Puoi comprare la tua salute?

Roma sabato 28 novembre ore 14.00 medici, odontoiatri e pazienti scendono in strada per manifestare contro la riforma della sanità presentata ad Agosto dal ministro Lorenzin ed in via di approvazione.

Questa proposta di legge introdurrà cambiamenti importanti che ricadranno sul Sistema Sanitario Nazionale e soprattutto sui pazienti.

La riforma, al centro di numerose polemiche nei mesi scorsi, ha infatti tra i vari provvedimenti notevoli, e ulteriori, tagli alla spesa sanitaria. Riduzione di costi dovuta in larga parte all’istituzione di una lista di esami clinici “superflui” e quindi non più a carico dello Stato bensì del paziente.

Nemmeno il tempo di vederla attuata e già spopolano nelle maggiori reti televisive e sul web pubblicità di assicurazioni private, che in cambio di un compenso annuo si fanno carico di tutti gli esami esclusi dal SSN.

Questo tipo di cambiamento nella sanità fa subito pensare ai modelli statunitensi in cui ogni cittadino è tenuto ad avere un’assicurazione privata; sistemi riformati dallo stesso Obama nel marzo 2010. Circa il 50% delle bancherotte individuali o familiari negli USA erano infatti causate da spese mediche improvvise e non garantite dallo Stato. La riforma voluta dal presidente americano ha aperto la strada ad un impianto sanitario con una maggior partecipazione statale.

Non è poi così lontano il ricordo del termine “MUTUA”, ancora usato dai più anziani in Italia: questo sistema fu abolito dalla nostra Repubblica meno di 40 anni fa, era il 23 dicembre 1978 la legge n°833 (con decorrenza dal Luglio 1980) aboliva i sistemi mutualistici (o casse mutue) privati per dar vita all’attuale Sistema Sanitario Nazionale.

Non si trattò di un semplice cambio di gestione che dall’INAM (maggiore ente mutualistico italiano) e altri passava nelle mani dello Stato. Questa legge infatti sancì un fondamentale passo avanti del nostro Paese. Il diritto alla tutela della salute, correlato fino ad allora all’essere lavoratore o familiare di quest’ultimo cambiò estendendo tale beneficio a tutti i cittadini.

L’Italia è dunque, dal 1980, garantista in tal senso e non nega a nessuno le cure necessarie coperte dal SSN. Questo l’ha portata ad essere nel 2000 (secondo l’OMS) e nel 2014 (secondo una classifica elaborata da Bloomberg) rispettivamente il 2° e 3° Sistema Sanitario al mondo per l’efficienza di spesa alle cure pubbliche ai cittadini.

Queste garanzie, ormai assodate per noi italiani, e protette dall’art. 32 della Costituzione, rischiano di non essere poi tanto scontate. La riforma che il governo Renzi I ha approvato porterebbe sì al risparmio di 10 miliardi di euro in 4 anni ( come ha affermato lo stesso ministro della salute), ma metterebbe al bando più di 200 esami clinici ritenuti “superflui”.

In attesa di ulteriori dettagli da parte del Ministro Lorenzin mi chiedo cosa renda superflui alcuni esami rispetto ad altri. Come tutti sappiamo la medicina non è certo una scienza esatta né tantomeno statica; i medici non sono creature con particolari poteri di veggenza né supremi stregoni. La diagnosi, tappa fondamentale per l’individuazione della malattia, fa parte da sempre del campo probabilistico; è quindi necessario escludere (con degli esami) alcune patologie per restringere il campo delle possibilità ed individuare il male da curare.

A meno che l’On. Ministro, dall’alto dei suoi studi classici (gli ultimi pervenutici dal suo C.V.) non abbia scoperto un metodo per ridurre a zero l’errore probabilistico e stabilire quindi una data malattia in un dato paziente senza effettuare esami, che sicuramente a volte risultano negativi, ma sono altresì necessari per arrivare alla giusta diagnosi come si può escluderne alcuni?!

