ANDATE A VOTARE!

 

Il 17 Aprile 2016 gli italiani sono di nuovo chiamati alle urne questa volta non per eleggerei componenti di un governo che saranno poi sostituiti da tecnici oppure “governi di unità nazionale” bensì per votare sul così detto “Referendum sulle trivelle”.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza per chi, come noi, ha capito poco o nulla dalle disparate informazioni che arrivano o per chi per la prima volta nella vita andrà a votare.

 

Partiamo dalle basi, che cos’è un referendum?

 

Un referendum, in Italia, è un istituto giuridico contemplato dalla Costituzione in alcuni dei suoi articoli.

Esistono quattro diversi tipi di Referendum:

 

  • Referendum Abrogativo (articolo 75)

 

  • Referendum sulle Leggi Costituzionali (art. 138)

 

  • Referendum riguardante la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove

(art. 132 comma 1)

 

  • Referendum riguardante il passaggio da una Regione ad un’altra di Province o Comuni (art. 132 comma 2)

 

Il voto che siamo chiamati ad esprimere tra meno di un mese è per un referendum abrogativo, il primo in Italia di tale tipologia fu quello del 1974 passato alla storia come “Referendum sul divorzio”, quello del prossimo aprile sarà il 67^ nella storia della Repubblica di tale “categoria”.

Il voto che esprimeremo quindi andrà ad abrogare o meno la norma vigente sulle concessioni di estrazione degli idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa.

Questa consultazione popolare ha un primato nella storia italiana è infatti l’unico Referendum chiesto da almeno 5 consigli regionali fono ad ora.

 

Ma di fatto cosa siamo chiamati a decidere? Cosa prevedono le normative vigenti?

 

Dovremmo decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare, entro 12 miglia dalla costa (circa 20KM), possano durare fino all’esaurimento del giacimento oppure essere prorogate fino al termine della concessione.

Ad oggi le norme consentono agli impianti di rinnovare periodicamente le proprie concessioni e quindi estrarre gas e petrolio fino al loro esaurimento naturale.

Gli italiani dovranno quindi decidere se metter fine a questa norma o lasciarla invariata. Il cambiamento come specificato ricadrà SOLO sulle piattaforme esistenti entro le 12 miglia e non su quelle di terra né su quelle oltre le 12 miglia dalla costa.

 

Votare SÌ/ Votare NO

 

Votando SÌ di fatto affermiamo di voler ABROGARE la norma in vigore e quindi esprimiamo la volontà che le piattaforme esistenti entro i 20KM dalla costa una volta terminate le concessioni smantellino le trivelle e smettano di estrarre gli idrocarburi anche se i giacimenti non sono completamente esauriti.

 

Votando NO affermiamo di voler MANTENERE la norma allo status quo esprimendo quindi la volontà di rinnovo delle concessioni per l’estrazione di gas e petrolio fino all’esaurimento naturale di questi ultimi.

 

PRO e CONTRO

 

Come in tutte le questioni ci sono le due “facce della medaglia”, per il SÌ, favorevoli quindi all’abrogazione della norma vigente, sono gli ambientalisti, i sostenitori delle energie rinnovabili e molti altri. Le motivazioni sono svariate e vanno dalla spinta di modernizzazione del nostro Paese ai danni causati da questi impianti nel mare e sulle coste.

 

Al contrario favorevoli al NO, per lasciare le cose così come oggi sono, troviamo il primo Ministro italiano insieme a parte del mondo politico che hanno invitato all’astensione, i poteri forti e naturalmente i rappresentanti delle maggiori società (ENI in testa) che posseggono gli impianti di estrazione.

Le loro motivazioni vanno dal danno economico che causerebbe una chiusura di questi impianti, dovendo poi l’Italia importare più idrocarburi, alla perdita di lavoro o al ricollocamento di molti operai.

 

Come in ogni referendum sia che vinca il Sì sia che vinca il NO c’è bisogno del raggiungimento del Quorum affinchè la consultazione popolare sia valida.

Purtroppo molti sono stati i Referendum Abrogativi che non hanno raggiunto il famigerato 50+1% delle partecipazioni come quelli del 1990,1997,1999,2000,2003,2005,2009.

 

Naturalmente noi non siamo qui per parteggiare per una delle due scelte ma ci sentiamo di chiedervi di ANDARE A VOTARE poiché sono già poche le volte in cui la politica ci consente di esprimere la nostra opinione e sarebbe davvero ignobile non raggiungere di nuovo il quorum per cui, sia che votiate Sì sia che votiate NO, ANDATE in quella cabina ed esprimete la vostra opinione, forse cambierà poco o nulla ma il voto è l’unica arma che abbiamo in questa Repubblica per affermare un posizione e non sfruttarla perché “non si crede più nella politica” è sventolare bandiera bianca davanti a quelle persone che ci hanno fatto o ci stanno facendo disamorare del nostro Paese.

