Schengen si/ Schengen no: un’UE sempre meno UNIONE

In queste settimane e ancor più negli ultimi giorni tutti i telegiornali e i giornali parlano di Schengen, questa parola è ormai entrata nelle case di tutti gli italiani e non solo, ma cosa sono questi famosi “accordi di Schengen”?! A cosa servono e cosa stabiliscono?! Perché molti Paesi europei e non solo vogliono abolirli?!

Partiamo dall’inizio: era il 1985 e in una piccola cittadina lussemburghese, precisamente a Schengen veniva firmato il trattato che porta proprio il suo nome. I primi firmatari di tale accordo furono: Francia, Germania, Paesi Bassi, Lussemburgo e Belgio. Questi “patti” vennero firmati fuori dalle normative UE ma ben presto vennero inclusi in quest’ultime con il trattato di Amsterdam nel 1997 e divennero poi parte del trattato sull’UNIONE EUROPEA (meglio conosciuto come trattato di Maastricht).

È facile affermare quindi che in questa piccola città non venne siglato un semplice accordo tra più Stati e successivamente quasi tutti gli altri Paesi UE (fatta eccezione di Irlanda e Regno Unito) e paesi terzi come Islanda, Norvegia, Svizzera, bensì venne istituita un’altra piccola colonna dell’Unione Europea.

Ma a cosa servono questi accordi?! Cosa cambiarono nel concreto per i cittadini europei?

Gli accordi presi a Schengen hanno un contenuto vasto ma semplificabile in vari punti; con questo trattato i cittadini smettevano di essere italiani, francesi, tedeschi… ed entravano di fatto ad essere EUROPEI.

Con tali provvedimenti vennero infatti:

  • Rafforzati i controlli alle frontiere esterne dello spazio Schengen.
  • Aperte le porte alla collaborazione delle forze di polizia e possibilità per esse di intervenire in alcuni casi anche oltre i propri confini
  • Coordinati gli stati nella lotta alla criminalità organizzata di rilevanza internazionale
  • Integrate banche-dati delle forze di polizia (il Sistema di informazione Schengen, detto anche SIS).

Schengen fu quindi una svolta storica per lo sviluppo di un’Europa intesa come “Stati UNITI d’Europa”.

Non c’era più bisogno di controlli fissi e sistematici per muoversi da un Paese all’altro e venivano di fatto abolite (per le persone e non per le merci) le famose “frontiere”. Il dispendio di forze dell’ordine prima destinate a sorvegliare i confini dei singoli Paesi venivano impiegati nel rafforzamento dei confini ESTERNI a Schengen così da garantire una maggior sicurezza e facilitare gli spostamenti all’interno dell’UE.

Le persone comuni possono quindi con questo trattato, o almeno dovrebbero poter, viaggiare in Europa più sicuri e con più facilità.

Ma se questo è vero perché ora hanno tutti fretta e voglia di “abolire” questo traguardo che di fatto ha portato solo miglioramenti all’interno di questa Europa che faticosamente tenta di restare unita?!

Innanzi tutto bisogna far chiarezza, molti in questi giorni hanno usato il termine “ABOLIRE” in modo improprio, per poter infatti cancellare questo accordo dall’UE la strada è complicata e lunga essendo esso uno dei trattati fondamento dell’Unione ci sarebbe bisogno del voto unanime di TUTTI gli Stati membri e un iter burocratico per nulla semplice e veloce.

Schengen al suo interno prevede la propria “sospensione” da parte dei Paesi che lo ritengo opportuno, questo processo non può però esser determinato dal singolo Stato che per ragioni di sicurezza o altre NON può decidere di sospendere il trattato con un processo interno e politico. La richiesta formale di tali sospensioni va presentata alla Commissione Europea che valutando le motivazioni può concedere o meno il permesso TEMPORANEO (massimo sei mesi) di Schengen per il Paese che l’ha richiesta. Questo processo è raramente attuato dagli Stati membri e ancor più di rado la Commissione ha dato il via libera a tali richieste che devono dimostrare nelle motivazioni il reale pericolo della propria Nazione tanto da dover “mettere in pausa” gli interessi comuni dell’UE.

La maggior parte dei firmatari di Schengen ha di fatto ovviato tale problema in questi ultimi mesi rafforzando i controlli alle proprie frontiere e facendoli divenire sempre più sistematici e sempre meno a “campione” come di fatto il trattato vieta.

La crisi dei migranti ha spinto infatti molti Paesi (soprattutto del Nord Europa) a “chiudere” i propri confini in maniera del tutto irrispettosa delle norme che regolano l’UE e nei confronti dei Paesi che (come l’Italia) rispettano da sempre tali accordi.