Spesso nelle cronache italiane assistiamo ad episodi di malasanità , che troppe volte hanno un esito disastroso. Davanti a tali episodi si aprono inchieste volte ad assicurare che i medici abbiano fatto tutto il necessario, che nulla sia stato trascurato. A riforma applicata sarà poi possibile aprire fascicoli in magistratura che accertino le responsabilità dei dottori?! Sarà possibile chiedere a questi ultimi se hanno eseguito tutti i controlli quando gran parte di essi sono ritenuti “superflui” e a carico del paziente (che spesso non può permetterseli)?! Con un tasso di povertà cresciuto al 6,8% nel 2014 (dati ISTAT) è davvero questa la spinta economica che il governo vuole dare al nostro Paese?!

Quelle assicurazioni sanitarie private, poco presenti o del tutto assenti nel nostro territorio, che oggi ci sembrano del tutto accessorie potrebbero diventare indispensabili. Questo aprirebbe un nuovo business, un mercato su persone disposte a tutto pur di guarire. È davvero su questo che il nostro Stato vuole lucrare? È questa la spinta innovatrice di una riforma che ha tanto il sapore di ritorno al passato?

 

 

 

 

 

“Cose turche”: l’anima combattuta di una nazione sospesa tra Europa e Asia

Il 10 ottobre 2015 due esplosioni hanno funestato una manifestazione nel centro di Ankara, provocando la morte di 102 persone e il ferimento di oltre 240; i manifestanti si erano riuniti nella capitale turca per una marcia in nome di “libertà, democrazia e pace”; studenti, membri dei sindacati, delle associazioni di stampa, del partito di sinistra HDP e della minoranza curda sfilavano protestando contro la politica aggressiva del governo turco nei confronti dei separatisti curdi, quando due kamikaze si sono fatti detonare. Principale indiziato per la responsabilità della strage è lo Stato islamico della Siria e dell’Iraq, con cui la Turchia è in guerra, a cui è stata attribuito l’attacco anche dal governo guidato da Recep Tayyp Erdoğan, ma l’opposizione e alcuni manifestanti accusano il governo di essere in maniera più o meno diretta responsabile dell’atto terroristico (due ministri in visita sul luogo dell’attentato sono stati duramente contestati dai manifestanti).

L’attacco terroristico non è stato un evento nuovo per la Turchia: già il 20 luglio 2015 un attentatore suicida dell’ISIS aveva ucciso 32 persone e prodotto 104 feriti a Suruç, dove si stava svolgendo un incontro di giovani attivisti di sinistra; negli ultimi 40 anni anche l’organizzazione della destra nazionalista dei Lupi Grigi, gli indipendentisti curdi del PKK, gli islamisti sunniti di al-Qaeda e quelli sciiti di Hizballah hanno destabilizzato la Turchia con esecuzioni e massacri.

In questa sequenza di sanguinosi accadimenti si intrecciano fattori che si sono a lungo confrontati nel corso della storia della nazione e che in questa specifica situazione politica si stanno manifestando nella loro conflittualità: nazionalismo e rivendicazioni delle minoranze etniche, integralismo religioso e laicità, islamismo e secolarizzazione, tentazioni autoritarie e aspirazioni alle libertà, desideri di modernità e legami con la tradizione; in definitiva le caratteristiche che rendono la particolare identità turca una sintesi di elementi europei e asiatici, di passato e di presente, di apertura e di orgoglio identitario.

Per comprendere la peculiarità della Turchia bisogna forse andare a Istanbul, l’antica capitale ottomana: qui, passeggiando nei viali alberati lungo il Bosforo, si vede la città sorgere su entrambe le rive, connessa da due ponti colossali e soprattutto da un via vai di traghetti che annullano le distanze tra Asia ed Europa; si può vagare tra il Gran Bazaar, ricco di merci venute da Oriente, e la torre di Galata costruita dai mercanti genovesi, per poi trovarsi nei centri commerciali più grandi d’Europa; la cupola della Moschea Blu si affianca a quella dell’Hagia Sophia, costruita come basilica cristiana; la città antica attorno all’insenatura del Corno d’Oro si confronta con i grattacieli dei quartieri più moderni; nelle strade si incontrano con la stessa frequenza donne velate e ragazze in jeans e magliette di gruppi rock, la vita austera delle famiglie più tradizionali si mescola alla vivace vita notturna della città. E il tutto va a creare un insieme armonioso, gli elementi che agli occhi di un europeo paiono dissonanti, concessioni occidentali affiancate a citazioni orientali, qui sembrano convivere in omogeneità.