 

 

 

 

 

 

Roma, che confusione!!!

Nella primavera che ormai è alle porte in 1371 comuni italiani i cittadini sono chiamati a votare per eleggere le varie amministrazioni e naturalmente il “primo cittadino”. Tra i vari municipi da rinnovare vi sono molte grandi città ritenute in qualche modo “strategiche” dal punto di vista politico, spiccano quindi i nomi di capoluoghi come Torino, Napoli, Bologna e naturalmente tra le più importanti Roma.

La normalità vorrebbe che tutti lottassero fino al termine delle proprie forze politiche e sociali pur di conquistare quella poltrona, inutile nascondere che il primo cittadino romano ha un peso politico non indifferente; la normalità appunto, ma nel nostro amato Paese, di questi tempi nemmeno la consuetudine, di campagne politiche sporche e vili fino all’ultimo colpo di frusta (a cui questa classe politica ci ha abituati), sembra più esser rispettata. Basti guardare Roma e la situazione dei vari candidati che vanno tracciandosi sui diversi fronti per capire che si sta giocando al “CHI PERDE” e non certo al “CHI VINCE”; nella città eterna infatti sembra davvero che nessuno schieramento o forza politica abbia la minima intenzione di prendere il posto di Marino. Del resto come biasimarli, dopo Mafia Capitale chiunque sia il prossimo inquilino del campidoglio dovrebbe dare almeno l’impressione di onestà e certamente questo è chiedere troppo sia a destra che a sinistra (sempre che di destra e sinistra si possa parlare).

 

La domanda che viene più naturale a noi poveri stolti che osserviamo impotenti i giochi di potere è: Perché spingere Marino giù dalle scale del comune di Roma se nessuna forza politica ha voglia di entrarvi?!

La risposta naturalmente non l’avremo mai, troppe solo le variabili bisognerebbe chiedere contemporaneamente alle forze del partito che lo ha scaricato, ai consiglieri che prima lo hanno sostenuto e poi sfiduciato, alla Chiesa che gli ha teso l’ultimo sgambetto e chissà a quanti altri che sono rimasti nell’ombra.

 

Comunque volendo o no qualcuno dovrà sedere su quella poltrona, alla fine di marzo i nomi dovrebbero già esser chiari, i manifesti pronti a tappezzare le strade romane , le piazze occupate dai vari palchetti con rispettivi megafoni e bandiere ma non è così. Nelle piazze della capitale infatti troviamo solo qualche “gazebaria” a sostegno di questo o quel candidato, l’unico accenno di politica è dato dai comitati per il referendum del 17 aprile, ma questa è un’altra storia.

Torniamo a Roma e ai presunti candidati sindaci chi sono?

Eh, bella domanda questa, non è ancora molto chiaro ma cerchiamo di riassumere ad oggi cosa sta succedendo.

 

Partiamo dal Movimento cinque stelle che sembra essere l’unico ad avere un solo e reale candidato il suo nome è Virginia Raggi classe ’78 laureata in giurisprudenza, entrata nel movimento nel 2011. Sembra dunque essere una delle pochissime certezze delle comunali romane, sempre che l’esponente cinque stelle non faccia come la sua collega milanese Patrizia Bedori.

Spostiamoci a sinistra anche qui il candidato sembrerebbe uno solo eletto con le solite primarie Roberto Giachetti nato nel 1961, diplomato al Liceo Scientifico , deputato del PD con doppio tesseramento nel Partito Radicale Transnazionale da cui giovanissimo era entrato come attivista.

Nel centro sinistra però è d’obbligo usare il condizionale perché le sorprese sono sempre stato il loro forte per cui questo DOVREBBE essere l’unico candidato ma c’è l’incognita Marino. Cosa farà il dottore? Si ricandiderà in nome di quell’elettorato che nel marzo 2013 l’aveva prima eletto nelle primarie PD come candidato per Roma e poi portato fino al Campidoglio, lo stesso popolo che ha manifestato quando il sindaco è stato “defenestrato” dal suo stesso partito? Se Marino decidesse di candidarsi con una sua lista civica sarebbe poi definitivamente espulso dal “suo” partito? Questi sono quesiti a cui solo il tempo darà risposte.