Che senso ha avere delle leggi e dei trattati interni a questa Unione Europea se poi non li si rispetta?!

Non è certo la prima volta che le istituzioni europee non sono in grado di fronteggiare i problemi che inevitabilmente si pongono dinanzi ad essa, la soluzione più attuata in queste occasioni è quella del silenzio. Questo silenzio-assenso fa sempre più pensare ad un Europa meno Unione di quel che ci si vuol far credere.

Il governo Renzi e lo stesso presidente emerito Napolitano nei giorni scorsi hanno scongiurato modifiche strutturali che porterebbero di fatto allo “svuotamento” del trattato d Schengen che manterrebbe solo la forma (come già detto difficile da smantellare) ma che di fatto non avrebbe più alcun senso di esistere.

Come può un’Europa che ogni giorno ci invita a sentirci fratelli, a abolire le barriere e costruire ponti, che è nata su questi ideali e che di questi slogan ha fatto la propria bandiera chiedere di distruggere Schengen tornando di fatto al passato?!

Ma soprattutto perché molti Stati vogliono tutto ciò?

La risposta è più ovvia di quanto si possa pensare, non si tratta di terrorismo poiché con gli accordi vigenti le frontiere ed i controlli sulle persone vengono diminuiti ALL’INTERNO dell’area Schengen e RAFFORZATI SUI CONFINI ESTERNI, quindi l’annullamento del trattato porterebbe ad una MINORE sicurezza verso l’esterno. La verità, già ampiamente dimostrata nei mesi e negli anni scorsi è che l’Europa e molti dei suoi membri come sempre vogliono lasciare in balia delle onde Paesi come l’Italia e la Grecia che di fatto rappresentano i confini naturali ed esterni a Schengen. Sospendendo o addirittura annullando questi accordi non si farebbe altro che evitare a tutti gli stati che non confinano con Paesi esterni a Schengen l’arrivo di profughi.

I migranti entrati in nazioni a loro confinanti o vicine sarebbero di fatto costretti a rimanere in queste ultime.

Con la distruzione di questo trattato non solo viene meno l’idea stessa di UNIONE EUROPEA che sa poco di “UNIONE” ma vien meno anche quello spirito di fratellanza che animò i padri fondatori di questo progetto, che dopo la guerra sperarono di fondare un unico grande Stato che nelle proprie diversità avesse però la forza di combattere contro l’esterno e mai internamente a se stesso. La costituzione di un’UNIONE che faccia la forza nei momenti difficili per i singoli stati, (come è stato nella crisi finanziaria ad esempio della Grecia) , e per l’UE in generale, come dovrebbe essere per la crisi di migranti ma che più passa il tempo più si dimostra essere poco interessata al bene comune e molto più invece ai singoli interessi, dimenticando che l’UE è stata fondata proprio per evitare che i SINGOLI interessi prevalessero di nuovo su quelli della collettività degli stati membri e non solo.

Questo è il messaggio inequivocabile che quest’Europa sta dando ai propri cittadini, è l’esempio più clamoroso e sfacciato di una politica che chiede sacrifici ai propri cittadini senza far NULLA per dare il buon esempio.

Mentre migliaia di persone comuni cercano di salvare vite umane, le ospitano in casa loro e si comportano da CITTADINI EUROPEI , perché questa unione di stati e la rinuncia alla guerra e alla discriminazione ci è stata da sempre dispensata come ovvia e giusta, nei palazzi del potere si dimenticano ,come troppo spesso sta accadendo, i PRINCIPI da cui si è PARTITI.

 

 

 

 

Il diritto di essere diversi: il disegno di legge Cirinnà e i diritti LGBT

 

