Dalla Russia con amore: Vladimir Putin e la propaganda

 

Nella fine del settembre 2015 l’esercito della Federazione russa ha avviato un intervento in Siria per contrastare i combattenti dello Stato islamico, all’interno di un’operazione fortemente voluta dal presidente russo Vladimir Putin.
L’ostilità russa verso l’Isis è connessa sia al fatto che lo Stato islamico avversi il regime di Bashar al Assad, storico alleato della Russia (che difatti sta usando la forza anche contro altri gruppi di opposizione ad Assad) ma anche alla potenzialità destabilizzatrice dell’Isis per le regioni a presenza musulmana della Russia: in Daghestan, Ingushezia e Cecenia, aree a prevalenza islamica sunnita, gli storici gruppi islamisti guardano all’Isis come un esempio da imitare e tessono contatti con esso. L’estremismo islamista è una vecchia questione per la Russia, in particolare per la Cecenia, dove scatenò due conflitti e si macchiò di stragi come quella alla scuola di Beslan e quella al teatro moscovita Dubrovka; lo stesso Vladimir Putin represse il separatismo islamico ceceno con estrema spietatezza, mettendo in atto diverse violazioni dei diritti umani e soffocando anche le legittime aspirazioni all’indipendenza della società cecena; è possibile sostenere che la durezza utilizzata dal governo russo abbia in parte radicalizzato il fondamentalismo religioso ceceno, da cui derivano anche alcuni leader dello Stato islamico.
Fin dall’inizio dell’intervento russo in Siria, Putin si sta mostrando come la guida dell’impresa militare, il supervisore di ogni operazione: nelle immagini televisive monitora gli attacchi davanti a maxischermi e, seduto alla sua scrivania con aria decisa e autorevole, detta il da farsi; si tratta di scene create all’interno di un’abile ed efficace opera di propaganda, mirata a costruire attorno a lui la percezione di “uomo forte” al comando.
Si tratta di un’operazione volta a incrementare il sostegno verso la politica estera russa sia in patria che nelle altre nazioni, ma è anche un’operazione facente parte di un’intera strategia mediatica che negli anni ha impresso Putin nel cuore di tanti russi.
Nipote di un cuoco che aveva cucinato per Lenin e per Stalin e cresciuto nel violento ambiente di strada di Leningrado, Vladimir Putin è stato a lungo agente segreto nel KGB (i servizi segreti sovietici); vicino al liberale Boris El’cin, entrò nell’ambiente della nuova oligarchia che si stava arricchendo con la dimissione dell’apparato statale sovietico e fu da El’cin reso primo ministro e poi designato a succedergli alla presidenza russa.
Il partito di Putin, “Russia Unita”, nacque proprio in suo sostegno e tuttora si caratterizza per essere un partito nazionale privo di un reale profilo ideologico: con posizioni liberiste e stataliste alternativamente, vagamente collocabile nel centrodestra in relazione agli altri partiti russi, è sostanzialmente un partito costruito attorno a Putin. Russia Unita, dalla sua comparsa nel 2001, ha vinto pressoché ogni tornata elettorale, assicurando a Putin due mandati presidenziali (il primo nel 1999 da indipendente e poi nel 2004), un mandato da primo ministro (nel 2008, quando il divieto costituzionale ad avere più di due mandati presidenziali fece sì che il braccio destro di Putin, Dmitrij Medvedev, ricoprisse la carica presidenziale) e poi di nuovo un terzo mandato da presidente (nel 2012, mandato tuttora in corso). Elezioni, certo, non scevre da dubbi di brogli e da campagne intimidatorie e repressive nei confronti delle opposizioni, ma che dimostrano comunque un notevole seguito popolare posseduto da Putin.
Il successo politico di Vladimir Putin è fortemente connesso all’immagine che egli ha saputo creare di sé; un’immagine eroica, dai contorni machisti, nutrita di forza fisica e sicura determinazione nell’agire, condita da frasi fiere e sdegnose; la passione del presidente russo per gli sport e le sue capacità nel judo hanno contribuito a creare attorno a lui la figura forte e carismatica che ha sedotto molti russi.
È innegabile che dopo il periodo confuso seguito al crollo dell’Unione sovietica i governi guidati da Putin abbiano creato stabilità e tracciato un nuovo progetto per la Russia; il nazionalismo di Putin e il ritorno della religione nella vita pubblica con la sua apertura verso la Chiesa russa hanno rinvigorito sentimenti comuni nel popolo russo.
