatti impossibile scindere il Pannella UOMO dal Pannella POLITICO, questi erano essenzialmente la stessa persona. Il “signor Hood” infatti non è mai venuto meno ai propri ideali e alla coerenza della sua persona che MAI e sottolineo MAI è stata incoerente con l’azione politica e sociale svolta. Questo essere sempre e comunque fuori dai giochi di potere, fuori dai giri sporchi tanto da denunciarne l’esistenza ha portato Marco Pannella a non diventare mai presidente del consiglio o della repubblica, a non avere ruoli istituzionali di grande rilievo ma certamente lo ha portato a non dimenticare il popolo che lo aveva eletto e soprattutto i motivi per cui era stato scelto. Penso non ci sia persona più RADICALE di Giacinto “Marco” Pannella, un partito che avrà per sempre il suo volto, la sua voce roca e soprattutto il suo significato, quello di lottare per gli INTERESSI DEL POPOLO e CON IL POPOLO, al fianco della gente e non dal lato opposto.

 

Non voglio dilungarmi perché purtroppo è impossibile descrivere o raccontare chi era MARCO PANNELLA ma un ultimo aspetto di questo grande politico e uomo va sottolineato;

il rapporto del leader radicale con la religione, a tutti è noto come lui odiasse il potere clericale e tutto ciò che ne derivava ma è un errore definire Pannella un uomo di poca fede.

Credo che nessun rappresentate politico e religioso sia mai stato più vicino alle parole del vangelo come lo era Pannella, lui non si limitava a chiedere che le guerre finissero o che i carcerati avessero più diritti da un balcone di piazza San Pietro o da un banco del Senato.

Pannella è sceso in campo, si è sporcato le mani ed ha combattuto fino al suo ultimo giorno per far sì che i diritti dei più deboli fossero riconosciuti, che la loro voce fosse ascoltata, è stato un megafono di enormi dimensioni per molti italiani e non solo.

 

 

Chiudiamo qui questo nostro breve e umile ricordo di uno degli ultimi grandi POLITICI italiani, orgogliosi che fosse partito dall’Abruzzo e speranzosi che esempi come il suo possano avvicinare giovani e meno giovani alla politica. Perché l’esempio di Pannella di ascoltare il popolo e riportare quella voce amplificata nei palazzi del potere non cessi mai di esistere. Che il termine “politico” oppure “onorevole” sia sempre più accostato in modo positivo a nomi come quello del leader dei radicali.

 

Ci mancherai MARCO…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bandiere senza significato

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L’immagine che vedete sopra è una delle copertine di quaderni e block notes che negli anni ’90 raffigurava il simbolo di ciò che in Europa stava accadendo. Il muro di Berlino che il 9 novembre 1989 veniva abbattuto e apriva una finestra sull’UE, su quella bandiera blu con le stelle, simbolo antico dell’armonia e solidarietà che stava nascendo tra i vari Stati membri.

Un ideale profondo si instaurava dopo la guerra e la successiva lenta ricostruzione, l’ideale di più nazioni che deposte le armi se pur nelle loro infinite diversità potevano convivere in pace.

Una tavola rotonda proprio come l’ordine delle stelle sulla bandiera, un tavolo per discutere insieme delle problematiche da risolvere nel vecchio continente, tutti seduti dalla stessa parte.

Quelle stelle che illuminavano la nuova strada per un cammino più sereno, lontano da guerre e soprattutto da muri; l’idea di un’EUROPA che UNIVA e collaborava.

Ad oggi possiamo certo affermare che grandi passi in avanti sono stati fatti in questa Unione Europea ma in questo difficile momento storico quella bandiera che racchiudeva molteplici significati sta perdendo stelle, stelle importanti come quelle di collaborazione e UNIONE.

 

La richiesta di Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia di prorogare per ulteriori sei mesi il controllo alle frontiere è stata accettata la settimana scorsa dalla Commissione Europea che ha di nuovo, se ce ne fosse ancora bisogno, strappato un brandello di ciò che resta di Schengen.

 

L’UE continua ad allontanarsi dai propri ideali, dai pilastri su cui poggia, gli Stati membri guardano sempre più il proprio terreno senza mai alzare gli occhi al cielo, lì dove sventola una bandiera blu con dodici stelle, le stesse in cui nel vicino/lontano 1989 credettero i cittadini Tedeschi così come tutti quelli europei.

 

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La seconda parte di questo breve commento si basa invece sulla bandiera che nel 1994 aprì la strada ad un ventennio di storia tutta italiana.

Quel nuovo partito dal nome “FORZA ITALIA” diventò con il tempo inscindibile dal suo leader Silvio Berlusconi, in questi anni infatti dire centro-destra o nominare l’ex cavaliere equivaleva a menzionare la medesima cosa.