Guardando una cartina geografica dell’Europa in cui siano indicati gli Stati in possesso di legislazione sulle unioni tra persone dello stesso sesso, ci si stupirebbe nell’appurare che un solo Paese dell’Europa occidentale ne è privo e va ad aggiungersi a Paesi che un tempo erano, in maggioranza, oltre la Cortina di Ferro (Serbia, Bosnia, Croazia, Romania, Bulgaria, Macedonia, Albania, Ucraina, Slovenia, Slovacchia, Polonia,  Ucraina, Bielorussia, Russia, Lettonia, Lituania, Moldavia, Ungheria, Kosovo, Montenegro): tale Paese dissonante è l’Italia.
L’Italia è priva di una legislazione di qualsiasi tipo riguardo i diritti delle persone LGBT (acronimo per lesbiche, gay, bisessuali e transgender), se si eccettuano recepimenti di direttive europee sulla discriminazione nei luoghi di lavoro e una norma sulla rettificazione dell’attribuzione del sesso nei documenti (con sentenza di Cassazione che consente il cambiamento del sesso di appartenenza sui documenti anche senza aver praticato l’operazione chirurgica) per quanto concerne i diritti delle persone transessuali. Ma per il resto, per lo Stato italiano, le numerose persone che non sono eterosessuali e/o cisgender non hanno diritti né riconoscimenti civili.
Persino una legge di contrasto all’omofobia, alla transfobia e alla discriminazione in base all’orientamento sessuale, il disegno di legge presentato dal deputato del Partito Democratico Ivan Scalfarotto, che estendeva semplicemente la legge Mancino (volta a punire incitamenti all’odio razziale, etnico, religioso e nazionale), una volta approvata dalla Camera nel 2013 tra molti contrasti, è rimasta lettera morta, ferma al Senato in attesa di essere discussa in un improbabile futuro.
Le ragioni di ciò si possono rintracciare nell’avversione all’omosessualità che permea da secoli la cultura italiana. Tra le diverse origini di tale fenomeno vi è certamente la presenza e il radicamento della Chiesa cattolica, la cui dottrina vede nell’omosessualità un atto “contro natura” da condannare. Se la Chiesa cattolica non è più responsabile di impiccagioni e roghi di “sodomiti” che invece aveva messo in atto dal Basso Medioevo al Settecento, pur tuttavia la dottrina cattolica continua a bollare come peccato l’amore tra persone dello stesso sesso; le recenti aperture di papa Francesco riguardano infatti il rispetto per le persone omosessuali ma non scalfiscono i princìpi dottrinari cattolici, che non si scagliano contro l’omosessuale (considerato un peccatore da redimere) bensì contro l’atto omosessuale (considerato dal cattolicesimo una “colpa di fronte a Dio”).
L’Italia diede poi dimostrazioni di cultura omofobica anche con il fascismo: mentre la Germania nazista internava e sterminava gli omosessuali nei lager, Mussolini stabiliva che leggi contro l’omosessualità erano improponibili in Italia poiché avrebbero implicitamente ammesso l’esistenza di omosessuali nel Paese, fatto che il fascismo negava contro l’evidenza per creare un’immagine virile e maschilista dell’italiano; per questo il fascismo volle perseguitare gli omosessuali attraverso gli organi di polizia come “turbatori della morale”, infliggendo loro ammonizioni, pestaggi, licenziamenti e deportazioni al confino.
Ma l’intolleranza non è terminata con la fine del regime e ha condizionato la vita pubblica italiana fino a oggi.
Negli ultimi anni le rivendicazioni delle persone LGBT stanno prendendo piede a livello globale e anche in Italia si sta assistendo a notevoli cambiamenti nella percezione delle tematiche LGBT. Eppure il contrasto messo in atto da movimenti omofobici è forte: decise battaglie mediatiche sostenute da associazioni cattoliche si sono opposte all’introduzione nelle scuole di corsi di educazione all’affettività e alla sessualità, che avrebbero incluso lezioni sul rispetto per le scelte sessuali degli altri mostrandole (come indicano gli studi biologici e psicologici) come normali varianti del comportamento sessuale; a parere dei gruppi che le contrastano, questo tipo di lezioni sarebbe parte di un progetto di indottrinamento dei giovani alla fantomatica “teoria gender”, per i suoi detrattori una moderna ideologia totalitaria volta a eliminare il genere sessuale e l’eterosessualità, ma che appare più che altro come uno spauracchio inventato e usato da sessuofobici e omofobici. Altro movimento che si esprime contro i diritti LGBT in nome della libertà di opinione è quello delle Sentinelle in Piedi, di ispirazione cattolica, figlie del movimento francese La Manif pour Tous (nato contro la legalizzazione del matrimonio gay in Francia e molta attiva nel 2013 quando François Hollande la approvò) e autrici di manifestazioni di protesta contro qualunque progresso nel campo del contrasto all’omofobia e nel campo dei diritti omosessuali e transessuali.