Ma la realtà russa è oggi ben diversa dall’immagine gloriosa di una nazione solida e forte guidata da un uomo altrettanto forte: le libertà politiche sono minate dall’autoritarismo di Putin (si pensi alle intimidazioni e agli arresti subiti dallo scacchista e politico Garri Kasparov, al processo contro l’imprenditore e oppositore Michail Chodorkovskij, alla repressione delle manifestazioni che denunciavano i brogli delle elezioni del 2012, alle condanne politiche inflitte all’attivista dell’opposizione Aleksej Navalnyj), le diseguaglianze sociali stanno crescendo in maniera vertiginosa, nelle grandi città la polizia spadroneggia e la mafia russa (la Bratva) si arricchisce, il Paese attraversa un periodo di crisi economica particolarmente grave, corruzione e clientelismi interessano le gerarchie al potere, i diritti civili degli LGBT sono ferocemente violati in un clima di persecuzione (qualunque manifestazione, discorso od opera in difesa dei diritti omosessuali è fuori legge), la libertà di espressione è messa in pericolo da arresti e chiunque smascheri la tragica realtà sotto la propaganda putiniana viene duramente osteggiato (la giornalista Anna Politkovskaja, impegnata nei diritti umani e nella denuncia delle violazioni dei governi di Putin, è stata assassinata; l’agente segreto e dissidente Aleksandr Litvinenko è stato avvelenato; nuove leggi rendono più facili le accuse di diffamazione e tradimento della nazione; una continua persecuzione giudiziaria va ad affliggere qualunque testata o emittente che critichi il governo, come accaduto a Tele Dozhd o a Radio Eco di Mosca). La ritrovata concordia con la Chiesa ortodossa russa, dopo il gelo e le persecuzioni dell’epoca sovietica, ha sancito un ritorno della religione nella sfera istituzionale e gli atti blasfemi e critici verso il governo del collettivo punk femminista delle Pussy Riot sono stati duramente puniti con la reclusione delle cantanti-performer.
Il punto di forza della politica di Putin, grazie al quale può dirottare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi del Paese, è rappresentato dalla politica estera, in particolare nel progetto di riunione e difesa di tutti coloro che si riconoscono nell’identità russa (anche se dispersi nelle diverse nazioni sorte col crollo dell’Unione sovietica), progetto capace di esaltare giovani nazionalisti e accontentare vecchi nostalgici dell’Urss: in quest’ottica sono stati molto utili agli equilibri interni del Paese gli interventi contro la Georgia nel 2008 (per sostenere l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia contro il tentativo georgiano di riprenderne possesso) e contro l’Ucraina nel 2014. Il conflitto in Ucraina, ad oggi ancora privo di risoluzione definitiva, scaturì dalla deposizione, a seguito di manifestazioni di piazza, del premier ucraino filo-russo Viktor Janukovyč, atto che provocò la sollevazione degli ucraini di etnia russa delle regioni orientali: la secessione della Crimea (che ha poi aderito alla Russia), e in seguito degli oblast di Donetsk e Lugansk, hanno prodotto il tentativo dell’esercito ucraino di contrastare le spinte filo-russe e di rimando hanno portato la Russia di Putin a intervenire (direttamente in Crimea e in modo indiretto nel Donbass). Un intervento che ha rafforzato la posizione internazionale russa ma ne ha minato ulteriormente l’economia, già prossima alla recessione. Nel corso della guerra da ambo le parti si sono verificati atti di terribile violenza: in particolare le milizie nazionaliste ucraine, in nome dell’unità del Paese, hanno messo in atto rappresaglie nei confronti dei civili di lingua russa, come pure molti ucraini sono stati perseguitati dai secessionisti filo-russi.
L’Europa occidentale, fedele alleata degli Stati Uniti nell’inveterato antagonismo con la potenza russa, ha condannato senza appello l’intervento russo in Georgia e in Ucraina, mettendo in atto sanzioni contro la Russia e confische ai danni del governo russo, senza tenere in considerazione le effettive ragioni degli osseti e delle minoranze russofone dell’Ucraina orientale.
Eppure paradossalmente l’opinione pubblica europea non risulta immune alla seduzione dell’immagine del leader russo: finita l’epoca in cui i miti dell’Unione sovietica seducevano le sinistre occidentali, la Russia e il suo leader riscuotono successo tra la gioventù fascista, omofoba e maschilista, esaltata dalle idee di forza, potenza e violenza impersonate da Putin; la personalità autoritaria, l’immagine di comandante militare e atleta marziale, il sentimento religioso e l’ostilità verso i diritti gay ne fanno un riferimento per la gioventù di destra. (Bisogna comunque precisare che diversi gruppi dell’estrema destra occidentale hanno posizioni critiche verso Putin poiché sostengono il nazionalismo ucraino di destra.)
L’intervento russo in Siria ha avuto un rafforzamento a seguito degli attentati islamisti avvenuti a Parigi il 13 novembre: occasione propizia per Putin per legittimare l’uso dell’esercito in supporto ad Assad e per presentarsi come l’unico difensore dell’Europa contro l’Islam a fronte delle risposte diplomatiche e insicure degli altri Paesi occidentali, venendo così acclamato dalle destre populiste europee (quali il Front National e la Lega Nord) come “paladino della cristianità”.
Il successo della propaganda di Putin anche in Europa occidentale può far riflettere su quanto peso abbiano le immagini mediatiche nella politica e su come le democrazie liberali non siano immuni al fascino di autocrati con un’immagine di leader forti e decisionisti.