Passiamo ora a destra, qui il caos è ancor più evidente non abbiamo ancora ben capito quanti e quali saranno i candidati di questa fazione politica. L’ex cavaliere è sceso in piazza più volte per sostenere Guido Bertolaso ex capo della protezione civile che all’inizio aveva declinato l’invito come Rita dalla Chiesa ma poi al contrario della conduttrice ha avuto un ripensamento sulla via di Damasco per cui i problemi che gli impedivano di assumersi una responsabilità tanto grande sono scomparsi.Questo candidato che sembra esser sostenuto da Forza Italia non trova però l’appoggio di Fratelli d’Italia AN e della Lega Nord che vorrebbero candidare o candideranno (non si è ben capito) Giorgia Meloni nota esponente di destra.

La leader appunto di Fratelli d’Italia AN è però in stato interessante e qualcuno, come Bertolaso e Berlusconi, ha affermato che non si può certo fare campagna elettorale e governare Roma essendo anche mamma, la stessa Meloni aveva inizialmente rifiutato di candidarsi ma sembra averci ripensato dopo la candidatura dell’ex capo della protezione civile.

Sarebbe già complicata così la scelta e soprattutto la comprensione ma non è finita qui, a destra infatti ci sono altri due candidati: Alfio Marchini classe ’65, maturità scientifica noto imprenditore italiano con una storia familiare politica che non si è ben capito da che parte stia , lo stesso Marchini infatti nel 2013 voleva candidarsi alle primarie del PD sempre per Roma ma poi vi rinunciò correndo con una sua lista; questa volta sembrava voler ricevere l’appoggio di Forza Italia, poi ha deciso di candidarsi in una lista civica indipendente ed ora invece sembra essere appoggiato dal Nuovo Centro Destra di Alfano insomma un uomo confuso in una confusione senza limiti. L’ulteriore candidato a destra è Francesco Storace che certo non ha bisogno di presentazioni classe 1959 segretario nazionale de La Destra dal 2008, ex ministro della Salute nel governo Berlusconi III , ex presidente della regione Lazio al centro di numerose inchieste giudiziarie tra cui quella di vilipendio nel 2007 contro il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la Senatrice Rita Levi-Montalcini.

I giochi, già molto complicati, non finiscono qui gli stessi candidati o leader di partito che li sostengono hanno infatti già espresso la loro preferenza se si dovesse andare al ballottaggio, l’ultimo caso è quello di Giorgia Meloni che in una trasmissione televisiva ha affermato che se si andasse ad un secondo turno di votazioni con i candidati Giachetti e Raggi sicuramente voterebbe la candidata cinque stelle.

Insomma un centro-sinistra avvolto dal mistero Marino sì / Marino no, un movimento cinque stelle apparentemente in vantaggio sostenuto in caso di ballottaggio anche dalla destra o almeno da una parte di essa, un centro-destra/destra più che diviso, in cerca di un quinto nome neutro per riunirsi oppure in corsa con quattro diversi candidati di quattro diverse estrazioni sociali e politiche, voi ci avete capito qualcosa? Io no!

Solo un’ultima domanda oso porre:
In mezzo a tanta confusione e dopo il vergognoso epilogo della vicenda Marino (sindaco eletto dal popolo di sinistra prima e di Roma poi) siete sicuri che qualcuno andrà a votare?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia che non conta

Tornati a casa da qualche giorno Filippo Calcagno e Gino Policardo sono stati ascoltati a Roma per capire come siano realmente andate le cose in Libia in quella prigione che dal luglio 2015  ha negato loro la libertà; libertà che Salvatore Failla e Fausto Piano non sono riusciti a riabbracciare uccisi ,forse, sulla strada della liberazione ma è davvero così?

Troppi “forse” nelle vicende che vedono protagonista il nostro Paese negli ultimi tempi, troppi dubbi non chiariti e che con il passare del tempo aumentano solo la rabbia di familiari, amici e di noi comuni cittadini.

Gli italiani pongono domande ma le risposte non arrivano mai, Failla, Piano, Regeni, Calcagno e Policardo solo alcune delle vittime di questo sistema confuso che sempre più sta avvolgendo Stati che come la Libia non hanno un governo e soprattutto feriscono Paesi come l’Italia.

Ultimamente la personale opinione di qualcuno che il nostro Stato non sia più preso in considerazione non è poi così personale e pessimistica, anzi sembra proprio che queste parole di delusione si avvicinino sempre più al reale.

 

-L’Italia chiede all’UE un piano per la crisi umanitaria dei migranti che ogni giorno sbarcano e muoiono a migliaia sulle nostre coste e l’Europa non risponde e quando lo fa non tocca certo il problema risolvendolo;

 

-L’Italia chiede spiegazioni e verità all’Egitto per L’OMICIDIO E LE TORTURE su un libero ricercatore che stava soltanto facendo il proprio lavoro e l’Egitto, (che già aveva fatto sparire il corpo del povero Giulio) solo perché i media portano in primo piano il caso, ci restituisce una salma senza alcuna verità, anzi cosa ancor più grave con tante bugie.