Eppure nell’anima turca si agitano contrasti irrisolti che periodicamente si manifestano tragicamente. Queste conflittualità sono dipinte magistralmente nei romanzi dello scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, che mostra in opere come “Neve” o “Il mio nome è rosso” come la sua nazione sia un ponte tra culture diverse ma anche un luogo di scontro.

La strage di Ankara è avvenuta durante una manifestazione contro la ripresa degli scontri a luglio (dopo una tregua dal 2013) tra l’esercito e il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), la formazione politica e militare curda che chiede l’indipendenza del popolo curdo dalla Turchia. Dunque l’attentato rimette al centro il difficile rapporto tra la società turca e le minoranze etniche. I curdi, popolazione divisa tra Siria, Iraq, Iran e Turchia, hanno spesso rivendicato la secessione (sia con strumenti politici che con azioni terroristiche) per fondare lo stato del Kurdistan, ma devono confrontarsi nel territorio turco con il profondo spirito nazionalistico che permea la Turchia fin dalla sua fondazione. Nei primi anni del ‘900 nell’ormai decadente Impero ottomano nacque il movimento dei Giovani Turchi, un gruppo di nazionalisti, con largo seguito tra gli ufficiali dell’esercito, che chiedeva una modernizzazione dell’Impero su modello degli Stati costituzionali europei e una promozione dell’identità turca. L’Impero ottomano, che si estese ai suoi massimi da Algeri a Baghdad e da Budapest a La Mecca, viveva di un compromesso tra l’orgoglio turco e la valorizzazione delle diversità etniche e culturali che popolavano l’Impero: il palazzo del Topkapı a Istanbul, residenza del sultano, fu costruito come un insieme di padiglioni proprio per ricordare i villaggi dei pastori nomadi turchi dell’Asia centrale da cui gli Ottomani discendevano, ma al suo interno la corte era composta anche da montenegrini e tunisini. Nel clima di orgoglio nazionalistico seguito allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, i Giovani Turchi si resero responsabili del massacro della minoranza degli armeni, in una serie di deportazioni ed eliminazioni che passò alla storia come genocidio armeno. Dalle fila dei Giovani Turchi proveniva il generale Mustafa Kemal che, deposto l’ultimo sultano ottomano e cacciate le truppe delle Nazioni Alleate dal suolo anatolico, fondò la Turchia moderna acquisendo il titolo di “Atatürk”, padre dei Turchi. Egli eresse il nuovo Stato su princìpi nazionalistici, Stato in cui curdi, armeni, ebrei, greci e assiri erano mal visti e sottoposti a violenze. Tutt’oggi l’orgoglio nazionale in Turchia impedisce di parlare apertamente del genocidio armeno o della persecuzione dei curdi: lo stesso Orhan Pamuk fu sottoposto nel 2005 a un processo per “vilipendio dell’identità nazionale” per avervi fatto cenno in un’intervista.