 

 

 

 

Paura dell’irrazionalità

Nel primo turno delle elezioni regionali in Francia il Front National guidato da Marine Le Pen è divenuto primo partito della nazione; un esito abbastanza scontato che anche noi avevamo anticipato in uno dei primi interventi su questo blog (http://www.politicandosenzapolitichese.it/pericolo-di-svolta/).

Risultato ovvio soprattutto dopo quel venerdì 13 parigino, la paura ha vinto sulla razionalità è questo il dato sconcertante ,soprattutto in una popolazione che dei principi cardine di tutte le costituzioni europee ha fatto la propria bandiera, quel motto della rivoluzione francese che tra le prime nel mondo era riuscita ad ottenere la tanto acclamata LIBERTÉ.

L’espressione di voto è naturalmente da rispettare ma c’è da chiedersi il perché di questo repentino cambio di “bandiera”. Non bisogna dimenticare che sia il premier francese Manuel Valls sia il presidente François Hollande sono esponenti del Partito Socialista.

È certamente vero che la Francia non è mai stato un Paese orientato strettamente a Sinistra

(come testimonia lo scioglimento del governo Valls I ) ma è altrettanto vero che i francesi hanno sempre scelto il fronte “moderato” in ambedue le fazioni politiche, aggettivo che certo non si può attribuire al partito della Le Pen. È possibile giustificare questo cambio di rotta, non solo francese, con la paura dello stato Islamico e con i fatti che hanno sconvolto l’Europa nello scorso mese? La paura è stata tanta da non lasciare spazio ad una piccola analisi critica? Davvero i francesi, e tutti coloro che hanno scelto questa strada, pensano che sia la soluzione giusta per risolvere i problemi causati dal terrorismo?

Sta di fatto che questo clima non interessa solo il vecchio continente ed è arrivato oltre oceano; infatti sono di questi giorni le clamorose affermazioni di Donald J. Trump che cavalcando la cresta dell’onda prende spunto per spot tutt’altro che democratici.

Il magnate statunitense candidato alle presidenziali 2016 ha infatti proposto varie soluzioni per il problema terrorismo. Le più geniali sono state diffuse dalle maggiori reti americane ed in breve hanno fatto il giro del mondo, tra queste la brillante idea di bloccare l’ingresso degli islamici negli USA o ancor più di “chiudere in alcune zone internet in qualche modo”.

Sorvolando sulla prima proposta del candidato alla casa bianca che non ha bisogno di esser commentata, mi soffermerei invece sulla chiusura parziale di internet.

C’è forse da ricordare a Trump che nel 2001 e poi nel 2002 un trentacinquenne britannico è riuscito senza tante difficoltà ad entrare nei server di: US Army, US Navy, dipartimento della difesa e della Forza Aerea degli Stati Uniti, NASA, Pentagono causando quella che gli americani definiscono come “la più grande intrusione informatica su computer appartenenti alla difesa che si sia mai verificata in tutti i tempi”.

Non soddisfatto dell’immensa “bufala” (se così possiamo definirla) il miliardario americano ha affermato che questo processo andava discusso con il fondatore di Microsoft in grado di capire il problema.