Menzogne che fanno ancora più male, ad una famiglia che ha perso un ragazzo senza un motivo valido (sempre che ce ne sia uno per uccidere e torturare un essere umano ancora nel 2016), ad uno Stato come il nostro che si sta facendo prendere per i baffi da un Paese che fino a qualche anno fa viveva ancora sotto dittatura.

 

-L’Italia chiede la liberazione di quattro ostaggi, anch’essi vittime di una guerra di potere senza alcun fondamento né senso (sempre che ci possa essere un senso alla guerra), e la Libia lascia che due di essi vengano usati come scudi umani e muoiano inermi su un terreno di guerra che certo non hanno scelto di frequentare e sul quale certo non avevano intenzione di morire.Gli altri due fuggono (da soli) e il governo di Tripoli, per altro non riconosciuto dall’ONU, invece di affrettare il rientro di questi due poveri uomini privati per mesi della loro libertà senza alcun motivo temporeggia e scatta foto con il loro ministro degli esteri come a volersi prendere il merito di qualcosa che a noi comuni mortali non verrà mai davvero illustrato, una verità che nessuno mai svelerà.

 

Questi solo alcuni degli ultimi clamorosi esempi che vedono protagonista, in negativo, il nostro Paese, quest’Italia che sembra sempre più contar meno.

Vi siete mai chiesti se tutto ciò fosse accaduto a cittadini Tedeschi piuttosto che Francesi senza parlare poi degli Inglesi?!Che cosa sarebbe successo?

L’Europa e l’ONU sarebbero davvero rimaste in questo silenzio vergognoso?

E la NATO con gli USA in testa davvero non avrebbero accennato ad alcuna reazione? Proviamo invece ad ipotizzare che tali episodi avessero visto protagonisti cittadini Russi cosa mai sarebbe potuto accadere?!

Queste sono domande cui nessuno può certamente rispondere ma che insinuano un dubbio non indifferente nelle coscienze dei più; interrogativi che fanno riflettere su quanto questo nostro Stato non solo conti poco all’interno dell’Unione Europea ma anche al di fuori di essa, anche con Nazioni nel caos più totale e senza una reale organizzazione socio-politica.

 

È straziante pensare a quanto poco peso a livello internazionale abbia la nostra Italia, indispensabile quando si tratta di accogliere migranti o gestire azioni militari per la posizione strategica e inutile quando chiede aiuto.

Abbiamo grandi orecchie e grandi braccia per ascoltare ordini e accogliere chiunque ma certo non abbiamo una gran voce per farci ascoltare o quanto meno sentire.

Questo, cari italiani, fa male, ferisce noi comuni cittadini ma distrugge i familiari di vittime ingiustamente privati della propria libertà, della propria vita e soprattutto della VERITÀ.

Qualcuno diceva che la libertà rende liberi ma come si fa ad esserlo davvero se questo nostro Paese oltre a non tutelare la LIBERTÀ dei propri cittadini non dice loro nemmeno la verità?!

Come possono le persone coinvolte in prima o in terza persona avere pace, sempre che essi riescano a ritrovarla mai, se non hanno nemmeno risposte?

 

-Chi e perché ha ucciso Salvatore Failla e Fausto Piano?

– Chi e perché ha ucciso Giulio Regeni?

-Come mai Filippo Calcagno e Gino Policardo sono riusciti a fuggire?

 

Queste sono solo alcune delle infinite domande, dei casi portati alla luce dai media tra i tanti, che non hanno risposte, quesiti a cui lo stato italiano dovrebbe rispondere e ancor prima esigere verità dai Paesi coinvolti.

Siamo stanchi di essere positivi e “sperare” che qualcuno risponda ad alcuni interrogativi, ora siamo adirati e PRETENDIAMO la verità, per chi è morto su quelle terre straniere senza colpe e per chi qui è costretto a piangere quelle vite spezzate.

