All’ombra del Faraone: la morte di Regeni e la politica d’Egitto

All’ombra del Faraone: la morte di Regeni e la politica d’Egitto  (PRIMA PARTE)

 

Il 9 aprile 2016 il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha richiamato in Italia l’ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari, nel corso della crisi diplomatica apertasi tra la nazione nordafricana e quella sudeuropea a seguito della scarsa collaborazione dimostrata dall’Egitto nelle indagini sul caso Regeni. Difatti permangono diverse questioni irrisolte sulla morte del ricercatore italiano Giulio Regeni, rapito il 25 gennaio e trovato senza vita a seguito di torture il 3 febbraio 2016 in un fosso lungo l’autostrada Cairo-Alessandria. Un gesto forte, quello messo in atto dal Ministero degli Esteri di Roma, che dimostra la gravità della situazione che si è andata creando nel rapporto tra i due Paesi.

 

Innanzitutto, chi era Regeni? Perché una morte del genere? E quali le condizioni politiche e sociali dell’Egitto contemporaneo che hanno portato al tragico evento, analogo ad altri che si verificano tuttora negli ambienti dell’opposizione egiziana?

 

Giulio Regeni, friulano, era un dottorando in “commercio e sviluppo internazionale” presso l’università britannica di Cambridge ed era un esperto di politica mediorientale; vicino ad ambienti di sinistra, scriveva articoli, spesso sotto pseudonimo, per l’agenzia di stampa Near East News Agency e per il quotidiano comunista Il Manifesto. Si trovava a Il Cairo per realizzare uno studio sul ruolo del sindacalismo nella società egiziana.

La sua conseguente frequentazione dei sindacati indipendenti egiziani, e forse la simpatia dimostrata per gli ambienti della sinistra anti-governativa, potrebbero essergli state fatali.

 

Difatti, sotto il regime egiziano del generale Abd al-Fattah al-Sisi, pur formalmente democratico, la repressione politica è all’ordine del giorno; i sindacati indipendenti, fioriti nel 2011 quando la democrazia pareva alle porte, vengono perseguitati o indotti ad adeguarsi alle direttive del governo e dei sindacati ufficialmente riconosciuti; con il sostegno dei Paesi occidentali, che vedono in esso un argine all’espansione del radicalismo islamico, il governo al-Sisi può mettere in atto arresti e violazioni dei diritti umani ai danni delle forze di opposizione con la scusa della lotta al terrorismo islamista. La sorte toccata a Regeni è la stessa che sta toccando a decine di giovani egiziani che si schierano contro il governo, siano essi di ispirazione islamica o legati alla sinistra sindacalista e libertaria, comunque ostili al regime militare.

Il giorno del rapimento di Giulio Regeni non fu un giorno casuale: il 25 gennaio ricorreva il quinto anniversario dall’inizio della cosiddetta “rivolta di piazza Tahrir”, la grande manifestazione tenutasi nella piazza principale cairota le cui richieste di libertà e giustizia avrebbero condotto l’11 febbraio 2011 alla caduta dell’allora presidente egiziano Hosni Mubarak; il giorno, dunque, rimaneva un simbolo per le aspirazioni libertarie degli egiziani, rimaste tuttora disattese.

 

Difatti la storia recente dell’Egitto è stata caratterizzata da colpi di stato e regimi militari. Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna (nel 1922) il Regno d’Egitto permase un protettorato inglese per altri trent’anni. Nel 1952 un colpo di stato guidato da un gruppo di militari, i “Liberi Ufficiali”, depose re Faruq e, abolita la monarchia parlamentare, instaurò una repubblica autocratica, in cui i vertici dell’esercito detenevano il potere; due anni dopo il colonnello Gamal Abd Al-Nasser, che era stato tra gli artefici del golpe, scalzò gli altri ufficiali proclamandosi presidente d’Egitto.