Il clima di repressione e di odio nei confronti dei “diversi” per orientamento e identità sessuale miete le sue vittime nei gruppi sociali più vulnerabili: in particolare sono i giovani e gli adolescenti omosessuali e transessuali a subire atti intimidatori e violenti, a trovarsi esclusi, in alcuni terribili casi a infliggersi la morte per il rifiuto che oppone loro la società e talvolta la famiglia stessa.
Si può rilevare come oggi le più giovani generazioni siano le più aperte alla diversità e che tra esse il numero di persone che non si riconoscono nell’eterosessualità è in costante aumento: ma proprio la sempre più diffusa tolleranza e libertà rende le frange omofobiche ancor più feroci e violente.
Ma oltre che nel contesto sociale, anche nelle aule parlamentari, dove i sentimenti cattolici sono diffusi, la diffidenza verso i diritti gay è decisa, spesso in nome dei buoni rapporti con il Vaticano. Naturalmente sono i politici di destra e centrodestra i più ostili, ma anche nell’area cattolica del centrosinistra le avversità sono notevoli. A partire dal 1986 sono stati presentati innumerevoli disegni di legge per regolamentare le unioni omosessuali, ma nessuno è mai stato approvato: così fu per il disegno di legge sui PACS (Patto civile di solidarietà) proposto nel 2004 dal deputato dei Democratici di Sinistra Franco Grillini (a lungo presidente dell’associazione Arcigay), così fu per il disegno di legge sui DICO (diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi) proposto dalle ministre Barbara Pollastrini e Rosy Bindi, voluto dal secondo governo Prodi ma mai approvato per contrarietà nella maggioranza stessa. Una legge sulle unioni civili è stata nel programma del centrosinistra alle elezioni del 2013 e attualmente il governo Renzi intende approvarne una, pur trovandosi a mediare tra le istanza della sinistra del Partito Democratico, favorevole all’equiparazione tra legami omosessuali ed eterosessuali, e le visioni dell’area cattolica dello stesso Partito e il partito (parte della maggioranza di governo) del Nuovo Centrodestra, ambedue ostili ai diritti gay.
Nel marzo 2015 ha iniziato l’iter parlamentare un disegno di legge presentato dalla senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà, che prevede l’istituzione dell’unione civile nei registri comunali, consente la stepchild adoption (adozione del figlio di uno dei componenti dell’unione da parte dell’altro), riconosce alla coppia i diritti di assistenza sanitaria e carceraria, l’unione o la separazione dei beni, il subentro nel contratto d’affitto e la reversibilità della pensione e attribuisce loro gli stessi doveri delle coppie unite da matrimonio civile.
A seguito di forti critiche da parte dei cattolici della maggioranza e del sollevamento di dubbi sull’incostituzionalità del testo, nell’ottobre 2015 la senatrice Cirinnà ha ripresentato il disegno di legge modificato: le coppie vengono iscritte nell’archivio dello stato civile e non nei registri; vengono eliminati i riferimenti ad articoli del codice civile che fanno capo all’articolo 29 della Costituzione (che disciplina il matrimonio) e si inserisce il riferimento all’articolo 2 della Costituzione, delineando le unioni civili come “formazioni sociali”. L’intento di quest’ultima modifica è evitare l’annullamento della legge in base a particolari interpretazioni dell’articolo 29 della Costituzione, che parla di “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” (in sé la definizione non esprime pregiudiziali verso famiglie in cui i coniugi siano dello stesso sesso ma offre un’arma a chi indica l’unione omosessuale come “innaturale”; è curioso come a parlare di naturalità non siano mai persone edotte di scienze biologiche e come gli stessi concetti di famiglia e matrimonio abbiano ben poco di naturale), ma la definizione dell’unione tra due persone come “formazione sociale” alla stregua di associazioni la pone a un livello molto più basso rispetto al vincolo matrimoniale e ciò risulta piuttosto sgradevole per le coppie omosessuali.
Nonostante le modifiche, persistono comunque malumori e ostilità all’interno della maggioranza (in particolare per quel che riguarda la reversibilità pensionistica e l’adozione del figlio del partner, considerata dai detrattori un’apertura alla possibilità di adozione di figli non propri da parte di coppie omosessuali e alla possibilità di usufruire della “gestazione per altri”) e l’approvazione del testo non è scontata.
La senatrice Cirinnà, che ha preso parte a molti dibattiti promossi dalle associazioni gay, è favorevole al matrimonio egualitario e ritiene lei stessa il suo disegno di legge un compromesso al ribasso, ma attualmente l’unica possibilità per far ottenere una forma di tutela e garanzia alle coppie gay.