 

 

 

 

Lampedusa, Lesbo, Calais: rompicapo di geografia della speranza

La giuria del Festival del cinema di Berlino 2016 ha voluto conferire quest’anno il primo premio, l’Orso d’oro, a un documentario italiano, “Fuocoammare”, del regista Gianfranco Rosi. L’opera cinematografica ritrae storie di migranti che ogni anno giungono a bordo di barconi sulle coste dell’isola di Lampedusa e ritrae soprattutto storie di lampedusani che si attivano per dare soccorso e accoglienza umana a queste persone venute dal mare.
Il documentario mostra la quotidianità di un fenomeno, quello delle migrazioni dall’Africa e dall’Asia all’Europa, che, a partire dalla sua comparsa in forma massiccia negli anni ’80, è divenuto indubbiamente un fenomeno stabile e strutturale. Un fenomeno, dunque, che è divenuto per varie ragioni parte integrante degli equilibri di geografia umana del continente europeo: ignorarlo è impossibile, ricondurlo a semplice emergenza momentanea porta invece ad assumere misure politiche insufficienti e inadatte. Gli Stati europei si stanno dimostrando incapaci di far fronte ai flussi migratori, mettendo in campo politiche divisive, contingenti e insostenibili, quando non adottando strategie populistiche volte a mantenere momentanei consensi: che senso ha parlare di affondamenti di barconi, respingimenti o chiusura di confini come mezzi per fermare la massa umana che regolarmente si porta ai cancelli d’Europa? Pare quasi di voler così fermare un corso d’acqua con le mani.
Grandi migrazioni hanno sempre caratterizzato la storia umana; e quella in atto nel Mediterraneo non è nemmeno la più ingente riguardo i suoi numeri.
Guidati dal sogno di una vita migliore, nordafricani si imbarcano periodicamente per fare fortuna in Europa, assieme a uomini provenienti dall’Africa sub-sahariana che fuggono da guerre, fame e persecuzioni politiche; gli spostamenti umani hanno subìto variazioni con gli eventi politici: nel periodo della Primavera Araba (2011) un numero crescente di magrebini e mediorientali hanno cercato rifugio in Europa; negli ultimi mesi i flussi verso l’Europa sono aumentati in maniera vertiginosa con gli esiti della crisi siriana (iniziata più di 5 anni fa) e di quella irachena: in fuga da bombardamenti e massacri, enormi gruppi umani si sono riversati nelle nazioni confinanti come Libano e Turchia per poi intraprendere spesso un arduo percorso verso le nazioni europee.
Eppure realtà sociali come quelle europee, che hanno da secoli posto a fondamento del vivere comune il rispetto della dignità dei singoli e della loro personale ricerca di libertà e autorealizzazione (almeno nella teoria), si mostrano indifferenti alle difficoltà delle traversate nei loro mari e al numero immane di naufragi, che hanno reso i fondali mediterranei un immenso cimitero sommerso. Il fondatore della civiltà romana, base di gran parte del patrimonio culturale europeo, non fu forse il migrante Enea? Perché culture sorte negli scambi tra le coste mediterranee dimenticano i doveri di solidarietà delle leggi del mare?
Se il flusso umano dal “Sud del mondo” ai Paesi più ricchi (non solo dall’Africa all’Europa, ma anche dal Messico agli Usa, dall’Africa orientale alla Penisola araba, dal Sud-Est asiatico all’Australia) non può essere fermato, può però essere gestito. Ed è fisiologico che gli Stati intervengano con politiche migratorie di gestione per assicurare che numerosi ingressi in un breve lasso di tempo non sconvolgano gli equilibri sociali e produttivi, e i servizi essenziali e standard di vita equivalenti siano sempre assicurati a ogni cittadino del Paese indipendentemente dalla provenienza. Gli Stati, anche per ragioni di sicurezza, devono favorire l’immigrazione legale nel proprio Paese contrastando le condizioni che portano a ingressi senza documenti (contrasto per cui la criminalizzazione e la demonizzazione della clandestinità sono scarsamente producenti), innanzitutto per assicurare al migrante la fruizione dei propri diritti. E invece la gestione migratoria viene spesso utilizzata come mezzo di propaganda nazionalistica, come affare economico, come alibi per le manchevolezze dei governanti, come applicazione di strumenti coercitivi.
L’immigrazione rappresenta un’importante risorsa economica per i Paesi interessati: non c’è solo il discorso (piuttosto utilitaristico e non troppo umano) per cui gli immigrati si adattano a intraprendere lavori che i locali rifiutano, ma in generale posso dare uno sviluppo complessivo agli apparati produttivi; se posti nelle giuste condizioni, poi, rappresentano una nuova risorsa di lavoro: i migranti portano con sé nuove e diverse necessità, che aprono la possibilità di nuovi servizi da offrire e quindi di nuovi impieghi per i locali.