Nasser governò il Paese per 15 anni, fino alla sua morte nel 1970, durante i quali attuò una politica panaraba e socialisteggiante, basata su un rinnovato orgoglio per l’identità araba, su una lotta alla cultura tradizionalista e al fanatismo islamico e su grandi opere pubbliche, come la costruzione dell’Alta Diga sul Nilo o la nazionalizzazione dello strategico canale di Suez, che causò una crisi con Regno Unito, Francia e Israele. Sotto Nasser il movimento islamista dei Fratelli Musulmani, ostile al regime, fu duramente perseguitato e il suo leader e ideologo Sayyid Qutb fu impiccato.

Alla morte di Nasser gli succedette il suo vicepresidente Anwar Al-Sadat. Questi operò una parziale revisione della politica nasseriana, abbandonando la linea non allineata né con USA e né con URSS per avvicinarsi alle potenze occidentali. Sadat, dopo aver combattuto contro Israele nella Guerra del Kippur (1973), si prodigò nelle trattative tra Israele e gli altri Stati arabi culminate con la ratifica degli accordi di Camp David, guadagnando così il premio Nobel per la pace. Tuttavia in politica interna mostrò metodi non meno autoritari del predecessore: colpì i movimenti islamisti e copti e represse le dimostrazioni studentesche; in particolare si scontrò sia con la sinistra panaraba e filopalestinese sia con i religiosi, entrambi in disaccordo con gli accordi messi in atto con Gerusalemme, Washington e le capitali europee. Nel 1981 un militante di un gruppo islamista armato, ostile al governo laico e alla pace con Israele, sparò a Sadat uccidendolo; anche stavolta fu il vicepresidente ad assumere la carica presidenziale: Hosni Mubarak, anch’egli un militare.

Mubarak riuscì a riguadagnare le simpatie degli altri Stati arabi verso l’Egitto e al contempo a mantenere il supporto statunitense con politiche di privatizzazione dell’economia, con l’intervento nella guerra del Golfo al fianco degli occidentali e con la sua ostilità verso l’islamismo militante. Sotto la spinta delle pressioni internazionali, nel 2005 Mubarak, con un emendamento alla Costituzione egiziana del 1971, decretò le prime elezioni presidenziali multipartitiche della storia egiziana (le elezioni tenute in precedenza coinvolgevano solo il partito unico, cioè l’Unione Araba Socialista con Nasser e la sua derivazione, il Partito Nazionale Democratico, con Sadat e Mubarak, e per quel che riguardava il presidente avevano solo ruolo di referendum confermativo dell’unico candidato, come avvenuto nel 1987, nel 1993 e nel 1999): le elezioni del 2005, cui partecipò meno del 30% dei votanti, furono però caratterizzate da brogli, compra-vendita di voti, intimidazioni e boicottaggi: Mubarak vinse con l’88% dei voti e il suo partito ebbe analoghe percentuali alle elezioni parlamentari del 2010. Mantenendo per trent’anni lo stato di legge marziale dichiarata dopo l’assassinio di Sadat, Mubarak poté comunque mettere in atto arresti preventivi ai danni degli oppositori e operare un forte controllo sui media egiziani. La corruzione del regime, la disoccupazione connessa a selvagge privatizzazioni e l’assenza di libertà politica produssero negli anni un forte malcontento popolare nei confronti di Mubarak; nel 2011, entusiasmati dalle analoghe manifestazioni di piazza che stavano infiammando la Tunisia, migliaia di egiziani scesero in piazza Tahrir protestando contro il regime e causandone in breve il crollo. Mubarak si dimise e fu tratto in arresto.