Resta difficile credere che Bill Gates ,da anni impegnato nella solidarietà soprattutto verso i bambini del terzo mondo, possa anche solo incontrare Trump e discutere con lui queste tesi , che se non fossero vere susciterebbero grande ilarità.

Forse queste notizie ci fanno davvero sorridere se pensiamo allo statunitense come un comico su un palco teatrale, ma dobbiamo ricordare che quest’uomo è candidato alle elezioni presidenziali USA del 2016, vogliamo solo lontanamente immaginare cosa accadrebbe se davvero fosse eletto PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA ?!

Non ci sono abbastanza elementi per accomunare Marine Le Pen a Donald Trump ma di certo c’è la corrente che entrambi stanno sfruttando, la corrente della paura, del panico tra i cittadini che pur di credersi al sicuro farebbero qualsiasi cosa. É questo un dato fortemente allarmante, perché se personaggi come il magnate di New York avessero davvero il potere che una carica presidenziale di uno dei Pesi più influenti al mondo conferisce saremmo poi più sicuri?!

È calpestando e rinnegando i valori che da sempre accomunano gli stati definiti “evoluti” che sconfiggeremo il terrorismo? Non sarà questa una nuova caccia alle streghe?!

Voglio chiudere questo breve intervento con la speranza che i francesi chiamati al ballottaggio non si lascino dominare dalla paura, ma pensino piuttosto che l’irrazionalità è molto più pericolosa di qualsiasi terrorista straniero.

 

Visto che sull’aspetto comico di Trump abbiamo scherzato vi lascio il video pubblicato dal TIME in cui un’aquila (simbolo americano per eccellenza) ha “spaventato” il candidato presidente durante le registrazioni per un suo spot pubblicitario.

( https://www.youtube.com/watch?v=M41aZX5ijVM )

 

 

 

 

 

 