Il tutto, a patto che la gestione sia operata in maniera idonea. E invece il Vecchio Continente sembra inadeguato ad affrontare una sfida che in ogni caso gli si sta proponendo.
Gli Stati nazionali, per non perdere consensi elettorali, si rifiutano di prendere parte a programmi di distribuzione dei profughi (in sé la distribuzione è uno strumento criticabile, trattando le persone alla stregua di merci da allocare, ma è certo preferibile a concentrazioni in ghetti periferici negli Stati in cui sono approdati); le nazioni europee offrono opportunità solo a chi fugge da conflitti, chiudendo le porte ai “migranti economici”, come se fuggire da fame e disoccupazione non rendesse degni di accoglienza.
Nelle riunioni dei vertici europei si adottano misure emergenziali e non strutturali; le revisioni delle inadatte politiche sono state attuate sempre a seguito di fatti tragici, come il naufragio del 3 ottobre 2013 vicino le coste di Lampedusa (costato 366 morti e una ventina di dispersi) e quello del 18 aprile 2015 nel Canale di Sicilia (in cui i dispersi furono tra i 700 e i 900). E proprio per quanto riguarda le vite di chi solca il Mediterraneo su barconi, ha rappresentato un regresso il passaggio nel novembre 2014 dall’operazione italiana Mare Nostrum, iniziata nel 2013 e volta al salvataggio di migranti in difficoltà (oltre al contrasto al traffico di migranti), all’operazione europea Triton, che ha un finanziamento pari a un terzo di quello di Mare Nostrum, agisce solo fino a 30 chilometri nelle acque internazionali dal confine italiano (solo dopo il naufragio del 2015 l’area di intervento è stata ampliata) e si occupa principalmente di controllo della frontiera e non di soccorso.
A Lampedusa i centri di accoglienza dei migranti risultano continuamente colmi oltre le loro possibilità, mentre il personale medico e di assistenza è troppo esiguo per fronteggiare i numeri che gli si presentano davanti. In Italia, procedure lente rendono il soggiorno nei centri una vera e propria detenzione, mentre non di rado vengono accertati casi di espulsioni illegali anche di minori.
È vero che l’Italia si trova a essere geograficamente esposta ai flussi migratori ed è lasciata sola dalle concertazioni di carattere europeo, che hanno a lungo lasciato nazioni come Italia e Grecia a farsi carico di tutti i rifugiati in nome del Regolamento di Dublino (convenzione rinnovata nel 2013 per la quale il primo Paese europeo in cui il migrante sia registrato è quello a cui egli dovrà fare richiesta d’asilo); ma ciò non esime l’Italia dalle sue responsabilità nell’aver dimostrato gravi mancanze nell’accoglienza e nella gestione di richieste d’asilo.
A Calais, nel Nord della Francia, migliaia di profughi si sono visti rifiutare la possibilità di raggiungere il Regno Unito per chiedere qui asilo e si sono assiepati a vivere, assieme a migranti economici, in un enorme campo (la cosiddetta “giungla”), dove la qualità dell’acqua è dubbia, le condizioni igieniche precarie e i ripari sono di legno e teli di plastica in mezzo al fango.
Il 25 febbraio 2016 il Tribunale di Lille ha deciso lo sgombero progressivo del campo e l’area meridionale della tendopoli (abitata da circa 3400 persone) è in corso di svuotamento: i migranti saranno alloggiati in un campo di container riscaldati (14 persone per ogni container, senza intimità, con docce comuni del campo realizzate solo su pressione di organizzazioni umanitarie); una soluzione più umana ma non ancora adeguata.
A Calais i profughi rischiano spesso la vita per cercare di oltrepassare la Manica, come fanno gli africani che muoiono sul filo spinato per giungere nelle terre spagnole in Africa, come fanno i migranti che muoiono asfissiati nei camion in cui sono stipati per passare le frontiere europee.
Sull’isola greca di Lesbo si riversano i tantissimi profughi (soprattutto siriani e iracheni, ma anche molti afghani; nel febbraio 2016 dagli 800 ai 1000 al giorno) che dalla Turchia cercano di passare in Europa dopo aver attraversato un pericoloso tratto di mare.
L’isola è sovraffollata e la Grecia, già provata dalla crisi economica, vede rinvigorirsi l’estrema destra, mentre sono molti i naufragi e le morti in mare.
Eppure, ai primi del settembre 2015, un’immagine ha destato attenzione: il piccolo corpo di un bambino curdo di 3 anni, Aylan Kurdi, annegato in una traversata e immortalato mentre giaceva sulla spiaggia turca di Bodrum. Se le molte immagini scattate negli ultimi anni di piccoli migranti africani annegati non hanno sortito grandi effetti (triste a dirsi), questa foto ha scosso l’opinione pubblica occidentale, in virtù del fatto che il bambino fosse bianco e vestito in abiti di foggia europea, quindi facilmente identificabile in un bambino europeo.
