Europa, se conviene

“Ora potrò raccomandare di votare sì al referendum” così il premier britannico David Cameron ha commentato dopo 40 ore di trattativa alla fine della riunione tenutasi a Bruxelles negli scorsi giorni.

Come ricorderete il primo ministro inglese aveva fatto del referendum per rimanere/uscire dall’UE il suo cavallo di battaglia durante le elezioni dello scorso maggio in cui a sorpresa trionfò proprio cavalcando l’onda dell’euroscetticismo. Il referendum fissato per il 23 giugno 2016 lascerà l’ultima parola proprio ai cittadini del Regno Unito che saranno chiamati a decidere se la nominata “Brexit” rimarrà solo un ricatto del governo inglese nei confronti dell’UE oppure se diverrà una strana realtà.

Cameron non ha certo cambiato opinione dall’oggi al domani (come succede nella politica interna italiana caso ultimo quello dei grillini sul DDL Cirinnà), ha bensì usato il referendum come strumento di mediazione (o ricatto che dir si voglia) per far accettare all’Europa una Gran Bretagna con un piede nell’unione, lì dove conviene, e l’altro fuori da questa quando si tratta di responsabilità e controlli. I britannici hanno da sempre un’indipendenza dall’UE diversa rispetto ai restanti Paesi membri, non sono mai entrati nell’eurozona e questo ha garantito una maggiore stabilità economica (anche durante la crisi mondiale da cui si sta lentamente uscendo) e un inferiore rischio di contagio con il resto dell’Europa.

Ad oggi l’indipendenza inglese aumenterà invece di diminuire, il primo ministro inglese ha infatti ottenuto durante il vertice che al momento della prossima revisione dei Trattati verrà inserito un paragrafo in cui sarà esplicitamente scritto che Londra è esentata dal concetto di «ever closer Union» («Unione sempre più stretta», il principio su cui si fonda l’Europa sin dal Trattato di Roma del 1957). La Gran Bretagna quindi non farà mai parte di un esercito europeo, non parteciperà ai salvataggi finanziari, all’euro e ai confini aperti ma sarà influente nelle decisioni che interessano l’UE e avrà la possibilità di prendere iniziative. I sudditi della regina saranno protetti in modo permanente, la supervisione delle banche resterà a loro, l’Eurozona non sarà un blocco che potrà in alcun modo agire contro il sistema economico inglese al riparo quindi da ogni discriminazione.

Questi sono solo alcuni dei vantaggi che Cameron ha siglato nell’incontro a Bruxelles, questo “patto” sarà reso effettivo soltanto se i cittadini d’oltremanica nel referendum del prossimo giugno decideranno di rimanere nell’UE.

Il premier britannico ha dichiarato quindi che lui ed il suo governo si impegneranno esplicitamente e con tutte le loro forze nella campagna per convincere gli elettori che rimanere in Europa (a queste condizioni) è più vantaggioso che uscirne. Forse Cameron non ha poi tutti i torti è davvero più conveniente per gli inglesi rimanere in un Unione Europea che gli riconosce molti vantaggi e poteri senza chiedere in cambio poi così tanto.

Il Regno Unito infatti non appoggerà alcun piano di redistribuzione dei migranti decisi a non accogliere nessuno nel proprio territorio, non sarà vincolato né controllato dall’UE sui principali aspetti economici, ed avrà invece potere decisionale su tutto; più che un accordo tra parti questa sembra una vera e propria conquista del conservatore inglese.

All’interno del proprio governo Cameron dovrà però contrastare i 6 o 7 membri che già hanno dichiarato apertamente alla stampa di non condividere la decisione presa a Bruxelles e di non voler quindi fare marcia indietro sulla Brexit.

L’Unione Europea non esce certo vincente da questa vicenda anche se Junker ha dichiarato “Questo accordo non accresce le crepe ma costruisce ponti”, sicuramente un’uscita della Gran Bretagna non sarebbe stato un successo per l’UE ma questo accordo ha tanto l’aspetto di un ponte a senso unico permettendo agli inglesi di venire in Europa ma negando la possibilità inversa dell’UE di andare oltremanica.

Con il passare del tempo l’Europa ha sempre più crepe e sempre meno unità, gli stati membri minacciano la loro uscita dal sistema per ottenere flessibilità e indipendenza, Schengen è a rischio eliminazione o come preferiscono dire “revisione”, la crisi dei migranti non solo non è stata risolta ma sta contribuendo in larga parte a mostrare al mondo la divisione di quella che si chiama “UNIONE Europea”.

Questi 28 Paesi che iniziarono la loro unione nel marzo 1957 si stanno disgregando, l’UE cade a pezzi ogni giorno di più eppure non parliamo di principi scritti 200 anni fa ma meno di sessant’anni orsono; quei principi secondo cui “l’unione fa la forza” stanno lasciando sempre più spazio all’infiltrazione di interessi individualistici che penetrano nelle fondamenta di questa Europa avvicinandola inevitabilmente al crollo.

Cinquantanove anni fa a Roma veniva posto il primo mattone di quella che sarebbe poi divenuta UE, questo piccolo mattoncino prevedeva:

 

termini come “COMUNE”, “COOPERAZIONE” erano le basi dell’UE, parole come “ELIMINAZIONE” avevano senso solo se accostate alle DIFFERENZE .

Per anni hanno cercato con progetti e materie scolastiche di insegnarci cosa fosse l’Europa, su quali principi fosse basata, dopo anni di studio di guerre, conflitti armati e non, ci hanno proposto L’UNIONE EUROPEA come l’esempio per eccellenza di Paesi che mettendo da parte i propri personali interessi erano riusciti a costruire un modello di UNIONE, COOPERAZIONE, COMUNITÀ.

Ora vi domando: l’Europa è quella di Roma del 1957 (che con tutti i limiti cercava la coesione) oppure è questa di Bruxelles ?