Dopo un periodo di transizione in cui un consiglio militare guidato dal generale Mohamed Hoseyn Tantawi tenne le redini del Paese, nel maggio-giugno 2012 si tennero le prime vere elezioni libere e democratiche d’Egitto: al secondo turno Mohamed Morsi, candidato del Partito Libertà e Giustizia (espressione dei Fratelli Musulmani, per la prima volta ammessi alle elezioni), sconfisse il candidato indipendente Ahmed Shafik, un ex militare di Mubarak. Con la vittoria democratica degli islamisti, sostenuti soprattutto dalle aree rurali dell’Egitto, iniziò una persecuzione dei movimenti laici e delle personalità legate al precedente regime. Morsi avviò un programma di revisione della Costituzione egiziana per inserirvi riferimenti alla legge religiosa islamica; inoltre, con il pretesto di salvaguardare la rivoluzione di piazza Tahrir da interventi dell’esercito e di portare avanti le riforme senza intralci della magistratura, si attribuì ampi poteri anche in campo giudiziario; a ciò si aggiunse un conflitto con i vertici della Chiesa copta (che rappresenta il sentimento religioso di circa il 15% degli egiziani) e l’incapacità del governo Morsi di far fronte alle sempre più pressanti difficoltà economiche che attanagliavano la nazione. Scioperi dei magistrati e manifestazioni di piazza delle opposizioni laiche e copte (riunite nel movimento Tamarrud) misero le basi per una situazione di instabilità politica; nel luglio 2013 il ministro della Difesa, il generale Abd al-Fattah Al-Sisi, mise in atto un colpo di stato.

Al-Sisi pose subito come presidente “ad interim” il giudice Adli Mansur e dichiarò la Fratellanza Musulmana fuorilegge, scatenando un’ondata di arresti e uccisioni di politici, intellettuali e militanti di Libertà e Giustizia e chiudendo le reti televisive ritenute lontane dalle posizioni dell’esercito. In agosto nuove proteste dei sostenitori di Morsi furono represse nel sangue (a Rabaa furono uccisi almeno 800 manifestanti); Al-Sisi indisse elezioni democratiche per il maggio 2014, in cui si presentò come candidato alla presidenza. Ma con l’esclusione dei partiti islamisti, le elezioni risultarono solo una conferma del potere del generale: Al-Sisi vinse con il 96% dei voti. L’elezione a presidente consente oggi ad Al-Sisi un riconoscimento da parte degli Stati democratici, ma anche il mantenimento di un regime autocratico in cui il dissenso è represso e l’esercito continua a rivestire un ruolo importante. Anche nella formale democrazia gli arresti e le uccisioni di giornalisti, avvocati, studenti, attivisti per i diritti umani e oppositori politici sono all’ordine del giorno: e Regeni potrebbe esser stato (per errore o intenzionalmente) arrestato e torturato tra essi.

 

In seno alla società egiziana si ripropone così l’annoso conflitto tra i religiosi, sostenitori di un Egitto guidato dalla Shari’a (la legge islamica), che vedono come riferimento politico i Fratelli Musulmani e come massimo riferimento ideologico le opere di Sayyid Qutb, e dall’altro lato i laici, legati al nazionalismo arabo, connessi ai partiti di sinistra o ai settori militari, e che vedono alla base dell’identità egiziana la cultura araba laica o addirittura (come faceva il grande scrittore Taha Hussein) la cultura dell’Antico Egitto. Nell’aperto conflitto fu coinvolto in passato anche lo scrittore Naguib Mahfouz, premio Nobel per la letteratura nel 1988, che, per le sue visioni laiche e per l’accusa di blasfemia a carico del suo romanzo “Il rione dei ragazzi”, nel 1994, all’età di 82 anni, fu accoltellato al collo da militanti islamisti, sopravvivendo comunque all’attentato. Naturalmente la complessa società egiziana non è totalmente riconducibile a una divisione così manichea: ad esempio le autorità religiose dell’università cairota Al-Azhar, punto di riferimento per l’Islam sunnita di tutto il mondo, si sono spesso schierate contro i Fratelli Musulmani e hanno talvolta preferito i regimi laici. Seppure spesso alcuni partiti laici e di sinistra hanno preferito i governi militari ma laici al radicalismo religioso, i movimenti di sinistra e i sindacati si sono spesso opposti anche ai regimi militari per le loro politiche liberticide e repressive.