Si pone certamente la questione per cui i diritti possano o meno essere oggetto di compromesso, trattandosi per loro stessa definizione di qualcosa di inalienabile e dovuto; si può discutere se l’approvazione parziale dei diritti distolga dal perseguirli nell’interezza oppure se il progresso attraverso riforme richieda necessariamente piccoli passi e i compromessi tipici della vita democratica. Per quanto riguarda la legittimità da parte di una coppia omosessuale di richiedere da parte dello Stato gli stessi diritti e lo stesso trattamento di una coppia eterosessuale, risulta difficile trovare validi argomenti in contrasto a essa: chiunque abbia un po’ di sensibilità umana o conosca una coppia gay sa bene che l’affetto, i sentimenti e le modalità relazionali sono le stesse.
La Chiesa cattolica, tramite la CEI (Comunità episcopale italiana, l’organo dei vescovi italiani e voce predominante del cattolicesimo italiano), ha immediatamente criticato il disegno di legge Cirinnà: il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, ha dichiarato che si tratta di una “distrazione grave e irresponsabile” del Parlamento rispetto ad altri problemi (come se i diritti di alcuni cittadini non costituissero una questione fondante per uno Stato liberale che voglia essere giusto). Ma Bagnasco non è nuovo a tali affermazioni: nel 2007 avversò il riconoscimento di unioni civili ponendolo alla stregua della “legalizzazione dell’incesto o della pedofilia tra persone consenzienti”; e nel 2006, alla vigilia delle elezioni politiche, il suo predecessore, l’allora presidente della CEI cardinal Camillo Ruini indicava come “criterio di orientamento in rapporto ai programmi delle forze politiche” per i cattolici la contrarietà alle unioni gay (invitando di fatto a votare per il centrodestra).
Ma mentre le leggi sulle unioni civili hanno travagliati percorsi, il consenso verso il matrimonio egualitario per gli omosessuali cresce nella società; in Italia hanno avuto vasta eco nel corso del 2015 l’inserimento nella costituzione tramite referendum dei matrimoni gay in Irlanda, l’estensione del matrimonio gay da parte della Corte Suprema a tutti gli Stati Uniti d’America, la protezione dei diritti LGBT nella costituzione nepalese, l’introduzione delle unioni civili in Grecia e Cile.
A livello mondiale l’opinione pubblica, un tempo fortemente ostile ai diritti gay, sta iniziando a farsi carico delle istanze LGBT. La società inizia a liberare gli omosessuali della sessualizzazione a cui li ha sempre sottoposti, iniziandoli a vedere come persone e a non ridurli al solo orientamento sessuale (in questo è stata utile l’adozione del termine “gay” al posto di “omosessuale”, che veniva generalmente percepito negativamente per il rimando alla sessualità); gli omosessuali stanno venendo emancipati da quella concezione che connetteva in maniera insensata l’omosessualità al vizio, alla pedofilia e alla prostituzione (concezione probabilmente dovuta al meccanismo psicologico per cui molti critici dell’omosessualità avvertono, in maniera piuttosto inconscia, i propri desideri omoerotici e cercano di rimuoverli catalogandoli come una devianza, un inconfessabile desiderio da rigettare nel subconscio, al pari di svariati comportamenti sanzionati dalla società). Il rifiuto di molti gay di essere ridotti alla loro sessualità pone però il rischio che in alcuni casi i movimenti gay abbandonino importanti battaglie con cui rendere più libera la visione della sessualità nella società.
È legittimo chiedersi cosa abbia portato negli ultimi decenni a questi progressi nella visione dell’omosessualità e perché le lotte per i diritti gay si stiano esprimendo soprattutto nella rivendicazione del matrimonio egualitario: se accettiamo come modello interpretativo una visione materialistica della storia, sappiamo che ogni cambiamento sociale e culturale si trova a essere in rapporto a meccanismi economici che in varia misura lo determinano o comunque lo favoriscono. È possibile sostenere che l’ingresso degli omosessuali nella società, ai cui margini sono sempre stati relegati, possa essere di vantaggio alle attuali forme della nostra economia capitalistica: possono costituire un nuovo brand, integrarsi come consumatori di particolari tipologie di nuovi prodotti, stabilizzare il sistema cui erano pericolosamente ostili; dunque non sarebbero tanto le lotte civili della sinistra progressista quanto il sistema economico ad accrescere la tolleranza e a creare il terreno per la concessione di diritti, in un moto di sviluppo e di autoconservazione.
Tale visione può discendere dalla percezione che avevano gli stessi intellettuali gay negli anni ’60 e ’70, quando il movimento gay si proponeva come strumento politico rivoluzionario che voleva trasformare la società dalle basi. In Italia tra i maggiori esponenti di questa visione vi furono il poeta Dario Bellezza, il filosofo Mario Mieli e più tardi lo scrittore Aldo Busi; in particolare lo scandaloso e geniale filosofo Mario Mieli espose le sue idee marxiste in chiave psicoanalitica e gay nel trattato “Elementi di critica omosessuale”, in cui delineava inedite possibilità per il movimento gay con un solido apparato teorico.