Se l’UE è questa di oggi: quella che davanti a milioni di morti si volta rifiutando di accogliere chi fugge dal male che noi occidentali abbiamo seminato nelle loro terre e innaffiato aspettando, incuranti che crescesse; quella che concede indipendenza alla Gran Bretagna pur di tenerla vincolata a se; quella che vuole cancellare Schengen perché è più comodo; quella che fa caso allo 0,003% di capitale in più o in meno senza analizzare i problemi per cui quel Paese è in difficoltà; quella che se uno Stato membro ha bisogno di ausilio gli volta le spalle…

SE QUESTA è L’UE io non sono Europeo o Europeista, io non voglio essere parte di questo sistema , non voglio appoggiarlo né condividerlo.

 

SE invece l’UE è quella che ci hanno insegnato a scuola, quella di unione e coesione, quella che ha fatto CADERE muri non ne ha innalzati, quella della LIBERA circolazione nello spazio Schengen, quella della solidarietà internazionale quando un Paese membro viene colpito, quella del “MAI PIÙ GUERRE”…

SE QUESTA è l’UE tutti gli stati membri, i vertici delle istituzioni e i cittadini dovrebbero ritrovare quella strada, la stessa strada che portò a Roma nel ’57 e a Maastricht nel ‘92

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il morbo e la croce: il virus Zika e il cattolicesimo sudamericano