Oriente e Occidente: la costruzione dell’Altro

A seguito degli attacchi terroristici ad opera di terroristi islamisti che hanno avuto luogo a Parigi il 13 novembre 2015, il dibattito pubblico nei Paesi occidentali si è centrato sul concetto di “scontro di civiltà”, sull’idea di una profonda differenza culturale tra Occidente e Oriente che ha la sua logica conseguenza in guerre di civiltà, le quali rappresentano scontri tra universi di valori ancor prima che scontri armati. Si ripropone un discorso che già era stato formulato nei mesi successivi agli attentati dell’11 settembre 2001 e di cui vengono riprese ora le varie argomentazioni: in Italia stanno avendo diffusione gli scritti sull’Islam di Oriana Fallaci, visti come profetici dai sostenitori dell’idea di guerra di civiltà; in ambito accademico sono tornate in auge le opere di Samuel Huntington sulla sostituzione dell’Islam all’Urss nel confronto con l’Occidente e quelle di Paul Berman sulla diversità tra il liberalismo occidentale e le società chiuse orientali. Ma tali discorsi hanno realmente senso? Siamo davvero di fronte a uno scontro tra due diversi mondi, quello orientale e quello occidentale?
Innanzitutto, cosa sono l’Oriente e l’Occidente?
Si può far risalire questa dicotomia a quando il mondo greco classico si confrontò con l’Impero persiano. Si trattava allora di due culture piuttosto distanti, ognuna delle quali tesa a vedere l’altra secondo le proprie concezioni e a considerarne barbarici gli usi. Ciò non impedì comunque all’opera politica di Alessandro Magno (e alle sue conseguenze che caratterizzarono l’epoca ellenistica) di realizzare una sintesi tra elementi culturali greci e persiani: dimostrazione di come le identità culturali siano dinamiche e atte a subire contaminazioni.
Ma appare subito evidente che i moderni concetti di Oriente e Occidente, da un punto di vista letterale, includono molto più di due culture rivali, comprendendo tutta l’Asia il primo e l’Europa e il Nord America il secondo. Emerge dunque un limite di questa divisione: cosa hanno in comune, ad esempio, la cultura araba e quella giapponese? Certamente non più di quanto abbiano in comune quella europea e quella araba.
Di tale limite si resero conto anche i teorici dell’assoluta diversità tra Oriente e Occidente, come lo storico Dmitri Kitsikis che introdusse una “regione intermedia”, comprendente Europa orientale, Nord Africa e Medio Oriente, concepita come una terza civilità. Ma ci si può allora chiedere quanto abbiano in comune per storia, cultura e modelli sociali due realtà della regione intermedia come quella georgiana e quella marocchina. È indubbio che si possano trovare elementi di raccordo tra le culture di un’area geografica: l’Europa, che a più riprese vide fitti scambi tra le élite culturali continentali e tentativi di unificazione politica, è oggi coinvolta in un processo di integrazione in un’Unione europea; analogamente l’Africa subsahariana, estremamente varia e ricca dal punto di vista culturale, presenta dei tratti culturali comuni e sta cercando anche un’unità politica con la costituzione dell’Unione africana. Ma è interessante vedere come queste identità siano costruzioni che si presentano come conseguenza di equilibri politici piuttosto che di patrimoni culturali condivisi: l’Organizzazione per l’Unità africana nacque per creare una collaborazione tra gli Stati africani in risposta agli effetti del colonialismo da cui si stavano emancipando; l’Unione europea ha avuto il suo sviluppo in connessione con le dinamiche economiche dei Paesi più ricchi del continente europeo che vedevano nel progetto un impulso allo sviluppo economico. Non sono dunque le comuni radici quanto i meccanismi economici e politici a spingere nazioni e culture a ricercare basi comuni per creare unioni tra Stati. E dunque le suddivisioni di culture in “civiltà” appaiono da questo punto di vista arbitrarie e contingenti.
Oggi, però, il dibattito pubblico cerca di evidenziare le differenze non tanto tra l’intero Oriente da una parte e l’Occidente dall’altra, quanto quelle tra Occidente e mondo arabo-islamico: la dicotomia è dunque tra nazioni euro-americane e l’Oriente musulmano. Questa divisione ha ragion d’essere?
Da un punto di vista storico, la cultura europea e quella arabo-islamica vissero di continui scambi che influenzarono profondamente lo sviluppo reciproco, in una serie di fitte interconnessioni: basti pensare alla corrente scolastica degli averroisti, al legame tra filosofia araba e filosofia greco-antica, all’adozione da parte degli europei della bussola araba o dei numeri che gli arabi avevano a loro volta tratto dagli indiani, in un continuo di contaminazioni culturali che travalica e svuota la divisione Ovest-Est delle culture.
Se oggi l’Europa (e il Nord America che da essa deriva culturalmente tramite la colonizzazione) può vantare un primato tecnologico e scientifico è anche grazie all’interdipendenza che ebbe col mondo arabo nel Medioevo, quando le nazioni di cultura araba avevano conoscenze di gran lunga superiori nelle scienze, saperi che furono quindi trasmessi agli europei, saperi che erano stati influenzati dalle opere greche in un “ping pong” di conoscenza tra le due culture.