Per chi non ne avesse avuto il presagio in quella sera del 12 novembre 2011 in cui molti affermavano che il detto “BERLUSCONISMO” fosse ormai tramontato, ad oggi dopo la notevole svolta dei candidati sindaci a Roma si può tranquillamente affermare che Berlusconi non è più il leader di nulla se non del Milan (anche se per poco).

 

Certo il lancio delle monetine nella piazza del Quirinale di quel 12 novembre aveva portato i più anziani indietro di un ventennio a quel 30 aprile 1993 in cui il leader politico aveva il nome di Bettino Craxi ma la scena era al quanto similare.

In quella notte del ’93 finiva un’epoca sotto il rumore di lire lanciate da una folla in delirio che gridava “LADRO” al presidente del PSI; possiamo ormai affermare con certezza che il rumore degli euro lanciati da una folla in delirio che gridava “BUFFONE” al presidente del PDL ha chiuso un altro ventennio politico e certamente storico.

Naturalmente quello fu solo un presagio, una sorta di dejavu ma molti sono stati in questi anni gli eventi che hanno portato l’ex premier ad una caduta nel baratro.

L’ultimo evento a Roma è simbolo di una fine disperata di Berlusconi che ormai ha lo stesso valore nel panorama politico italiano di un due di bastoni con briscola a coppe.

Il voler difendere fino all’ultimo il proprio candidato, nello specifico Guido Bertolaso, e poi doverlo lasciare per mancanza di consenso e non appoggiare la Meloni, ormai candidata di quella destra che va delineandosi non solo in Italia, è certo una caduta di stile e una mancata lungimiranza che il presidente di Forza Italia non avrebbe compiuto nei tempi migliori.

 

La bandiera di quel partito che rappresentava la “destra” italiana, di quel leader che aveva creato una nuova forza politica capace di riunire cattolici, democristiani e uomini di destra senza mai scindersi non ha ormai più alcun significato se non nella storia politica di questo nostro Paese.

 

Il nome di Berlusconi sul simbolo del partito così come la sua presenza in alcune piazze italiane è soltanto una calamita per i vecchi nostalgici di un tempo che fu, ma che non sarà mai più.

 

 

 

 

Insomma queste bandiere stanno perdendo il loro significato, che si tratti di un’istituzione fondamentale come l’UE o di un partito nazionale e del suo ex leader questi sono piccoli segni di un Europa, di un mondo politico che cambia più velocemente dei suoi abitanti.

 

È questo un bene?

 

 

 

 

All’ombra del Faraone: la morte di Regeni e la politica d’Egitto (2^ PARTE)

La vicenda di Giulio Regeni si inserisce dunque in questo scenario: Regeni si occupava delle lotte per i diritti sociali di quella parte della sinistra egiziana lontana dagli islamisti ma anche insofferente a un governo autoritario militare. Regeni, nel corso delle sue ricerche sulle condizioni sociali dell’Egitto, era entrato in contatto con studenti e sindacalisti invisi al regime, si era inserito in ambienti mal tollerati dalle autorità egiziane, oggetto di controllo e arresti da parte della polizia. Giulio Regeni parlava con esponenti di movimenti femministi, con sindacalisti e con venditori ambulanti per conoscere a fondo la realtà sociale del Cairo, megalopoli tra le più densamente popolate al mondo, dotata di un mirabile centro storico, di quartieri ricchi ma anche di affollate baraccopoli periferiche che pongono all’Egitto importanti questioni sociali. E Regeni potrebbe esser stato arrestato e torturato dalla polizia egiziana perché ritenuto uno scomodo osservatore e narratore delle controverse azioni del governo, o forse perché scambiato per una spia straniera (un italiano che parli arabo potrebbe aver destato infondati sospetti). Potrebbe esser stato tratto in arresto nel corso della serie di fermi con cui il governo Al-Sisi voleva reprimere sul nascere eventuali manifestazioni in nome della democrazia nell’anniversario dei moti che avevano detronizzato Mubarak, moti che rimanevano un riferimento sia per gli islamisti, illegittimamente privati del potere e perseguitati, e sia per la sinistra laica, che con il regime militare aveva visto infrangersi i suoi sogni di libertà.