Il 5 febbraio 2016 Zeid Raad al-Hussein, alto commissario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha espresso, a nome dell’Onu, la richiesta di una urgente revisione delle politiche in materia di contraccezione e aborto ai Paesi coinvolti nell’epidemia da virus Zika, che si sta diffondendo principalmente nelle nazioni sudamericane. Alla base dell’intervento del commissario vi sono le modalità di infezione e le probabili implicazioni patologiche del virus e la loro contingenza con la legislazione in materia di interruzione di gravidanza dei Paesi dell’America Latina, che è un riflesso di radicate concezioni culturali. Ma innanzitutto l’epidemia: cos’è il virus Zika? Si tratta di un virus che prende il suo nome dalla foresta Zika, in Uganda, dove fu per la prima volta individuato nei macachi; si tratta dunque di un agente patogeno originario dell’Africa centrale, dove, a partire dagli anni ’50, iniziarono le prime epidemie umane della malattia Zika, prodotta dall’omonimo virus; da lì il patogeno si è lentamente diffuso nel Nord Africa, nell’Asia meridionale negli anni ’70, poi nelle isole del Pacifico nel 2013 e infine, negli ultimi mesi del 2015, il virus è giunto a colonizzare l’America Centro-Meridionale e i Caraibi, provocando una pandemia (le stime parlano di 1,5 milioni di infetti in Brasile e 30.000 in Colombia, per citare due tra i diversi Paesi colpiti, al gennaio 2016). Il virus Zika fa parte del gruppo degli Arbovirus, cioè virus che passano da un organismo a un altro usando come vettore un artropode, nel caso dello Zika la zanzara. Non tutte le zanzare fungono da trasporto per il virus Zika: le specie in questione sono del genere Aedes, in particolare le zanzare Aedes aegypti e, più raramente, Aedes albopictus (le cosiddette “zanzare tigri”), specie non molto comuni nelle latitudini europee ma diffusissime nelle zone tropicali e subtropicali; proprio il fatto che le zanzare pungano organismi di specie differenti consente il passaggio di specie del virus: oltre che nell’uomo, è presente in scimmie, roditori e grandi mammiferi della savana, tutti animali che fungono da “serbatoio” per il virus: quando un ceppo virale si adatta a una certa specie di ospite (attraverso la scomparsa degli agenti patogeni più nocivi e degli ospiti più sensibili alla patologia), può riassumere patogenicità (capacità di produrre una malattia) passando a infettare una specie diversa, a cui lentamente si adatterà a sua volta. Il fatto di poter passare da un animale all’uomo e poi, tornato sull’animale, infettare nuovamente l’uomo, fa sì che uno stesso ceppo virale possa produrre epidemie a distanza di intervalli temporali.
Dunque le zanzare rappresentano il principale veicolo di trasmissione del virus Zika, tra individui di specie diverse come tra individui della stessa specie (incluso l’uomo); tuttavia sempre più casi fanno pensare che si possa anche trasmettere da umano a umano attraverso rapporti sessuali (è stata infatti documentata la presenza di virioni, vale a dire particelle del virus, nel liquido seminale di persone infette e nel febbraio 2016 ci sono state almeno tre trasmissioni sessuali), attraverso trasfusioni di sangue e dalla madre al feto superando la placenta. Si pensa invece che una trasmissione attraverso la saliva sia improbabile perché, pur contenendo essa il virus, ne presenta concentrazioni così basse da non poter veicolare la malattia.
Ma cosa provoca tale virus?
In circa un quarto delle persone infettate non provoca alcun sintomo; nel resto dei casi si presenta una febbre lieve, della durata di pochi giorni, spesso associata a eruzioni cutanee, mal di testa, dolori articolari, infiammazione della congiuntiva.
I sintomi della malattia sono facilmente trattabili con paracetamolo e la malattia scompare generalmente in poco tempo; tuttavia in persone che vivono in stato di denutrizione e in precarie condizioni igieniche (come molti abitanti delle favelas sudamericane), in concomitanza con altre malattie può produrre complicazioni e portare a esiti più gravi fino a contribuire al decesso; inoltre la pandemia sudamericana sta presentando casi clinici inediti (dovuti forse a un nuovo ceppo di virus Zika o alla sua interazione con un nuovo ambiente e con una nuova popolazione di ospiti): come mostra uno studio del gennaio 2016, un numero crescente di sudamericani affetti dal virus Zika presenta la sindrome di Guillain-Barré (il virus attacca il sistema nervoso periferico producendo debolezza della muscolatura, a partire da quella degli arti, fino alla paralisi dei muscoli e arrivando a minacciare la sopravvivenza della persona se giunge a intaccare i muscoli della respirazione); inoltre, quando una madre in gravidanza contrae il virus Zika, il neonato può presentare una microcefalia, cioè un cranio di dimensioni più piccole del normale, che implica in genere forti disturbi nello sviluppo intellettuale e nelle funzioni motorie del bambino: in realtà non esistono ancora abbastanza studi scientifici per asserire un rapporto di causa-effetto tra malattia Zika e microcefalia (i tempi delle ricerche scientifiche nel campo sono necessariamente lunghi) ma i dati statistici possono intanto far supporre una qualche correlazione (3893 casi di microcefalia in Brasile tra ottobre 2015 e gennaio 2016 contro i 147 di tutto il 2014).
Queste evidenze hanno messo in allarme le autorità sanitarie sudamericane, dove si sta sviluppando un importante focolaio di virus Zika (sono 29 i Paesi colpiti al 10 febbraio 2016) e dove il tasso di natalità (pur essendo drasticamente diminuito nell’ultimo decennio) rimane considerevole.
Attualmente non esiste un vaccino contro il virus Zika: nelle ultime settimane ne sono stati messi a punto due possibili candidati (uno prodotto da un ente americano e uno da un’azienda indiana) ma la loro necessaria sperimentazione in trial clinici e l’eventuale produzione su larga scala richiederanno diversi mesi.
Il 20 gennaio 2016 il governo colombiano ha consigliato alle donne di evitare le gravidanze, vista l’elevata possibilità di dare alla luce bambini microcefalici; nei giorni successivi anche Brasile, El Salvador ed Ecuador hanno invitato a rimandare le gravidanze.
Molto difficilmente un invito di questo tipo verrà raccolto dai sudamericani con un periodo indefinito di astinenza sessuale: e tuttavia questa rappresenta oggi l’unica scelta possibile laddove l’aborto è illegale in tutti gli Stati dell’America Centrale e Latina (con l’eccezione di Cuba, Martinica, Guadalupa, Guyana e Uruguay; in Brasile è consentito solo se conseguenza di stupro o se la gravidanza mette in pericolo la vita della donna, in Argentina, Perù, Ecuador e Costa Rica solo per gravi rischi della salute della madre e in Venezuela, Suriname, Paraguay, Honduras e Haiti solo se la donna è in serio pericolo di vita) e le campagne per la contraccezione e per la pianificazione familiare che i governi dovrebbero portare avanti sono pressoché inesistenti. Il divieto di pratiche abortive e lo scarsissimo uso di contraccezione sono senza dubbio imputabili alla forte influenza della Chiesa cattolica sudamericana sulla cultura locale.
Secondo la dottrina cattolica, infatti, l’aborto, sopprimendo un organismo con una sua individualità, deve essere considerato una forma di omicidio punibile allo stesso modo e, poiché l’atto sessuale è accettato solo se finalizzato alla procreazione, le metodiche contraccettive non sono ammissibili.
All’invito dell’alto commissario dell’Onu rivolto ai governi è giunta immediatamente la risposta dei vescovi brasiliani: il 7 febbraio 2016 la Conferenza episcopale brasiliana, per bocca di monsignor Sérgio da Rocha, ha espresso la sua totale contrarietà all’uso dell’aborto in risposta all’epidemia.
Il radicamento del cattolicesimo in Sudamerica è storia antica: originò con le prime missiones spagnole che nelle loro strutture barocche ospitavano gli indios convertiti, si sviluppò in sincretismi popolari con le fedi indigene e con quelle degli schiavi trasportati dall’Africa pur mantenendo un forte rispetto dell’autorità di Roma, si installò con l’opera dei gesuiti e contrastò apertamente governi liberali e marxisti, e partorì sia dittatori ferventi cattolici come il cileno Augusto Pinochet che preti della Teologia della Liberazione pronti al conflitto con le gerarchie ecclesiastiche e con i militari per solidarizzare con i lavoratori e i movimenti rivoluzionari. E non è un caso che l’attuale Papa, Jorge Maria Bergoglio, venga dal Sudamerica, terra intrisa di fede a fronte di un’Europa laicizzata.
Negli ambienti rurali di molti Paesi, soprattutto nelle zone in cui l’autorità statale è debole, magari zone reduci da anni di guerriglia e povertà, lì la voce della Chiesa cattolica è forte e i suoi rappresentanti sono rispettati e potenti punti di riferimento per la popolazione.
I dettami della Chiesa hanno così nel tempo plasmato la vita associata delle comunità sudamericane, rendendosi parte del sentire popolare ed elemento integrante dei principi alla base del vivere sociale locale. Da qui e dall’influenza che la Chiesa continua a esercitare sui governi (si pensi alle tenaci proteste che scatenò contro il governo argentino di Cristina Kirchner nel 2010 quando approvò il matrimonio egualitario) deriva l’enorme responsabilità del cattolicesimo nella legislazione sull’aborto nei Paesi dell’America Latina. Bisogna rilevare che negli ultimi anni il cattolicesimo sta perdendo fedeli in favore delle Chiese evangeliche, in particolare in Brasile, ma anch’esse sono tenacemente attive contro l’aborto e l’uso di anticoncezionali.
L’atteggiamento di contrarietà all’interruzione volontaria di gravidanza da parte della Chiesa cattolica sudamericana è molto evidente: nel 2009 balzò all’attenzione della cronaca il caso di una bambina brasiliana di 9 anni che, violentata dal patrigno, fu fatta abortire da un’équipe medica, con il consenso della madre, per i pericoli connessi a una gravidanza in così giovane età, in più frutto di stupro; l’arcivescovo di Recife Josè Cardoso Sobrunho notificò immediatamente una scomunica ai medici coinvolti nell’interruzione di gravidanza. Il forte gesto del religioso brasiliano apparve drammaticamente inopportuno in un contesto del genere, dimostrando la radicalità e l’assolutezza dell’avversione cattolica all’aborto.
Il problema posto dal virus Zika, di fronte al quale la risposta cattolica della castità appare risibile e inadeguata, si aggiunge all’insostenibile lesione del diritto delle donne sudamericane di scegliere una maternità responsabile e di decidere del proprio corpo. All’influenza cattolica ed evangelica si aggiunge sul terreno culturale anche una visione machista particolarmente forte, che persiste nonostante i notevoli progressi avvenuti negli ultimi anni (si iniziano a imporre modelli femminili emancipati, sempre più donne raggiungono i vertici degli Stati) e che ancora impedisce una giusta considerazione politica delle istanze femminili in tema di diritti.
Si può concordare con quanto affermato dalla stampa cattolica, secondo la quale ci sono anche molti altri cambiamenti da mettere in atto nella realtà latinoamericana per combattere l’epidemia di Zika: certamente è necessario rendere giusti ed efficienti i sistemi sanitari sudamericani, combattere povertà e disagio sociale, essendo gli abitanti dei villaggi e delle baraccopoli i più esposti, e fornire quantomeno le basilari protezioni contro le punture di zanzare agli strati sociali sprovvisti. Ma tutto ciò non esclude che la diffusione della contraccezione e una legislazione sull’aborto consentirebbero una tutela della salute delle donne, un freno al contagio da malattie sessualmente trasmissibili (chiaramente non solo Zika, ma soprattutto Aids, sifilide, clamidia e gonorrea), una forte limitazione della pericolosa pratica degli aborti clandestini (già stimati in circa un milione l’anno nel solo Brasile) e una prevenzione di condizioni di abbandono e malnutrizione infantili.
Le Olimpiadi che nell’agosto del 2016 si terranno in Brasile, a Rio de Janeiro, porteranno l’attenzione mondiale sul problema: già l’epidemia di Zika ha messo in allarme le federazioni atletiche di tutto il mondo, con il comitato olimpico statunitense che ha dichiarato di lasciare gli sportivi liberi di decidere se recarsi o meno ai Giochi.
Alla fine del gennaio 2016 la presidentessa brasiliana Dilma Rousseff ha mobilitato l’esercito per mettere in atto una massiccia opera di informazione della popolazione e di disinfestazione e bonifica degli acquitrini contro le zanzare Aedes aegypti.
La speranza è che i riflettori puntati, grazie ai Giochi olimpici, sul Sud America e sulle sue problematiche diano voce alle associazioni femminili e ai movimenti che si battono per la legalizzazione dell’aborto e per la diffusione degli anticoncezionali, spronino i governi mondiali a investire nella ricerca scientifica su patologie che affliggono Paesi in via sviluppo e inducano i governi sudamericani a puntare maggiormente su sistemi sanitari equi e sulla lotta alla povertà e al degrado sociale.