Equivoca è poi l’idea di fondare un’alterità Oriente-Occidente su un’opposizione tra religione islamica e “Occidente cristiano”: l’Europa vede nel suo passato un importante contributo di culture connesse all’Islam (assieme a contributi giudaici, ovviamente entrambi minori in peso rispetto alle influenze cristiane); basti pensare all’Alhambra di Grenada e alla presenza di Stati arabi in Spagna per tutto il Medioevo, o alla dominazione araba della Sicilia che influenzò l’architettura insulare, o ancora all’egemonia ottomana dell’intera penisola balcanica per vari secoli e al fatto che gli slavi bosniaci e alcuni gruppi rom siano tutt’oggi in prevalenza musulmani. L’Islam è dunque anche una religione europea.
Da un punto di vista politico, la costruzione dell’idea di Occidente si basa generalmente sulla concezione per cui esso abbia una supremazia non solo economica, politica e militare sul resto del globo, ma anche come luogo di libertà, di sviluppo delle potenzialità individuali, di progresso collettivo. Al contrario l’Oriente si caratterizza, secondo la comune visione occidentale, per irrazionalismo, misticismo, dispotismo e fanatismo.
Tale giudizio si fonda sulla constatazione che effettivamente in molti Paesi arabi, e più ampiamente in molti Paesi a maggioranza islamica, non vi sia una piena separazione tra morale religione e norme collettive né un grande rispetto dei diritti individuali.
Diritti umani, laicità, centralità della persona, sono dunque appannaggio dell’Occidente e sue caratteristiche intrinseche? Certamente la loro formulazione più diffusa è tipicamente occidentale, ma ciò non esclude che i loro principi di base siano esistiti o esistano anche fuori dall’Occidente, magari sviluppatisi in forme differenti.
Come sottolineato dall’economista premio Nobel Amartya Sen nell’articolo “Democracy as a Universal Value”, sebbene la democrazia greca fu la più antica e compiuta esperienza storica di rappresentanza collettiva popolare, non fu certo l’unica e se ne ebbero anche nel continente asiatico; ed è ingeneroso pensare che in Oriente non vi siano e non vi siano stati in passato movimenti democratici e che al contrario le democrazie occidentali siano sorte senza problemi perché “connaturate” alla cultura locale; dopo la democrazia greca passarono infatti secoli prima che ideali democratici trovassero, con la Rivoluzione francese, un’ampia attuazione politica; anche il sorgere periodico di forze politiche di stampo fascista e antidemocratico in Occidente sembra provare che la democrazia non sia intrinseca nella cultura europea, come fanno pure i tentativi di leggi liberticide e la presenza di dittature, come quella bielorussa, anche nell’Europa contemporanea.
Bisogna ricordare che tutte le più antiche formulazioni giuridiche di diritti umani provengono dall’Asia, come il codice babilonese di Hammurabi (che eliminò l’arbitrarietà di reati e pene) o ancor più il cilindro di Ciro II di Persia, considerato il primo riconoscimento del diritto alla libertà di culto.
L’antico Impero ottomano smentisce la visione dell’Oriente come terra di integralismo religioso, visto che con la sua tolleranza in materia di fede accolse migliaia di ebrei fuggiti dalle persecuzioni in Spagna e in altre nazioni europee, che mostravano allora forti espressioni di fanatismo religioso.
Ma rimane il dato per cui la secolarizzazione di gran parte dei Paesi musulmani sia in molti casi ben lungi dall’essere raggiunta.
L’Europa ha vissuto una separazione tra vita pubblica e morale religiosa in un processo di scontro con le istituzioni della fede cristiana; allora perché non è avvenuto lo stesso nel mondo arabo nei confronti della religione musulmana?
Probabilmente perché l’identità araba è sorta sulla spinta unificante del primo Islam (Maometto diede un’unità politica e linguistica alle tribù della penisola arabica); ciononostante essa ha avuto e sta avendo fenomeni di emancipazione dalla sua componente religiosa: il panarabismo si fondò su una visione laica e socialisteggiante, ebbe larghi seguiti nel periodo del nasserismo egiziano ma poi troppo spesso si estinse in regimi dittatoriali come quello iraqeno e siriano; le Primavere arabe nacquero negli ambienti laici cittadini, anche se poi videro il prevalere delle fazioni islamiste che godono di maggiore seguito nelle zone extraurbane. Probabilmente uno dei problemi dello scarso sviluppo di un vero “equivalente arabo dell’Illuminismo” è dato dalle condizioni politiche: nell’Europa settecentesca le monarchie avevano interesse a sopprimere il potere religioso e l’Illuminismo ne fu la giustificazione in campo filosofico; attualmente però le maggiori potenze del mondo mediorientale, le nemiche Iran e Arabia Saudita, sono ambedue Stati religiosi che utilizzano proselitismo e ideologia religiosa per espandere la loro influenza e gestire il loro potere (l’Iran non è uno Stato arabo bensì persiano ma trattandosi di una potenza sciita influisce sul sentimento e sul pensiero degli arabi sciiti); a mantenere l’importanza nell’area mediorientale delle gerarchie religiose saudita e iraniana contribuisce certamente il sostegno dato loro dalle potenze occidentali, vale a dire Stati Uniti e Russia rispettivamente.