 

CONTINUA…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voto all’italiana

Le aspettative non erano certo alte, chi davvero credeva che il referendum potesse raggiungere il quorum o addirittura il ‘SI’ vincere non era che un illuso. Da qui ad un’astensione così alta però ne passa di acqua; non nascondiamoci dietro ai banali luoghi comuni del “la gente è stanca”, “nessuno crede più nelle istituzioni ” perché nelle amministrative o ancor più nelle politiche non tocchiamo mai questi livelli di astensionismo.

Il vero problema di questo Paese è sempre il medesimo, qualcuno disse “abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani” beh questi Italiani non sono usciti poi così bene.

Certo la questione toccata dalla consultazione popolare non era semplice da comprendere, e non interessava gran parte delle coscienze, ma al di là del quesito specifico c’è qualcosa di più importante che purtroppo questo Stato continua a non capire.

Ci si lamenta spesso della classe politica che governa, che sia in un bar o in un salotto televisivo, sempre e comunque si dà la colpa a questi politici che ormai distanti da noi tutelano solo i loro interessi. Quando però c’è da esprimere un parere tutti tacciono, nessuno vuol sporcarsi le mani in quella cabina, nessuno si tinge del grigio della matita, pochissimi vanno ad apporre una croce.

Io ieri sono andato a votare ed ho votato SI, non è certo questo l’argomento di questa mia breve riflessione. Non è infatti importante, a mio parere, che vincesse il SI oppure il NO, ma sarebbe stato importante che l’80% della popolazione avesse votato, magari per raggiungere una percentuale più alta nel quorum che alle prossime amministrative.

Questa utopia sì che sarebbe stato un segnale forte per la classe politica che spesso critichiamo, un voto del genere avrebbe certo suscitato una piccola riflessione in quei signori a Montecitorio o Palazzo Madama. Dimostrare che non andiamo a votare solo per regalare poltrone a qualcuno, che sia il comune o il parlamento, dimostrare che gli italiani non tengono solo al voto di scambio ma esprimono la loro opinione più sul proprio Paese che su una classe dirigente spesso additata come ‘marcia’.

Beh cari italiani, care italiane avete dimostrato ancora una volta di non essere all’altezza di ciò che dovreste esprimere, di non essere degni dei diritti che i padri costituenti vi hanno concesso, di non credere nelle parole che voi stessi esprimete in piazze, assemblee, TV…

Per coloro che si nascondono dietro ad un “se fossi andato a votare avrei votato NO quindi tanto valeva non andare” beh mi spiace ma non è così, esprimere un’opinione qualsiasi essa sia è di fondamentale importanza in un Paese libero come dovrebbe essere il nostro perché ciò che rende davvero LIBERO uno Stato è proprio la libertà di scelta concessa ai propri cittadini; ma se questi cittadini non esercitano questa libertà?! Beh forse non la meritano.

Una volta ancora,se ce ne fosse bisogno, abbiamo dimostrato che il problema dell’Italia non sono i politici, non è il debito, non è l’ininfluenza sul piano internazionale ma sono GLI ITALIANI.

I partiti politici si sono divisi sulle opinioni di questa consultazione ma certamente tra le tante spiccano due voci autorevoli come quella del Presidente emerito Giorgio Napolitano e del presidente del Consiglio Matteo Renzi, entrambi hanno invitato a non andare a votare; quest’ultimo addirittura ieri a pochi minuti dalla chiusura delle urne ha mandato in diretta TV una proclamazione dalla sala stampa di Palazzo Chigi per far sua la vittoria di questo voto o meglio ‘non voto’, sarebbe bello vedere alle prossime amministrative una tale astensione e osservare, magari confrontare, le reazioni dello stesso presidente del consiglio davanti alla medesima situazione.

Del resto Non possiamo certo biasimarlo è la prima volta che ‘vince’ con il voto/non-voto degli Italiani.