Nella sua visione, gli omosessuali e i transessuali, che hanno vissuto le loro vite, le loro esperienze e i loro amori ai margini della società, hanno, come gruppo sociale, un potenziale rivoluzionario: possono mutare i modi di vivere le relazioni all’interno del contesto sociale, rifondare le concezioni sulla sessualità in maniera priva di repressioni e inibizioni, rivedere in maniera più giusta e paritaria i rapporti di forza sociali e i rapporti di produzione che si fondano anche sull’ineguaglianza nei rapporti umani, creare un sistema più libero per tutti, anche per gli eterosessuali.
Nelle concezioni degli intellettuali gay degli anni ’70, il matrimonio veniva avversato come vincolo borghese, retaggio di cultura patriarcale oppressiva per la donna, fonte di disequilibrio nel rapporto e inutile catena tra i componenti della coppia.
Da questo punto di vista, la “normalizzazione” e l’integrazione nella società dell’omosessualità e le battaglie per il matrimonio che stanno avendo luogo rappresenterebbero un imborghesimento del movimento gay, una vittoria del capitale nell’annullare una forza potenzialmente eversiva e rivoluzionaria includendola nel sistema. Dunque il matrimonio sarebbe divenuto obiettivo predominante nelle lotte gay proprio perché il più accettabile per il sistema. Ma si può rilevare che il matrimonio ha subìto un’evoluzione e non è più mezzo di oppressione del partner debole che era in passato e l’estensione del matrimonio agli omosessuali può produrre un’ulteriore evoluzione in senso libertario del concetto di matrimonio; inoltre è anche comprensibile che persone che per una vita sono state discriminate e fatte oggetto di soprusi, fatte sentire in colpa per i propri sentimenti e definite “malate” e “anormali”, si sentano in diritto di essere accettate dalla società senza sentirsi in dovere di metterne in discussione le fondamenta; ciò non toglie che le potenzialità del movimento LGBT nel riformare la nostra società siano importanti ed è preferibile per tutti che non vadano disperse. All’importanza del riconoscimento del matrimonio, dunque, è auspicabile che facciano seguito in futuro nuove lotte, fondamentali per l’uguaglianza e il rispetto della diversità.
Oggi il movimento LGBT è molto variegato al suo interno: c’è chi si sente in dovere di dimostrare che un omosessuale sia in tutto e per tutto uguale a qualunque eterosessuale, prende le distanze da alcuni stili di vita diffusi fra i gay, si distingue da omosessuali effeminati e ripudia manifestazioni come i Pride (forse interiorizzando un po’ l’omofobia che la nostra società impartisce a tutti); e c’è invece chi rivendica la libertà, per sé e per gli altri gay, di vivere a modo proprio l’omosessualità e l’identità di genere, la libertà di essere rispettato per come si sente di essere e la libertà di entrare nella società col suo personale carico di diversità (che può andare dai lustrini agli atteggiamenti che si ritrovano nelle immagini stereotipate dell’omosessuale), contagiando la società con la libertà sessuale che (soprattutto in passato, in alcuni ambienti) ha contraddistinto la vita di molti omosessuali; e tra i due estremi esistono molte posizioni intermedie riguardo l’identità LGBT, cosa significhi essere gay in questa società e che rapporto avere con essa.
Tuttora il pericolo della ghettizzazione da una parte e quello della pura omologazione all’esistente dall’altra producono dibattiti nella comunità gay, per quanto negli ultimi decenni sembri prevalere la volontà di inserirsi nella società adottandone regole e modi di vivere.
Le battaglie per i diritti civili e il riconoscimento da parte dello Stato appaiono il fulcro delle attuali lotte LGBT, ma non bisogna sottovalutare l’importanza delle lotte in altri campi: innanzitutto nell’ambito dei diritti sociali, visto che, ad esempio, l’assenza di garanzie di sicurezza sociale porta troppo spesso gay e transessuali allontanati dalle famiglie a fare la vita di strada, o ancora la spoliazione dei diritti dei lavoratori rende vulnerabili e ricattabili gli omosessuali e in particolare le transessuali faticano a ottenere impieghi; e poi sono imprescindibili le battaglie culturali per il rispetto della diversità e le tematiche gay non possono che inserirsi in più ampie battaglie di contrasto alla cultura maschilista, sessista, razzista, classista, consumista e colonialista, con le intersezioni dei diversi ambiti e i riflessi che hanno tra loro.
Il cammino per i diritti e le libertà è lungo, le lotte da affrontare molte: per i gay c’è da far fronte a un Paese più clericale del clero, a un’antica cultura di discriminazione e oppressione, a spinte che vogliono una semplice e acritica omologazione degli LGBT alle norme sociali e culturali preesistenti, alla facile chiusura in un ghetto, al desiderio di accontentarsi e al massimalismo poco pragmatico. Ma nella determinazione degli attivisti gay e trans, nella carica vitale del loro amore, nella forza esplosiva della loro rivendicazione a essere, si possono vedere molte ragioni di speranza per il futuro dei diritti LGBT.