Ma la creazione dello Stato turco, così come lo volle Atatürk, pose in essere un’altra questione, di cui la strage di Ankara è una manifestazione: il rapporto tra religione e Stato. Atatürk volle costruire una Turchia moderna che guardasse all’Europa, adottando l’alfabeto latino al posto di quello arabo, il sistema decimale, il calendario gregoriano, l’istruzione obbligatoria e il suffragio universale; ma soprattutto volle una Turchia laica, con una divisione di stampo europeo tra il dominio della religione (islamica per la maggioranza turca) e quello della collettività e lo realizzò abolendo ogni legge di ispirazione religiosa, legalizzando gli alcolici, depenalizzando l’omosessualità, imponendo il divieto di portare il velo nei luoghi pubblici. L’esercito, con il quale Atatürk aveva potuto far nascere la Turchia, fu posto a guardia della Costituzione laica e repubblicana e fornito di notevoli poteri: per questo la storia politica turca è stata poi scandita da golpe militari e interventi dell’esercito nelle vicende governative. Una certa continuità caratterizzò da allora la politica turca, improntata a quell’insieme di laicità, occidentalismo e nazionalismo detta kemalismo. Ma nel 2002 le elezioni furono vinte dall’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), una formazione di centro-destra, conservatrice, nazionalista e ispirata alle concezioni islamiche. Guidato da Recep Tayyp Erdoğan, il partito AKP ha riscosso molto seguito nelle regioni rurali dell’Anatolia, riuscendo a intercettare il sentimento religioso dei suoi abitanti, mentre nelle grandi città e nelle aree costiere il centro-sinistra (rappresentato dal partito fondato dallo stesso Atatürk, il laico e socialdemocratico CHP, Partito Popolare Repubblicano) ha mantenuto consensi. L’immagine di Erdoğan accompagnato in pubblico da sua moglie Emine con indosso il velo islamico ha suscitato le simpatie dei musulmani conservatori; una buona gestione dell’economia turca (che anche per cause strutturali ha proseguito in un incredibile sviluppo economico mentre l’Europa cadeva preda della crisi del 2008) ha assicurato all’AKP il governo ininterrotto del Paese per circa 14 anni. Con i governi di Erdoğan, pur non venendo mai messa formalmente in discussione la laicità dello Stato turco, la religione è tornata nella sfera pubblica: le leggi che vietavano il velo nei luoghi di lavoro e nelle università sono state abrogate, l’uso di alcolici limitato, l’aborto sottoposto a norme più restrittive, il reato di blasfemia reintrodotto. Alcuni vertici militari sono stati processati con l’accusa, probabilmente spesso fondata, di pianificare colpi di stato. Un referendum ha eliminato alcune rigidità della Costituzione kemalista: in questo modo le norme della vita pubblica sono passate in misura maggiore sotto la volontà democratica ma alcune garanzie di laicità dello Stato sono ora messe a rischio. Anche la politica estera della Turchia ha iniziato a subire un mutamento: nazione facente parte della NATO, è coinvolta nel processo di adesione all’Europa unita; ma negli anni i timori degli Stati dell’Unione europea nei confronti dell’integrazione della Turchia nel progetto europeo hanno ostacolato coloro che in Turchia sostenevano l’ingresso del Paese nell’Ue: la paura (allora in parte immotivata) dell’élite europea di far entrare nella Comunità europea frange islamiste del tessuto sociale turco ha finito proprio col favorirle e dar loro maggior peso nell’opinione pubblica turca. Ora i governi del partito di Erdoğan (che mantiene buoni rapporti con partiti islamici anche meno moderati di esso, come i Fratelli Musulmani), anche se hanno mantenuto la volontà di far entrare la Turchia nel progetto dell’Ue, hanno intrapreso una politica detta di “neo-ottomanesimo”, cioè di avvicinamento ai Paesi islamici mediorientali un tempo parte dell’Impero. Alcuni critici del governo mettono in dubbio l’ostilità tra esso e l’ISIS, registrando come, seppur in guerra con i jihadisti, l’esercito turco si sia limitato solo a bombardare i curdi che si battono anch’essi contro lo Stato islamico, stringendoli tra due fuochi. Anche le sedi turche dell’ISIS sono state smantellate solo a seguito degli ultimi attentati, dopo esser state a lungo tollerate dal governo. La sinistra laica turca e la minoranza curda, che trovano rappresentanza nella formazione di sinistra radicale HDP (Partito Democratico del Popolo) guidata da Selahattin Demirtaş, si trovano quindi a essere bersaglio dell’ostilità sia dei fanatici islamisti dell’ISIS che del governo di ispirazione islamica di Erdoğan. Per questo l’attentato alla manifestazione di Ankara colpisce al cuore lo spirito laico e libertario turco, minacciato su più fronti.