 

Le menzogne raccontate sull’uccisione di Regeni dalle autorità egiziane le rendono imputate o perlomeno complici per la morte del ricercatore ventottenne: nonostante gli evidenti segni di tortura (bruciature di sigarette, tumefazioni, coste rotte), la prima versione della polizia egiziana fu di incidente stradale; la versione successiva fu di omicidio nel corso di rapimento a scopo estorsivo per mano di criminali comuni, ma allora non si spiegherebbero le torture (perché torturare uno studente per cui si vuole un riscatto?) e risulterebbe incomprensibile pensare che una banda criminale abbia potuto agire indisturbata nel centro de Il Cairo, fortemente presidiato dalla polizia allo scopo di reprimere eventuali manifestazioni nel quinto anniversario dalle sommosse di piazza Tahrir. L’uccisione nel corso dell’arresto di due criminali e l’arresto dei loro familiari in possesso di effetti personali di Giulio Regeni appaiono, agli occhi della Procura di Roma, semplicemente come un tentato depistaggio delle indagini. Al fine di screditare Regeni, è stata poi fatta circolare l’ipotesi (secondo i più infondata) di una sua affiliazione ai servizi segreti del Regno Unito, ipotesi smentita da familiari, insegnanti e colleghi. Inoltre le autorità egiziane, dopo aver promesso collaborazione, incalzate dalla pressione diplomatica italiana e da una risoluzione del Parlamento europeo, hanno opposto resistenze alle richieste degli inquirenti italiani, rifiutandosi di consegnare alla magistratura (adducendo motivi di privacy) i video della metropolitana usata da Regeni prima del rapimento, i tabulati telefonici delle persone vicine all’abitazione del ricercatore di Cambridge e delle celle telefoniche vicine al luogo del ritrovamento del corpo, utili per appurare se Regeni fosse seguito e spiato e per individuare gli autori del delitto. L’ipotesi secondo cui Regeni fosse controllato dalla polizia egiziana in quanto sospettato di aderire a movimenti di opposizione sembra dunque avere fondamenta concrete.

 

L’azione diplomatica italiana appare decisa, ma non è detto che riuscirà a mettere in difficoltà il governo di Al-Sisi. L’Italia, intanto, non sta adottando misure economiche, probabilmente le uniche capaci di fare davvero pressione sull’Egitto; ma l’Italia ha notevoli interessi economici nel Paese del Nilo: rappresenta infatti uno dei maggiori partner commerciali esteri dell’Egitto, rappresentando il Paese che importa più beni dall’Egitto (per circa 2,74 miliardi annui) e il terzo Paese per importazioni in Egitto (per 3,8 miliardi, dopo Cina e Stati Uniti); l’Egitto rappresenta una meta turistica per molti italiani attratti dalle magnifiche vestigia della civiltà egizia a Giza, Luxor e nella Valle dei Re, oppure dal bellissimo mare a Sharm El-Sheik, Hurgada e Marsa Alam; e in più l’Eni (Ente nazionale idrocarburi, azienda con partecipazione pubblica italiana), a fine agosto 2015, ha scoperto nei mari egiziani il più grande giacimento di gas mai rinvenuto nel Mediterraneo e ha ottenuto dall’Egitto un accordo sullo sfruttamento di reciproco guadagno, rinsaldando la partnership economica tra i due Paesi. È dunque improbabile che l’Italia decida di mettere seriamente a rischio accordi commerciali così strategici.

Inoltre Al-Sisi sta godendo di particolare credito presso le cancellerie occidentali: la stabilità conferita all’Egitto, le sempre maggiori aperture economiche e la lotta all’islamismo lo rendono un alleato prezioso per Stati Uniti ed Europa. E ciò dà ad Al-Sisi la possibilità di poter evitare di giustificare all’opinione occidentale le eventuali responsabilità governative nell’assassinio di Regeni.

 

Al-Sisi ha scelto dunque di respingere ogni possibile accusa verso il suo regime, di non sacrificare nessun uomo del suo apparato, unico gesto che avrebbe potuto (pur mettendo in luce le responsabilità del regime) dare giustizia e risollevare le relazioni tra Egitto e Italia; ha invece pensato che i comuni interessi italo-egiziani avrebbero fatto accettare verità di comodo, preservando in toto il suo sistema di potere. È possibile che la morte di Regeni coinvolga solamente piccoli esponenti locali della polizia, oppure è possibile (ma forse meno plausibile) che sia stata decisa da più importanti personalità del regime; certamente la responsabilità per il clima politico in cui è maturata è ascrivibile al regime di Al-Sisi, come lo dimostra l’insabbiamento delle indagini e le reticenze del governo egiziano. Il governo di Al-Sisi ha recentemente sostenuto che l’omicidio sia stato orchestrato dai Fratelli Musulmani proprio per mettere in cattiva luce l’esecutivo: un’ipotesi non trascurabile ma che appare più come un modo per il governo con cui scaricare responsabilità e delegittimare ulteriormente il movimento islamista.

 

L’augurio è che la crisi diplomatica tra Italia ed Egitto dia dei frutti; che ammissioni di colpevolezza, giustizia e completa verità possano emergere a onorare la memoria del giovane ricercatore e che il dissipamento dei misteri sull’orribile morte di Regeni possa essere una sua ultima denuncia contro un regime autocratico e un invito alla speranza per il popolo egiziano e per la sua gioventù, oppressi dall’ennesimo faraone liberticida.

 

FINE