Non è forse opportuno né ragionevole attribuire alle potenze occidentali la responsabilità totale del mancato progresso di molte nazioni “orientali” in materia di diritti e secolarizzazione, ma è pur vero che esse hanno enorme potere e influenza sia culturale che economico-politica sul mondo globalizzato e ciò attribuisce loro un ruolo considerevole nel determinare le condizioni di sviluppo dei popoli extra-occidentali.
Ma, per tornare al discorso della laicità, bisogna tener presente che anche in questo caso all’interno dei Paesi occidentali esistono varie visioni della laicità (basti pensare all’importanza che riveste il sentimento religioso nella cultura americana, la presenza di ecclesiastici nella Camera dei Lord in virtù del loro ruolo religioso, i privilegi accordati dall’Italia alla Chiesa cattolica con i Patti lateranensi) e vere e proprie correnti di pensiero antisecolariste.
Sembra dunque che quella tra civiltà orientale e civiltà occidentale sia una divisione arbitraria e poco fondata. Viene da chiedersi: perché allora esiste questa divisione concettuale tra Oriente e Occidente e viene tanto usata? Chi ha formulato la dicotomia tra Oriente e Occidente e a chi è utile?
Certamente le nazioni occidentali traggono vantaggio da questa differenziazione, in cui l’Oriente assume connotazioni tendenzialmente negative: l’Occidente necessita dell’idea di Oriente per definirsi e per giustificare aggressioni alle nazioni meno forti militarmente. L’Oriente come Altro, come Diversità, consente di tracciare confini netti, di creare una propria identità, di avere un opposto da guardare ora con curiosità ora con disprezzo ma sempre con distanza.
Se l’Oriente non esiste, l’Occidente si costruisce ed esiste come il luogo del potere politico ed economico che, in virtù della propria potenza, può promuovere il proprio patrimonio culturale come l’unico degno di nota, come universale veicolo di sapere, come mezzo interpretativo di ogni realtà; l’Occidente costruisce l’Oriente come sua negazione, come contraltare negativo contro cui scagliarsi, verso cui è autorizzato a usare ogni mezzo pur di sottometterlo: se l’Occidente si dipinge come la razionalità, l’Oriente diventa la materializzazione dell’irrazionale da annientare come fa Teseo in una centauromachia. Una visione, questa, sviluppatasi nei secoli in rapporto alle mire espansionistiche delle forze occidentali.
All’inizio dell’Età moderna l’Europa si affacciò sul resto del mondo, e innanzitutto su Oriente, Africa e Americhe, con interesse rapace; le correnti di pensiero razionaliste e positiviste indussero nell’uomo occidentale che guardava all’esterno una furia classificatrice, con cui collocare lo straniero in categorie, ferma restando la “superiorità” del primo sul secondo: nacquero opere che a constatazioni di antropologia fisica mescolavano tesi pseudoscientifiche e razziste sul primato dell’europeo in ambito intellettivo e razionale. L'”altro” fu reso oggetto (oggetto di studio, oggetto di dominio politico e culturale, oggetto di sfruttamento), fu privato della propria soggettività e gli fu imposto il linguaggio occidentale, cosicché l’extraoccidentale non avesse altri termini per definirsi se non quelli propri dell’occidentale, non avesse altre lenti con cui guardare il mondo se non quelle del dominatore perché costretto ad adottarne i discorsi. Forte della sua potenza tecnologica e militare l’Occidente sottomise e rese dipendenti intere nazioni e ne soggiogò culturalmente un numero ancor maggiore. Il dominio culturale si attuò sia in forma di imposizione che di seduzione, opera tuttora in atto: i mass media diffondono in tutto il globo immagini del modo di vivere occidentale (o meglio, una visione idilliaca della vita occidentale borghese, ben diversa da quella vissuta dalla maggioranza degli occidentali, che però spesso vi aspirano), mostrano programmi televisivi in cui opulente famiglie bianche sono felici e spensierate, famiglie che appaiono all’extraoccidentale degne di apparire in tv in virtù della loro ricchezza materiale; egli è indotto quindi a desiderare la stessa vita, a cercare di riprodurla, a copiarne i modelli, magari cercando di costruirsi una vita simile proprio migrando nei Paesi occidentali per fare fortuna; e la sua mancanza di ricchezze gli appare imputabile ai suoi avi che con il loro misero lascito lo hanno condannato a “non esistere” nel mondo mediatico globale; questi suoi padri vanno dunque cancellati, rimossi, e con essi tutto il patrimonio culturale degli antenati; la cultura di origine viene rifiutata, la lingua dimenticata, per abbracciare il vincente modello occidentale.