Alla manifestazione partecipavano anche numerosi giornalisti, presenza motivata dalla percezione sempre più forte nel Paese di un’involuzione autoritaria. La storia turca non è nuova a regimi repressivi: lo stesso governo di Atatürk si basò sul monopartitismo e si caratterizzò per la repressione dei dissidenti; tra essi, il poeta comunista Nazım Hikmet, autore di celebri versi d’amore, passò in totale circa 17 anni in carcere e fu poi costretto all’esilio. In seguito i numerosi colpi di stato messi in atto dall’esercito hanno più volte sospeso le libertà democratiche e imposto la legge marziale. I governi di Erdoğan si sono dimostrati particolarmente duri con il dissenso: hanno introdotto restrizioni alle libertà di stampa e di associazione, all’uso di internet e ai contenuti televisivi. Nel maggio 2013 una piccola protesta ambientalista contro l’abbattimento del parco Gezi a Istanbul fu pesantemente repressa dalla polizia: ciò scatenò una serie di proteste che infiammarono il Paese ed ebbero come luogo-simbolo piazza Taksim a Istanbul; le contestazioni indirizzate alla politica interna del governo furono violentemente contrastate dalla polizia con metodi brutali (il bilancio fu di 9 morti e oltre 8000 feriti). I detrattori dell’AKP lo hanno pertanto accusato di reprimere il dissenso e di spingere la Turchia verso un baratro autoritario.

L’attentato del 10 ottobre si è inserito in un quadro di particolare instabilità politica: nelle elezioni del giugno 2015 l’AKP, dopo 14 anni di dominio della scena politica, non era riuscito a ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari. Dopo una serie di consultazioni e vani tentativi di formare governi, il presidente turco aveva così deciso di indire nuove elezioni da tenersi nel mese di novembre: ci si trovava dunque in piena campagna elettorale in un clima di grande tensione.

Gli attentati, come accade solitamente, hanno avuto come effetto quello di rafforzare il partito e la personalità che sono sembrati incarnare più potere e poter mettere fine al terrore: nel caso specifico, l’AKP e il suo leader Erdoğan. Che siano o meno dietro l’attentato di Ankara, certamente ne sono stati favoriti. Nelle elezioni di novembre l’AKP ha ottenuto il 57% dei seggi: il Paese dunque si prepara a un altro quinquennio sotto la guida di Erdoğan.

Sembra che la Turchia si troverà a dibattersi ancora a lungo tra le tendenze autoritarie, nazionaliste e islamiste di una parte della cultura politica turca e la visione libertaria, tollerante e laica di un’altra parte del sentire turco, proseguendo un confronto che ha segnato l’intera storia della nazione e che sembra lontano dal trovare una sua risoluzione.

 

 

 

 

 

 

PERICOLO DI SVOLTA

Lunedì 9 novembre 2015 il parlamento Catalano ha approvato ( con 72 voti favorevoli e 63 contrari) la proposta di risoluzione indipendentista con cui si annuncia la volontà di “disconnessione” dalla Spagna. Non è lontano il ricordo del referendum dello scorso anno (18 settembre 2014) in cu gli scozzesi votarono (con il 55,3%) contro il provvedimento che sanciva l’indipendenza del proprio     Stato dal Regno Unito.Questi fenomeni, sempre più frequenti, e con un seguito in ascesa sono sintomo di un’Europa che sta cambiando direzione. Il fallimento dell’Unione Europea è certo un incentivo di crescita di queste correnti tutt’altro che democratiche o moderate.

La primavera Araba con la conseguente instabilità politico-istituzionale del medio-oriente , il pericoloso avanzamento dell’ISIS e la questione immigrati sono tutti punti a sfavore di questa Europa unita, nata dalla ceneri del secondo conflitto mondiale con lo scopo di connettere le varie realtà nazionali ed evitare il ripetersi di avvenimenti tanto devastanti.

Unione Europea che certo non ha dimostrato di essere all’altezza di queste ultime sfide, con la crisi economica, degli ultimi anni, che certo non ha giocato a suo favore.