 

 

 

La notizia che non fa più notizia

-Venerdì 5 febbraio 2016, il governatore della regione Campania Vincenzo De Luca viene assolto dalla Corte d’Appello di Salerno nel processo relativo al progetto di un termovalorizzatore nella città di cui era sindaco.-

Si gridò allo scandalo quando lo stesso De Luca venne eletto dal popolo come presidente della regione, le opposizioni tutte a gran voce chiesero le dimissioni del governo e dello stesso Renzi che aveva appoggiato la candidatura di un condannato alla presidenza della regione campana.

Tutti i TG e le maggiori testate giornalistiche titolavano a caratteri cubitali che la rottamazione, cavallo di battaglia dello stesso presidente del consiglio, veniva fatta solo sui politici scomodi al premier.

La legge 6 novembre 2012, n. 190 nota più comunemente come “legge Severino” non veniva applicata da un governo di parte che proteggeva i “suoi” corrotti sotto la propria ala usando “due pesi e due misure” (come molti leader delle opposizioni affermarono), temporeggiando sull’applicazione del provvedimento per consentire la nomina della giunta regionale.

Una notizia insomma che turbò non poco il Paese mettendo in moto velocemente e pesantemente la macchina del fango, giornalisti e politici smisero di fare il proprio mestiere e velocemente divennero commissari, giudici e agenti segreti svelando tutti i retroscena dell’ex sindaco di Salerno e di tutta la sua famiglia. Uno scoop che durò settimane tra il silenzio imbarazzante del segretario del PD nonché primo ministro che non prendeva provvedimenti né dal suo partito né dal suo governo.

Una vicenda che scosse molto gli equilibri della stessa maggioranza e un clamore mediatico oltremodo smisurato.

Ad oggi ci si aspetterebbe quindi che le stesse reti televisive e gli stessi giornali che avevano tanto approfonditamente svolto indagini accurate sulla vita del presidente campano e sui suoi presunti abusi parlassero con la stessa vemenza della sua assoluzione ma non è così.

Come sempre in questo Paese le notizie hanno pesi e importanza diversi, a chi interessa che De Luca sia stato assolto con formula piena dai reati per cui tutti invocavano a gran voce le dimissioni? A chi interessa che dopo due anni sia stato dissequestrato il Crescent, il mega complesso edilizio progettato dall’architetto Ricardo Bofil e voluto da Vincenzo De Luca quando era sindaco? A chi interessa che il presidente sospeso appena dopo la nomina della giunta regionale possa finalmente oggi governare nel suo ruolo, eletto dai cittadini?

A quanto pare a NESSUNO, pochi o nulli sono stati gli articoli ed i servizi su questo fatto di politica interna, inversamente proporzionali a quelli che ci furono nel giugno 2015 da coloro che senza aspettare la fine del processo puntarono il dito inquisitore contro De Luca, la sua famiglia, il suo incarico e il suo precedente operato da primo cittadino.

Lo stesso imputato, assolto qualche giorno fa (lo ribadiamo) ha commentato così la vicenda: “Mi auguro che si esaurisca, nel dibattito pubblico, la tendenza dilagante a calpestare con disinvoltura la dignità di persone e famiglie oltre le regole di uno Stato di diritto; che si affermi l’abitudine a confrontarsi civilmente, in un clima di rispetto reciproco.

L’essere uomini è più importante delle bandiere di partito”.