Questa triste morte ha prodotto pressioni sui leader europei (il premier britannico David Cameron ha aperto le porte a un maggior numero di siriani sulla scia della notizia) e ha rafforzato il consenso attorno alla decisione presa nella fine dell’agosto 2015 dalla cancelliera tedesca Angela Merkel di offrire asilo in Germania a tutti i profughi provenienti dalla Siria (indipendentemente dalla Convenzione di Dublino). Per quanto la decisione di accogliere in maniera più semplice avrebbe potuto riguardare anche profughi di altri conflitti, la Germania ha comunque scelto di dare grande prova di solidarietà e di portare le altre nazioni europee ad adottare la stessa attenzione alla questione dei rifugiati.
Ci sono stati episodi di intolleranza da parte di gruppi neonazisti (come quelli che hanno dato alle fiamme centri di accoglienza o quelli che, assieme ad alcuni residenti, il 23 febbraio 2016 hanno vigliaccamente circondato un bus di rifugiati tra cui diversi bambini impauriti), ma intanto una parte considerevole del mondo imprenditoriale e in generale della società tedesca si è mobilitata nell’offrire opportunità per i profughi e nel realizzare progetti inclusivi a lungo termine, dimostrando come una volontà diffusa possa dare grandi vantaggi a tutte le parti in causa. E molti economisti prevedono sul lungo termine enormi benefici per l’economia tedesca, che potrebbe andare incontro a un nuovo boom economico.
Ma intanto soluzioni importanti per le traversate tra Turchia e Grecia non sono ancora state adottate: sono stati aperti alcuni corridoi umanitari (spesso a carico di gruppi religiosi e associazioni umanitarie) che consentono a chi fugge dai conflitti mediorientali di raggiungere in aereo l’Europa per chiedere accoglienza; ma sono troppo pochi e tutt’oggi bambini come Aylan Kurdi annegano nel mar Egeo.
In realtà l’immigrazione mette a nudo le contraddizioni e i punti deboli delle nostre società: in società dinamiche, inclusive e giuste, nuova forza lavoro e nuove menti per l’innovazione rappresentano una risorsa da incanalare nei giusti settori e da valorizzare per la crescita complessiva della società, che tutta va a raccoglierne i frutti; ma le società europee appaiono sempre meno così.
Il potere può quindi puntare il dito sul migrante e accusarlo di responsabilità per un’economia stagnante e una società immobile, in realtà messe in evidenza anche dalla presenza del migrante, anziché lavorare a porvi rimedio, magari creando inedite possibilità di sviluppo, investendo in innovazione, fornendo pari accesso alle possibilità lavorative.
I movimenti politici razzisti e xenofobici, raccontando di una società organica e solida minacciata dall’esterno dall’immigrazione, fungono da stampella ai poteri, nascondendo i conflitti e i divari che attraversano la società, eludendo il problema delle diseguaglianze e degli iniqui sistemi di potere per lanciare invettive contro lo straniero.
Una caratteristica intrinseca della condizione del migrante è la vulnerabilità: vaga spesso senza riferimenti e con scarsi mezzi, privo del supporto di una comunità; non è un caso che il bacino da cui attingono le attuali forme di schiavitù umana siano i flussi migratori. La loro vulnerabilità fa sì che gli Stati possano mettere in atto, senza reazioni dell’opinione pubblica, forme di oppressione e di disumanità, controllando i gruppi di migranti senza considerazione per le loro necessità, assiepandoli in centri di identificazione in numeri immensi e con scarsa igiene oppure bloccandoli con barriere a vivere all’aperto in difficili condizioni, usando repressioni poliziesche con lacrimogeni e manganelli: attuando, insomma, politiche irrispettose dei diritti umani in cui le persone, disumanizzate, divengono semplice strumento del potere.
Della vulnerabilità dei migranti approfittano anche le organizzazioni criminali che vedono in persone spesso disperate e disorientate manodopera a basso costo; privi delle sicurezze assicurate dallo stato sociale per il quale sono inesistenti, vengono usati per lavori pesanti, furti e traffico di droga.
Relegati ai margini di società immobili, assoldati in lavori degradanti o fuori legge, i migranti sono condannati in massa a vite di stenti, violenza e degradazione.