 

 

 

 

La Prima Repubblica

Uscito il 1 gennaio nelle sale ha ottenuto un successo incredibile, visto dai più commentato da molti e al centro di numerosi articoli su chi ci vede cosa; naturalmente parlo dell’ultimo Film di Luca Pasquale Medici (in arte Checco Zalone).

“Quo vado” questo il titolo di quello che sembra il tormentone di questo primo mese del 2016, al contrario di molti non ho intenzione di recensire il film né tanto meno di leggere significati intrinsechi e riferimenti più o meno evidenti su questa o quella situazione politica. L’argomento che invece intendo trattare è quello che fa da sfondo al film, quel tema simpaticamente messo in musica dallo stesso Zalone: LA PRIMA REPUBBLICA.

Sembra lontano il termine “prima Repubblica” soprattutto tra la maggioranza dei giovani che probabilmente conosce ben poco di questo periodo storico, purtroppo non trattato nei programmi scolastici; ma è poi davvero così lontana ?!

Basta fare un balzo indietro, scavalcare il ventennio berlusconiano (1994-2014) ed eccoci qui. Un sistema che inizia nel 1948 con l’entrata in vigore della nostra Costituzione e si chiude solo nel 1994 con il mutamento di quel sistema partitico che fino ad allora aveva dominato la scena politica.

Tre erano i principali schieramenti presenti nella detta “prima Repubblica”:

  • il PCI (Partito Comunista Italiano) perennemente all’opposizione fatta eccezione di tre anni di “governo d’unità nazionale” anche detto “governo della non sfiducia”;
  • Il PSI (Partito Socialista Italiano) legato ad un’ideologia di Sinistra (almeno così affermavano) ma più spesso “stampella” di molti governi di questo periodo, soprattutto di Centro che senza di esso non avrebbero mai avuto i numeri per governare;
  • la DC (Democrazia Cristiana) indiscusso partito dominante durante questi quasi cinquant’anni di storia politica italiana.

Cosa caratterizzava questo periodo storico-politico? Perché l’espressione “prima repubblica” è usata il più delle volte in termini dispregiativi? Come mai la canzone di Zalone la dipinge come un’epoca in cui tutto era possibile?

La risposta miei cari amici è una e semplice, due sole lettere DC.

Questa forza politica che dominò quello scenario politico insieme ad uno dei suoi maggiori esponenti: Giulio Andreotti.

La Democrazia Cristiana, più cristiana che democrazia, ebbe in quegli anni un dominio incontrastato e dopo l’omicidio di Moro la caduta verso il baratro fu accelerata notevolmente. In Italia DC diverrà sinonimo di voto di scambio, di favoritismi, di mafia non più contro la politica ma DENTRO la politica.

Ma da dove proveniva tutto questo consenso elettorale che gli conferì tanto potere?

L’analisi di questa questione è complessa ma sicuramente possiamo tracciare i punti cardine, i più ovvi. Una delle ragioni è sicuramente da riscontrare nell’attributo “CRISTIANA” che non era certo un semplice aggettivo buttato lì dal caso, i fondamenti di questo partito erano (a loro dire) del tutto cristiani e non c’è certo bisogno di ricordare che in Italia il cristianesimo fu abolito come religione di Sato ufficialmente solo nel 1984 con la revisione dei Patti Lateranensi. Gran parte dell’elettorato si rivedeva certamente nella sfera “cristiana” della DC largamente sponsorizzata dalla Chiesa e dai vari pontefici che consideravano “quasi” un peccato il voto non dato al partito centrista(fate la croce sulla croce). L’educazione cristiana, i buoni valori del cristianesimo issati come bandiera di questo partito furono dunque di notevole importanza per la raccolta di un ampio consenso, ma certamente non è possibile attribuire alla sola matrice religiosa cotanto successo negli anni.

Il dominio della DC fu incontrastato ma per quale motivo? Dove e chi erano i partiti alle opposizioni? Cosa stavano facendo mentre circa mezzo secolo veniva gestito quasi esclusivamente da una sola forza politica?