 

Su quest’ultima frase vorrei porre l’attenzione, perché nel dibattito politico italiano sempre più spesso le bandiere sostituiscono gli uomini e i propri ideali; in quella tanto criticata politica della prima repubblica per quanto marcio e corrotto fosse gran parte del sistema, le affermazioni venivano attribuite ad un uomo, che fosse un leader di partito o un semplice deputato ognuno si assumeva la responsabilità di ciò che affermava, a volte anche contro le linee generali della fazione politica di cui si faceva parte; c’erano battaglie personali con DIETRO una bandiera. Oggi nella politica italiana invece le bandiere sono DAVANTI alle persone, per cui se il partito decide una linea per attaccare i propri avversari nessuno se ne discosta, anzi tutti se ne fanno portavoce senza pensare che dietro tutto ciò ci sono PERSONE,UOMINI, FAMIGLIE. La macchina del fango sempre più spesso e sempre più facilmente si mette in moto sbattendo su prime pagine e copertine,politici (in questo caso) ma non solo, distruggendo la reputazione e la vita di molti per vendere qualche copia in più in quelle settimane e poi dimenticarsi della vicenda. Questo del governatore della regione Campania è un piccolo esempio di tutto ciò, ogni giorno ci sono notizie nuove, ci si dimentica subito di quelle vecchie senza pensare che dietro a quelle bandiere che siano di un partito o di un’ideologia ci sono uomini, e queste stesse persone dovrebbero abbassare la “ bandiera” ogni tanto per vedere cosa hanno di fronte. Stiamo sempre più perdendo il contatto tra PERSONE, erigendo muri e issando bandiere o simboli nascondiamo il volto di chi c’è dietro dimenticando come ha detto lo stesso De Luca che “l’essere uomini è più importante delle bandiere di partito” e lasciatemi aggiungere è più importante di qualsiasi bandiera.

Torniamo ad incrociare lo sguardo dei nostri “nemici” prima di crocifiggerli, smettiamo di comportarci come Pilato, smettiamo di muoverci per volontà della folla, dei molti, puntiamo sulla qualità e non sulla quantità del consenso. È facile avere molto consenso cavalcando le notizie comode senza poi vedere come finiscono davvero, è facile nascondersi dietro un simbolo e renderlo statico, lì fermo sulla poltrona a dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Rendiamo dinamica la politica di questo Paese, le lotte di ogni italiano, non chiudendoli dentro stereotipi ma analizzando oggettivamente le vicende e combattendo, se necessario, anche contro i principi cardine della bandiere che portiamo in spalla, adattandoli al reale.

Smettiamo di infangare, insultare e denigrare chiunque per fare ascolti o ricevere applausi, entriamo nel merito delle questioni che siano di cronaca o di politica, discutiamone da esseri civili e se necessario alla fine chiediamo scusa. Non c’è un modo giusto ed unico di parlare di qualcosa ma sicuramente è possibile parlarne con lealtà e fino in fondo.

 

 

 

 

 

 

Sabbie e petrolio: lo sguardo dell’Italia sulla Libia

 