L’ambiente di degrado in cui i migranti sono costretti dà luogo a espressioni di brutalità; la necessità fa mostrare i denti e la legge del “mors tua vita mea” prende spesso piede: scene come gli assalti dei profughi ai treni per l’Europa centrale in cui ragazzini venivano spintonati giù dagli uomini più possenti, come l’efferatezza di delitti maturati in gruppi di immigrati (verso altri immigrati o verso residenti) durante rapine, affari o semplici liti, fatti che divengono strumento prediletto per la propaganda razzista e xenofobica. La condizione umana e sociale non giustifica atti cruenti, ma è un fatto che tali atti aumentino in ambienti degradati e caratterizzati da miseria e stato di necessità.
In più l’incontro tra persone cresciute in realtà differenti è raramente semplice e indolore; il confronto col diverso, con l'”altro”, porta a mettere in discussione se stessi: e ci si può aprire al confronto con la diversità o chiudersi in difesa di una presunta identità, di appartenenze a gruppi esclusivi senza vedere le capacità fluide e inclusive delle identità personali e sociali. Il rapporto con il “diverso” è vera fonte di arricchimento. La convivenza può essere difficile da raggiungere, ma di certo non impossibile.
La società svedese ha sempre mostrato grandi capacità di apertura e rappresenta il primo Paese europea per presenza straniera in rapporto alla superficie; tuttavia negli ultimi anni ha mostrato delle chiusure, poiché l’impatto dell’immigrazione ha talvolta dato effetti negativi: gli stranieri che vivono di elemosina e accattonaggio stonano nel contesto ordinato svedese e in un Paese in cui la cronaca nera è quasi inesistente i pochi fatti di sangue degli ultimi anni hanno visto principalmente stranieri di varie nazionalità esserne protagonisti. Ciò ha spostato a destra parte dell’elettorato svedese, ma concezioni razziste rimangono minoritarie: un serio dibattito politico sul governo dell’immigrazione e l’efficacia dell’inclusione di massima parte degli immigrati affievoliscono le spinte xenofobiche.
Nella notte di Capodanno 2016, in diverse città tedesche come Colonia e Amburgo, gruppi organizzati di giovani immigrati hanno attuato in massa molestie e stupri, in un’esaltazione di maschilismo e disprezzo: un episodio inaccettabile come questo non può certo fare da pretesto per irrealistiche e populistiche campagne contro lo straniero, ma pone questioni su come sia possibile favorire una reale inclusione e diffondere con forza voci che contrastino visioni maschiliste (che certamente non mancano neanche nella cultura europea, pur con forme diverse).
Le immagini dei profughi mediorientali in cammino attraverso il continente europeo hanno impaurito parte dell’opinione pubblica europea: a sconvolgere è questa percezione di una massa umana che si muove con apparente irrazionalità, giunta a rompere le nostre certezze ordinate, presentata come una specie di minacciosa orda barbarica. E invece si può guardare in termini umani a queste persone pronte ad attraversare boschi e guadare torrenti per la meta sognata: i tedeschi che nel settembre 2015 hanno accolto i profughi siriani alla stazione di Monaco hanno dimostrato che è possibile pensare ai flussi migratori con diverso atteggiamento; quello stesso che hanno le forze impegnate nei soccorsi in mare, i centri culturali che operano per l’integrazione, gli attivisti nei centri di identificazione e nei campi per rifugiati, il personale sanitario alle frontiere, i volontari che lavorano per l’accoglienza.
Le strade ci sono: pratiche virtuose di accoglienza e integrazione fioriscono nonostante il disinteresse delle autorità e sarebbe anzi necessario che gli Stati si impegnassero a sperimentarle su più ampia scala.
I migranti hanno una forza, quella di chi ha patito e ha addosso poche cose tra cui di certo la speranza, la forza di chi ha sentito il dolore del distacco dalla propria terra, quella di chi vede alle sue spalle la morte e sa che davanti ci può essere solo la vita, per guadagnarsi la quale nulla può essere insormontabile (non le barriere di filo spinato innalzate da macedoni, sloveni e ungheresi, non l’oscurità dei mari agitati, non marce chilometriche nei Balcani e notti all’addiaccio da affrontare); e poi, provenendo da Paesi in cui l’età media della popolazione è bassissima, sono soprattutto ragazzi ad affacciarsi sull’Europa invecchiata; e hanno, come tutti i giovani, una irrefrenabile voglia di vivere.
Sta ora al continente europeo e ai suoi leader (ma ancor più ai loro elettori) la scelta: guardare con occhio fraterno chi fugge da condizioni che anche l’Europa ha contribuito a determinare, far fruttare le energie che accorrono in cerca di opportunità, includere i nuovi arrivati in un cammino comune e costruire realtà nuove e aperte; oppure chiudersi nella conservazione di un esistente che è già passato, proseguire tra odii e disagio sociale, innalzare muri riesumando stagioni di disumanità e assistere all’asfissia del nostro sistema produttivo e sociale.