L’unica vera opposizione alla Dc venne fatta dal PCI che però non riuscì mai a raggiungere il governo, per motivi molto semplici. Oltre al contrasto (forte e potente) della Chiesa il partito comunista aveva legami con l’Unione Sovietica da cui aveva tratto le proprie origini e questo comprometteva (secondo molti) l’equilibrio internazionale che vedeva l’Italia inserita nella NATO e che in un’ipotesi di governo Comunista avrebbe distrutto quell’equilibrio che ancora andava delineandosi in campo mondiale. A nulla servì la leadership di Enrico Berlinguer e il famoso “Strappo da Mosca”, a nulla servirono le lettere tra il segretario del PCI e il Vescovo d’Ivrea, la comunità, soprattutto quella cattolica, vedeva nel PCI un mostro pericoloso, che se mai avesse preso il potere avrebbe distrutto questo nostro Paese.

“Se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro” questa è la frase più ovvia che viene in mente pensando un partito di sinistra bloccato su più fronti, ed è proprio quello che il PCI cercò di fare, tutto ciò va inserito in un contesto più ampio e complesso: in un’Italia in cui le stragi erano all’ordine del giorno e i cittadini non si sentivano più protetti da quello Stato che avevo istituito più volte con lo stesso nome “DC”.

Berlinguer cercò quello che sarà definito poi “COMPROMESSO STORICO”, intraprese questa strada con quella Democrazia Cristiana leale ( per quanto la DC possa mai esserlo stata), fece questo accordo con l’area di sinistra della Dc rappresentata da un grande politico come Aldo Moro. Un patto che cercava di portare da un lato il Paese fuori da quella crisi socio-politica che era ormai esplosa e da quel clima di terrore tangibile nelle strade, e che certamente dall’altra parte inseriva il PCI in una fase di transito fuori dal caos, un partito che stava “aiutando” il governo democristiano (incapace di fronteggiare il tutto da solo) ad uscire dal baratro sperando che ciò aumentasse i consensi e riducesse la paura che gli italiani avevano del PCI; dimostrando finalmente al popolo che nessuno all’interno del partito di sinistra aveva intenzione di avvicinare l’Italia alla Russia né tanto meno di compromettere gli equilibri internazionali già poco stabili.

“CASO” volle che Moro fu rapito proprio nel giorno in cui il Parlamento era chiamato a dibattere sulla fiducia del nuovo governo Andreotti IV, lo stesso esecutivo che doveva sorreggersi sul compromesso DC-PCI.

Dopo la morte di Moro il compromesso fu sabotato dallo stesso Andreotti e il PCI garantì la non sfiducia al governo in quei 3 anni che furono detti di “unità nazionale”.

Qui si chiuse l’opposizione vera del Partito Comunista che nel 1984 con la scomparsa del suo leader implose velocemente.

(Naturalmente le situazioni e i processi storici sono molto più complessi di quanto scritto e servirebbero varie e lunghe disquisizioni per inquadrare realmente il quadro completo di quegli anni, questa è un’strema sintesi per arrivare ad una banale conclusione.)

La Dc fu dunque per l’Italia un periodo florido in cui tutti trovavano un lavoro, bastava qualche voto, anche senza qualifiche specifiche; del resto chi di noi può dire di non avere un genitore, uno zio o un cugino assunto durante quegli anni alle Poste, in ospedale piuttosto che in enti pubblici e semi-privati?!

Ma se questo dominio ha portato lavoro, condoni facili e tanto benessere sociale perché se ne parla poi così male?

Il discorso ancora una volta è complesso ma certamente le basi di una corruzione più alta rispetto ad altri Stati, una crisi che ha avuto maggior effetto in Italia rispetto ad altri Paesi, e la difficoltà a trovare un impiego sono IN PARTE (sarebbe ipocrita attribuire la colpa di un tracollo tanto grande alla DC) dirette conseguenze di una Repubblica dominata per quasi cinquant’anni da un sistema di favoritismi e compromessi (mai del tutto svelati) che ha dato i suoi frutti a distanza di un ventennio, un castello di sabbia che alla prima onda è caduto velocemente frantumandosi in milioni di debito pubblico, esuberi…

Quando Zalone nella canzone dice “la prima Repubblica non si scorda mai” ha forse ragione?! È davvero nella prima repubblica che le basi marcie di un sistema corrotto germogliano e si rafforzano fino a quasi sostituire quelle del sistema stesso?! Ognuno di noi (anche chi non conosce questa fase socio-politica) riesce a vedere i suoi frutti nell’Italia di oggi? È dunque mai finita questa PRIMA REPUBBLICA o ha semplicemente cambiato il modo di vestire? Ecomostri, condoni in zone pericolose (magari a rischio esondazioni), corruzione di enti pubblici, certificati e autorizzazioni rilasciati in cambio di qualcosa, falsi invalidi… sono argomenti chiusi all’interno della Prima Repubblica?