Il 28 gennaio 2016 la ministra italiana della Difesa Roberta Pinotti, nel corso di un’intervista, ha sottolineato l’urgenza per l’Italia di intervenire nella complessa e instabile situazione della Libia entro la primavera, indicando tra gli obiettivi primari “un lavoro (…) di stesura di piani possibili di intervento sulla base dei rischi prevedibili”. Dunque non esiste ancora una strategia di intervento (che potrebbe essere di qualunque tipo, dall’azione diplomatica all’intervento armato di aria o di terra, dai finanziamenti al sostegno logistico alle forze in campo), ma è chiaro che l’attenzione del governo italiano verso gli equilibri libici è forte.
Cosa sta accadendo in Libia? E perché l’Italia si sente così coinvolta?
Certamente il nesso tra l’Italia e la Libia non è recente e affonda le sue radici nella nefanda avventura coloniale italiana, ma si intreccia anche a fenomeni attuali come il flusso migratorio che va dall’Africa all’Europa.
La maggior parte degli immigrati provenienti dall’Africa subsahariana giunge sulle spiagge italiane imbarcandosi sulle coste libiche e ciò avviene fin dall’insorgere di questi fenomeni migratori nel corso degli anni ’80. Così la stabilità politica nel territorio libico va a influenzare l’arrivo di migranti in Italia. Per questo, nel 2008, l’allora governo italiano, presieduto da Silvio Berlusconi, firmò a Bengasi un trattato con l’allora dittatore libico Mu’ammar Gheddafi, accordo che, oltre ad avviare importanti collaborazioni diplomatiche ed economiche, prevedeva il finanziamento da parte dell’Italia delle forze di sicurezza libiche al fine di combattere l’immigrazione clandestina. Diverse inchieste giornalistiche hanno poi messo in luce ciò che la Libia metteva in atto per fermare l’immigrazione e quindi ciò che l’Italia finanziava: migranti incarcerati in condizioni disumane, sottoposti a violenze fisiche, stupri e ricatti da parte delle forze dell’ordine libiche, nel contesto della Libia di Gheddafi in cui il rispetto dei basilari diritti umani non era affatto garantito.
Con il crollo del regime di Gheddafi nel 2011 e il caos che ne è seguito ed è tuttora in atto, l’immigrazione clandestina è tornata a rappresentare un business fiorente e incontrollato per i trafficanti di esseri umani sulle coste del Paese; con una situazione politica confusa, i gruppi di potere locali si finanziano anche sulla pelle dei migranti che fuggono da fame e guerre. Pertanto l’Italia ha interesse nel riportare un’autorità centrale nella confusa situazione libica, tale da regolare i flussi migratori verso le coste della penisola.
Ma l’interesse italiano posa anche sui rapporti economici che, come avvenuto per molti ex Stati coloniali, colonizzati e colonizzatori hanno mantenuto anche dopo la fine dell’occupazione, pur tra alterne vicende: a partire dal 1959 l’Eni (Ente nazionale idrocarburi, società nata come ente pubblico italiano) si è occupata, in accordo con il governo libico, dell’estrazione e della vendita di parte del petrolio e del gas naturale di cui la Libia possiede ingenti quantità e tuttora questa società italiana rimane la più grande azienda estera a commerciare gli idrocarburi libici.
Le importanti risorse energetiche della Libia erano tuttavia sconosciute quando iniziò il dominio italiano sul Paese: era il 1911 e il governo di Giovanni Giolitti, dopo i fallimenti nella colonizzazione dell’Abissinia e vedendo la Francia espandere il suo dominio su Tunisia e Marocco, cedeva alle pressioni di nazionalisti e gruppi industriali; dichiarata guerra all’Impero ottomano, invadeva le terre libiche.
“Uno scatolone di sabbia”: così definì la Libia il deputato socialista Gaetano Salvemini, criticando duramente l’intervento italiano, assieme allo storico dell’Islam Leone Caetani e alla maggioranza dei socialisti italiani. In effetti la conquista di un territorio in gran parte desertico non diede grande ritorno economico all’Italia, ma le consentì di testare le proprie capacità militari e repressive nel corso della dominazione.
Il controllo italiano fu infatti da subito minato dalla resistenza dei locali: se gli italiani penetrarono da subito nella Tripolitania (il nord-ovest del Paese), incontrarono nell’area del Fezzan (il sud-ovest) l’opposizione indigena, dapprima sotto la guida di ufficiali turchi come Ismail Enver e poi interamente araba. Nel 1922 il governo Facta avviò un’offensiva militare per sconfiggere le resistenze ed espandere la colonia su tutto il territorio libico ma nella Cirenaica (l’area orientale del Paese) le truppe italiane si trovarono a fronteggiare la resistenza dei Senussi, una confraternita islamica che dalla metà dell’Ottocento costituiva un riferimento politico per le tribù cirenaiche, guidata da Idris al-Senussi dal suo esilio in Egitto. La resistenza libica ebbe come guida militare l’anziano religioso senussita Omar al-Mukhtar: capace di unificare le varie tribù e forte della conoscenza del territorio libico, organizzò efficaci tattiche di guerriglia che gli valsero il soprannome di “Leone del deserto” (tale sarà anche il titolo del film biografico del 1981 di Moustapha Akkad con Anthony Quinn nei panni del comandante libico, pellicola censurata in Italia e trasmessa in televisione solo nel 2009). Intanto il subentrato regime fascista progettava una riconquista dei territori in mano ai ribelli libici: dal 1928 il generale Rodolfo Graziani riprese vari territori in Tripolitania e i maggiori centri del Fezzan e poi nel 1930 si dedicò alla sottomissione della Cirenaica; qui l’esercito italiano di occupazione si macchiò di terribili crimini, come l’esecuzione di migliaia di libici, l’uso di bombe all’iprite contro i ribelli e la deportazione di centinaia di migliaia di cirenaici e nomadi beduini in campi di concentramento dove (affamati, debilitati e in un ambiente privo di igiene) furono decimati dall’epidemia di influenza spagnola. Nel 1931 gli uomini di Graziani riuscirono a catturare il settantenne Omar al-Mukhtar che fu impiccato davanti a una grande folla. Senza il suo comandante, la resistenza libica crollò; solo con la Seconda Guerra Mondiale, con l’arrivo degli Alleati nel 1943 in Libia, la nazione vide la fine del dominio italiano, che vi rinunciò col trattato di Parigi del 1947. Non deve dunque stupire che una certa ostilità verso gli italiani ha poi caratterizzato alcune parti della società libica.
Dopo un periodo di protettorato anglo-francese, nel 1951 nacque il Regno di Libia, e il suo primo monarca fu proprio la guida senussita Idris, tornato dall’esilio.