Una visione occidentalista del mondo ha macchiato ampiamente ogni campo del sapere: in una magistrale opera, “Orientalismo”, il critico Edward Said mise in luce la lunga serie di concezioni false e stereotipate presenti nella cultura europea riguardo le nazioni orientali e ne smascherò la strumentalità per i fini dell’Occidente; in maniera talvolta priva di intenzionalità, la maggioranza degli scrittori europei e nordamericani hanno dato dell’Oriente una rappresentazione distorta.
L’intera letteratura orientalista ed esotica, ad esempio, costruì un Oriente immaginario, scisso dalla realtà asiatica, fondato su cliché e capace di crearne di nuovi: la Malesia descritta da Emilio Salgari è un luogo della fantasia in cui si muovono personaggi di evidente cultura europea, ma non poteva essere altrimenti visto che il suo ideatore non uscì mai dai confini italiani; anche l’India delle storie di Rudyard Kipling è una terra magica vista attraverso le lenti di un occidentale quale era lo scrittore britannico, che fu tra l’altro convinto della necessità del colonialismo per il beneficio dei popoli sottomessi (“Il fardello dell’uomo bianco”, titolo di un suo poema) in una visione paternalistica e razzista. Analogamente anche i romanzi di Joseph Conrad, per quanto egli individui l’orrore dell’esperienza colonialistica, mostrano un’Africa selvaggia che riflette percezioni europee senza addentrarsi nella realtà locale, come sottolineato dallo scrittore Chinua Achebe (ma tutto ciò non sottrae certo valore letterario a tali opere, pur ricollocandole nel loro determinato contesto di genesi).
Ma il dato culturale ha ancora oggi un risvolto politico.
La concezione di uno scontro di civiltà continua a offrire ai governi dei Paesi occidentali un nemico definito, degli “Stati canaglia” da combattere, un Altro (in buona parte irreale e costruito) grazie al quale mostrare ai cittadini la propria superiorità come “civiltà migliore”, con cui spaventarli e farli sentire minacciati, così da rafforzare il proprio ruolo di guida e giustificare restrizioni alle libertà personali in nome della sicurezza e della protezione: la sospensione dei diritti che seguì gli attentati alle Torri Gemelle di New York, con l’intromissione nella privacy, con gli arresti arbitrari, con il clima di paura e di violenza nei confronti degli immigrati musulmani e dei diversi in generale, con gli inferni di Guantanamo Bay e Abu Ghraib, dovrebbe tenere all’erta sulla strumentalità di questo argomento a uso e consumo di chi detiene il potere.
La visione occidentalista non viene espressa dal solo Occidente: anche in molte nazioni extraoccidentali parte della cultura si è adattata a queste concezioni.
In Turchia e in alcuni Paesi arabi mediterranei, sotto l’influsso culturale del colonialismo, il concetto di “modernità” è stato a lungo connesso al concetto di “europeo”: movimenti democratici, riformisti e progressisti come il kemalismo hanno assunto l’Europa e gli Usa come realtà cui aspirare, assumendo pericolosamente “progresso” ed “europeizzazione” o “americanizzazione” come sinonimi e ricalcando la logica europeo-americana per cui la loro civiltà sia la sola ad andare avanguardisticamente in avanti; su tale equivoco si fonda il rafforzamento della posizione dei segmenti tradizionalisti e antisecolaristi di queste società che hanno buon gioco nel denunciare progressisti e laicisti di occidentalismo e rinnegamento della cultura locale, perché effettivamente troppo spesso hanno assurto le liberaldemocrazie euro-americane a modello senza ricercare nel proprio passato culturale i semi di uno sviluppo civile e politico democratico e libertario basato sulle peculiarità autoctone.
Parte della cultura israeliana ha “voluto” configurarsi come occidentale, anche in ragione del fatto che moltissimi israeliani discendono da ebrei europei, ma ciò non spiega del tutto le politiche perseguite: negli anni Israele ha adattato le proprie politiche e i propri rapporti di vicinanza a una visione di appartenenza al mondo europeo e nordamericano, percependosi spesso in una alterità rispetto al mondo arabo che circonda la nazione (come dimostrano i tentativi dei governi Nethanyau di rendere Israele uno Stato “ebraico”, emarginandone le componenti arabo-israeliane che comunque esistono).
In tal senso prosegue una “costruzione” fisica dei concetti di Oriente e Occidente, dando corpo a visioni partorite dai pregiudizi dei colonizzatori e del mondo occidentale in generale.
Se nel dibattito scientifico, e più genericamente nell’analisi della realtà, la suddivisione in categorie di aspetti privi di soluzione di continuità può risultare conveniente e necessaria, la categorizzazione di Oriente e Occidente appare dunque scarsamente utile per una comprensione antropologica delle culture, oltre a risultare divisiva, essere un ostacolo al dialogo tra culture differenti e un mezzo per mantenere un discorso che si fondi sulla centralità delle potenze euro-americane e pratichi un colonialismo culturale sul resto del mondo.