Insomma una crisi economica sommata ad una crisi “morale” hanno dato come unico risultato il crollo delle certezze del “vecchio continente” che ne è uscito sconfitto e incapace di trovare soluzioni efficaci alla risoluzione di tali problemi. Forse è da qui che i movimenti di estrema destra traggono la loro forza: con Marine Le Pen che nelle scorse elezioni dipartimentali ha ottenuto il 25,9% dei voti in Francia e David Cameron, che da convinto oppositore nei palazzi Europei, (con la promessa di un referendum per uscire dal’UE), ha riottenuto il secondo mandato di governo, (con una netta maggioranza), lo scorso maggio in Gran Bretagna.

Non c’è bisogno poi di allontanarsi tanto per trovare il sorgere, o meglio il risorgere, di questi movimenti. Piazza Maggiore a Bologna, domenica 8 novembre ne è un esempio. Un Matteo Salvini segretario della “Lega Nord per l’indipendenza Padania” (meglio nota come LEGA NORD) che guida il nuovo polo di destra non è certo da sottovalutare. Non sono lontani gli slogan leghisti di “Roma ladrona” e della “secessione veneta”, anche se sono, o almeno sembrano, deposti dal nuovo segretario del Carroccio, per far spazio a “via gli immigrati da casa nostra” e “fuori dall’euro”. Chi conosce la Lega sa però che i cambi di rotta non sono poi così rari: da quell’Umberto Bossi che in una famosa intervista al quotidiano “La Voce” dichiarava “Berlusconi ha solo una macchina di cartapesta, il nord è nostro. Si levi dalla testa l’idea di fare il premier, non glielo permetteremo mai…” per poi stringere, qualche mese dopo, un’alleanza proprio con il partito dello stesso S.B. governarvi insieme per 252 giorni del primo governo Berlusconi.

Qualcuno potrebbe obiettare che con il nuovo leader leghista le situazioni sono cambiate; ma anche qui ricorderete i tweet, (come quello del 16 luglio 2012 “[…] sono sicuro che non c’è un solo elettore e un solo militante della Lega disposto a riscommettere su un’alleanza con Berlusconi”), di Salvini che inveiva contro chi ipotizzava un nuovo accordo con il presidente di Forza Italia, posizione chiaramente smentita da quella piazza Maggiore di una settimana fa. Non sono solo i mezzi a cambiare bensì gli equilibri, anche in Italia. Nel 1994 era il Carroccio a sostenere il partito del “cavaliere”, oggi, nonostante siano passati più di venti anni , i partiti sono gli stessi ma i ruoli si sono invertiti e lo stesso Berlusconi non ha potuto che appoggiare la leadership di Salvini. In tutto ciò non c’è soltanto il passaggio di testimone da una personalità carismatica ad un’altra, ma ben più importante, da non sottovalutare, è la scomparsa di un vero CENTRO-destra (guidato per un ventennio dall’ex premier che riuscì a spostare verso il centro l’equilibrio politico perfino della Lega Nord) e l’inclinazione di questa coalizione sempre più verso l’estrema destra.

Dalla Catalogna, alla Gran Bretagna passando per la Francia fino ad arrivare in Italia è chiara la strada che molti Stati Europei stanno per intraprendere. Quelle “destre” estremiste ed indipendentiste, che sembravano ormai deposte dopo la seconda guerra mondiale e il successivo crollo del muro di Berlino, stanno risorgendo con un consenso sempre più vasto.Nel loro programma non compare più l’aspirazione all’indipendenza dal governo centrale del proprio Paese, poiché oggi questi partiti hanno tutte le opportunità di arrivare alla guida della loro nazione; così lo spirito indipendentista si è spostato su un fronte più ampio: l’UE.

Non sono più i nostalgici dei vecchi tempi ad incentivare la crescita di questi movimenti ma soprattutto una gran parte dei “giovani” convinti che questa sia l’unica risposta possibile a governi europei e nazionali sconfitti dalla loro stessa politica.

Come direbbe Lubrano “la domanda sorge spontanea”:

è davvero questa la direzione giusta?