Sotto re Idris I avvenne la scoperta del petrolio libico ma la monarchia perseguitò i sindacati e i comunisti; Idris creò stretti rapporti con le potenze occidentali come Usa e Regno Unito, provocando malumori nei militari libici influenzati dal clima anticoloniale e panarabo che fioriva allora nel mondo arabo (in particolare nell’Egitto di Nasser). Proprio nel quadro delle buone relazioni con l’Occidente, Idris I si dimostrò cauto nell’atteggiamento verso Israele che nel 1967 (con la Guerra dei Sei Giorni) invadeva gli Stati arabi vicini: la rabbia della popolazione libica, fomentata dalle autorità islamiche, si tradusse in persecuzioni contro gli ebrei libici, che Idris non contrastò per non perdere consensi. Nel 1969, quando Idris abdicò in favore del figlio Hasan per motivi di salute, un gruppo di ufficiali attuò un colpo di Stato militare; pare che il golpe (chiamato “Operazione Gerusalemme”, a sottolineare l’insofferenza dei militari panarabi per le politiche filoisraeliane di Idris) sia stato favorito anche dai servizi italiani, visto che l’Italia si trovava in competizione con gli interessi inglesi in Libia, favoriti dal re.
Tra gli ufficiali, la guida ideologica era il capitano Mu’ammar Gheddafi che, nominato colonnello, assunse pian piano tutte le cariche più importanti e divenne dittatore della Libia. I suoi primi provvedimenti furono la chiusura delle basi militari inglesi e americane, la nazionalizzazione degli impianti petroliferi presenti sul territorio libico e l’adozione di misure restrittive nei confronti degli italiani rimasti in Libia: nel 1970 ci fu la totale confisca dei beni degli italiani (definiti come “ricchezze libiche usurpate dagli oppressori”, inclusi i versamenti pensionistici), la conversione della cattedrale cattolica di Tripoli in moschea, la cancellazione del cimitero italiano (l’Italia dovette rimpatriare circa 30.000 salme) e infine l’espulsione dei circa 20.000 coloni italiani presenti in Libia. A questi atti volti ad eliminare dalla Libia i retaggi del colonialismo e l’influenza delle potenze straniere, Gheddafi fece seguire l’elaborazione teorica di un modello politico e sociale alternativo a quello occidentale, elaborazione culminata nella pubblicazione nel 1975 del suo Libro Verde (evidente riecheggiamento del Libretto Rosso che riuniva il pensiero di Mao nella Cina comunista): in quest’opera Gheddafi delineava una Libia fondata su un apparato ideologico che fondeva elementi socialisti con il panarabismo e con la concezione sociale islamica; critico verso il modello delle democrazie occidentali, parlava di un autogoverno delle masse da attuarsi tramite consigli popolari e vedeva nell’Islam un tratto unificatore di tutti gli arabi e un elementi imprescindibile all’interno della società libica, sebbene non recepisse tutta la tradizione islamica, allontanandosi dalle concezioni islamiche fanatiche su alcuni temi come la visione della donna (nella Libia di Gheddafi ci furono leggi a tutela delle mogli ripudiate e le donne poterono accedere alla carriera militare, ma nel Libro Verde è comunque presente l’idea per cui la donna debba avere dei ruoli rigidi e ben precisi nella società). Nell’intento di attuare il suo progetto politico, Gheddafi nel 1977 ribattezzò lo Stato libico “Gran Giamahiria (repubblica delle masse) Araba Libica Popolare Socialista” e tentò a più riprese di unire la Libia con altri Stati arabi (Egitto, Siria, Tunisia, Ciad e Marocco) perseguendo l’idea del panarabismo, ma ogni volta il progetto di unione fallì.
Gheddafi si presentò dunque nei primi anni di governo come un eroe della decolonizzazione, un ideologo della lotta all’imperialismo occidentale, una guida per i Paesi arabi e per tutte le nazioni non allineate né con gli Usa e né con l’Unione sovietica. Le sue concezioni politiche alternative al dominio occidentale gli fecero ottenere la simpatia di Fidel Castro, Yasser Arafat e Nelson Mandela.
Parte del programma politico gheddafiano ebbe attuazione, con istruzione e sanità gratuite nel Paese; tuttavia il regime si configurò come un totalitarismo in cui Gheddafi concentrava tutto il potere (pur rinunciando formalmente alle cariche) ed enormi ricchezze nelle sue mani, i partiti erano aboliti, ogni forma di dissenso repressa nel sangue, gli oppositori (come gli intellettuali marxisti) assassinati o incarcerati, i diritti umani calpestati.
La politica estera di Gheddafi fu mutevole: sostenitore del movimento di liberazione palestinese, negli anni ’80 finanziò e spalleggiò gruppi terroristici come il palestinese Settembre Nero e l’irlandese IRA, con probabili responsabilità negli attentati di Fiumicino e Schwechat (1985) e in quello della discoteca La Belle di Berlino (1986), e per la sua ostilità a Israele e agli Stati Uniti la presidenza americana di Ronald Reagan fece bombardare la Libia nell’aprile del 1986 producendo una quarantina di morti; nel 1988 la Libia fu implicata nell’attentato al volo che precipitò a Lockerbie (Scozia) provocando 270 morti e come ritorsione l’ONU stabilì un embargo del Paese; a partire dagli anni ’90, tuttavia, la Libia di Gheddafi si allontanò progressivamente dal terrorismo islamico, condannò al Quaeda, consegnò ai tribunali i responsabili della strage di Lockerbie e nel 2006 riprese le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti.
I rapporti con l’Italia, in particolare, attraversarono fasi diverse: dopo l’atteggiamento anti-italiano del regime libico nei primi tempi, la collaborazione economica con l’Eni produsse una distensione nei rapporti; quando, nel 1986, gli americani attaccarono la Libia fu l’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi, in disaccordo con la strategia statunitense, ad avvertire Gheddafi dell’imminente bombardamento, consentendogli di salvarsi la vita mentre una sua figlia adottiva perì a causa dell’attacco. La Libia decise di rispondere all’attacco americano lanciando due missili contro un’installazione militare della NATO sull’isola di Lampedusa ma i missili andarono a vuoto; pare però che il fallito attacco contro un territorio italiano (che comunque causò una crisi diplomatica) fosse più di facciata che reale e difatti il governo italiano scelse di non rispondere. I rapporti italo-libici ebbero un notevole progresso con i governi presieduti da Silvio Berlusconi, il quale incontrò ufficialmente Gheddafi nel 2003 e nel 2004, stringendo con lui un personale rapporto di amicizia. Le relazioni culminarono nel 2008, come già detto, con la firma del Trattato di Bengasi, con cui si chiudeva il contenzioso tra Italia e Libia riguardo al passato coloniale dietro il pagamento di cinque miliardi di dollari in vent’anni da parte dello Stato italiano a quello libico e si avviava una collaborazione tra i Paesi in materia economica e di gestione dell’immigrazione.
Nonostante ciò, nel 2009 Gheddafi, quando venne in visita a Roma con un seguito di tende libiche, portò comunque un’immagine di Al-Mukhtar al petto.
Nel dicembre 2010 un venditore ambulante tunisino, Mohamed Bouaziz, in gesto di estrema protesta contro il malgoverno e l’oppressione del regime tunisino, si diede fuoco: il tragico evento fece esplodere il forte malcontento che da tempo covava nella popolazione tunisina, la quale si sollevò nella Rivoluzione dei gelsomini; ma lo stesso malessere stava affliggendo anche la popolazione di altri Paesi arabi e le rivolte si espansero a macchia d’olio nella cosiddetta Primavera araba, che coinvolse Egitto, Siria, Yemen, Algeria, Iraq, Bahrein, Giordania, Gibuti e Libia. In Libia la popolazione, in particolare quella più giovane, stava provando un desiderio di rinnovamento politico in una nazione immobile dopo più di quarant’anni di regime gheddafiano; l’arresto nel febbraio 2011 di un attivista dei diritti umani scatenò scontri sempre più violenti tra manifestanti e polizia a Bengasi e dopo qualche giorno ci furono sommosse a Tripoli. Gheddafi rispose col pugno di ferro: usò bombardamenti dell’aviazione sulla folla in rivolta e ordinò stragi alla polizia e al suo esercito di mercenari; ma l’opposizione al regime si faceva sempre più forte. Varie tribù libiche videro nelle manifestazioni l’occasione propizia per togliere il loro sostegno al governo libico; i media arabi come al Jazeera e Al Arabiya, ostili a Gheddafi, diffusero nel mondo arabo i numeri delle repressioni; sia gruppi laici che gruppi di integralisti islamici si delinearono tra i rivoltosi che in poche settimane presero il controllo di interi territori. Nel marzo 2011 la Francia, desiderosa di assicurarsi un’influenza sulla futura Libia che si prospettava essere senza Gheddafi, ottenne dall’ONU il mandato di far rispettare una zona d’interdizione al volo sulla Libia e lanciò un attacco aereo contro le truppe di Gheddafi; la NATO si affrettò quindi a organizzare una coalizione che doveva formalmente proteggere la popolazione civile libica ma che combatté effettivamente contro il regime. L’Italia tentennò: il presidente del Consiglio Berlusconi vantava ottimi rapporti di amicizia con il dittatore libico e un intervento della nazione sarebbe stato visto come un grave tradimento da parte del principale partner commerciale del regime; ma cedendo alle pressioni dei gruppi economici con interessi in Libia, della Presidenza della Repubblica e degli altri Paesi occidentali, il governo italiano scelse di aderire alla coalizione NATO.
Nell’ottobre 2011, dopo mesi di combattimenti, stretto tra l’avanzata dei ribelli e i bombardamenti della coalizione occidentale, Mu’ammar Gheddafi fu catturato nei pressi di Sirte, sua ultima roccaforte e area natale, da un gruppo di rivoltosi e ucciso: le immagini del vecchio dittatore, stravolto e impaurito, umiliato dai giovani ribelli e poi finito con un colpo di pistola hanno avuto ampia diffusione sul web. Con la morte di Gheddafi finì la prima guerra civile libica, ma di certo non giunse un periodo di pace. Il proliferare di armi nel Paese condusse a conflitti tra i vari gruppi che facevano parte delle armate ribelli e i tentativi delle deboli autorità centrali del Consiglio Nazionale di Transizione nel riportare ordine risultarono vani. Le nazioni occidentali, che erano repentinamente intervenute in Libia quando il potere di Gheddafi stava crollando, decisero di non schierarsi nella complessa situazione creatasi e abbandonarono la Libia alle sue lotte intestine.
Nel giugno 2012 ci furono le prime elezioni libere di Libia, per quanto segnate da proteste e violenze, a cui prese parte il 60% della popolazione: ne uscì un Congresso Generale Nazionale a maggioranza liberale e laica che iniziò i lavori costituenti, ma i governi espressi risultarono deboli. All’inizio del 2014 i partiti islamisti, guidati dal gruppo dei Fratelli Musulmani, riuscirono a estromettere dall’assemblea una parte dei partiti laici e a ottenerne la maggioranza. Nel febbraio, perciò, il generale dell’esercito Khalifa Haftar, in passato membro del regime di Gheddafi, mise in atto un colpo di stato per mantenere una Libia laica, lanciò una vasta operazione militare (“Dignity”) contro i jihadisti e promosse nel giugno del 2014 delle elezioni per formare una nuova assemblea, il Consiglio dei Deputati, con cui sostituire il Nuovo Congresso Generale oramai nelle mani degli islamisti; a causa dell’instabilità e degli scontri, alle elezioni del 2014 partecipò solo il 18% dei libici. Ma nel luglio gli islamisti, riuniti nella coalizione Alba della Libia, rifiutarono di riconoscere l’appena eletto Consiglio dei Deputati e avviarono un’occupazione armata di Tripoli; i membri del Consiglio lasciarono la capitale e si insediarono nella città di Tobruk, in Cirenaica, a pochi chilometri dall’Egitto.
Attualmente il Consiglio dei Deputati di Tobruk, laico e internazionalmente riconosciuto, governa sulla Cirenaica con l’appoggio dell’esercito di Haftar, mentre il Nuovo Congresso Nazionale di Tripoli, di orientamento islamista, governa sulla Tripolitania con l’appoggio di milizie islamiste; entrambe le forze rivendicano la sovranità sulla Libia e dal 2014 hanno scatenato una seconda guerra civile tuttora in corso. A complicare ulteriormente il quadro libico ci sono le forze tuareg che dominano il sud-ovest della Libia, l’alleanza islamista Scudo libico (parte di Alba della Libia) che domina la città di Misurata, il gruppo islamista Majlis Shura Mujahidin di Derna che combatte contro l’esercito di Haftar, il movimento islamista Ansar al-Sharia, vicino ad al Quaeda, che governa su Bengasi, i gruppi affiliati con lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) che, ricevendo finanziamenti e combattenti, hanno preso la città di Sirte e sono in espansione; infine ci sono le guardie armate che da anni difendono le installazioni petrolifere e che ora, sotto il leader Ibrahim al-Jadhran, si stanno organizzando come gruppo autonomo, vendendo del petrolio in proprio e facendo affari ora con Tobruk ora con Tripoli e ora con l’Isis, e che rappresentano un ostacolo per il ritorno delle attività produttive libiche nelle mani della popolazione. Insomma, una galassia di gruppi armati che rivendicano il loro spazio nel territorio libico e che mantengono la nazione nell’instabilità.
In tale situazione caotica è difficile prevedere i possibili sviluppi: nel dicembre 2015, nel corso di un incontro a Skhirat in Marocco, con il sostegno dell’ONU, rappresentanti di Tobruk e di Tripoli hanno siglato un accordo per la formazione di un governo a carattere nazionale, ma la decisione incontra contrarietà in entrambi gli schieramenti, soprattutto nelle frange militari; difatti l’esecutivo nazionale sta venendo formato fuori dalla Libia, a Tunisi, e pur riunendo ben 32 membri per ottenere il più ampio consenso, si confronta con continue opposizioni da parte dei due parlamenti. Tuttavia appare oggi come l’unica possibilità per la cessazione delle ostilità nel Paese.
L’occhio delle potenze occidentali rimane puntato sulla Libia, preoccupate per il commercio di petrolio e gas naturale e per l’avanzata delle truppe dell’Isis in un territorio destabilizzato. Proposte di intervento occidentale, avanzate da più nazioni (in particolare Usa, Francia e Regno Unito), non sono molto ben viste dalle forze in campo in Libia e l’Italia si è dimostrata cauta fino a questo momento.
Sebbene l’Italia possieda interessi in Libia e abbia complesse reti di relazioni nel tessuto sociale e amministrativo libico, è lecito domandarsi se sia bene che proprio una passata dominatrice coloniale torni a imporsi nelle vicende politiche di una nazione. E se un nuovo intervento militare occidentale, così simile a quello che contribuì a rovesciare Gheddafi nel 2011 lasciando il Paese nel caos, possa essere una buona soluzione definitiva o la ripetizione di una strategia fallimentare sul lungo termine.